Voices against the war in Kosovo [1999]
  Voci contro la guerra in Kosovo [1999]

 
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6/8/99:

KOSOVO: L'ARMA DELL'INFORMAZIONE

a cura del Coordinamento Romano per la Jugoslavia [http://marx2001.org/crj]
sulla base di materiale fornito dalla Transnational Foundation for Peace and Future Research (TFF) - Vegagatan 25, S - 224 57 Lund, Sweden, Phone 46-145909 (0900-1100), Fax 46-144512,
http://www.transnational.org

 

E' probabilmente opinione diffusa che la guerra e i mass media siano cose separate. Se c'è una guerra, i media ce ne parlano con l'obiettività consentita dalle circostanze difficili. Ma nell'odierna società dell'informazione ogni guerra si scinde in due: una sul campo e una attraverso i media. E' necessario chiedersi: quali interessi determinano ciò che ci viene detto e ciò che non ci viene detto? La storia di tutti i conflitti ci porta per lo meno a una conclusione certa: che la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità non ci viene mai comunicata.

Nelle situazioni di conflitto in cui noi e i nostri interessi siamo direttamente parte in causa, entra in gioco massicciamente la tecnica delle "operazioni psicologiche" (PSYOP), operazioni pianificate per convogliare informazioni selezionate al pubblico, allo scopo di influenzare le loro emozioni, motivazioni, i processi di razionalizzazione oggettiva, e in ultima istanza l'atteggiamento stesso dei governi, organizzazioni, gruppi che dal consenso di tale pubblico dipendono. Le PSYOP sono parte vitale di un'ampia sfera dell'attività militare, politica ed economica degli Stati Uniti. Se opportunamente applicate, le PSYOP possono ridurre considerevolmente il morale e l'efficienza delle forze nemiche, nonché creare dissidenza e disaffezione nelle loro file.

Le PSYOP militari sono di quattro categorie: strategica, operativa, tattica e di consolidamento, ossia quelle usate per affermare e rinforzare la percezione del potere militare, politico ed economico USA nei paesi stranieri.

Non solo negli Stati Uniti si fa uso delle PSYOP. Ricordiamoci di ciò che vediamo alla televisione e poniamoci alcuni interrogativi.

* Ciò che vediamo sullo schermo è inserito in un contesto più ampio.

I conflitti balcanici fanno parte di uno scenario mondiale. Per esempio, avete mai sentito parlare della National Security Decision Directive (NSDD) N. 133 dal titolo: "La politica degli Stati Uniti in Jugoslavia", catalogata come "confidenziale"? Una sua versione parziale declassificata fu resa pubblica nel 1990 e confermava in larga parte la NSDD 54 del 1982, il cui obiettivo includeva "estesi sforzi per promuovere una 'rivoluzione pacifica' volta a rovesciare i regimi e i partiti comunisti", al fine di integrare i paesi dell'Europa dell'Est nell'economia di mercato.

Chi è a conoscenza del fatto che il 5\XI\1990, un anno prima della disintegrazione "etnica" della Repubblica Federativa e Socialista di Jugoslavia, il Congresso americano aveva approvato il "Foreign Operations Appropriations Law" 101-513 per il 1991, che imponeva alla Jugoslavia la restituzione immediata di tutti i prestiti, prospettando una redistribuzione separata dei crediti ad ogni repubblica federata a condizione di "libere elezioni" separate e in misura dei risultati elettorali repubblica per repubb lica (ossia, privilegiando i partiti e le coalizioni di governo secessioniste e filooccidentali)? Fu questo l'inizio della fine: il provvedimento impose alla RFSJ una destabilizzazione tanto radicale da "preoccupare" la stessa CIA, che in un rapporto di poco posteriore mise in guardia il Congresso contro una possibile guerra civile nei Balcani ("New York Times", 28\XI\1990).

* Reportages di guerra, ma senza analisi dei conflitti.

I media tendono a focalizzarsi sulla storia di oggi. Ma c'è una cornice più ampia in cui gli eventi si svolgono. Per arrivare a una comprensione più ampia degli avvenimenti (e non giustificare semplicemente ciò che accade) è necessaria una cornice di rife rimento nello spazio e nel tempo, di analisi sulle cause generali degli eventi. Sullo schermo, noi vediamo solo le azioni immediate. La cornice storica, geopolitica, sociale ed economica del conflitto nei Balcani è sostituita dai media con un'impalcatura di giudizi morali e di pulsioni emotive parziali e contingenti.

* Chi è vittima di cosa?

E' abbondantemente ignorata dai media la sofferenza dei Serbi, Gorani, Montenegrini, Turchi, Rom, ossia dei cittadini del Kosovo di etnia non albanese. Analogamente, viene scarsamente enfatizzato il dramma di un paese di 10 milioni di persone devastato dai bombardamenti NATO. Ci arrivano informazioni confuse di strade, convogli, ospedali, ponti, fabbriche, ferrovie, porti, ponti, aereoporti, scuole, istituzioni, sedi televisive, ambasciate, case, carceri, ospedali distrutti dalle bombe, di civili uccisi, di città senza acqua, senza luce, senza gas e senza cibo, di madri disperate per i loro figli condannati al massacro. Qualcuno di noi ha anche solo provato a identificarsi con questo oceano di sofferenza? Tutto ciò giunge fino a noi in una melassa sonnolenta, fra un varietà e un film di fantascienza, ben diversamente dalla martellante esibizione dei profughi albanesi (di cui si da per scontato che scappino tutti dalle angherie serbe: tanto, coi campi profughi che pullulano di miliziani UCK, nessuno si sognerebbe di smentirlo, e se anche fosse, non ci sarebbero telecamere pronte allo scoop).

* Cos'è bersaglio militare e cosa bersaglio civile?

Distinzione più volte ribadita, ma è un puro mito che le due cose possano essere distinte. Depositi di carburante, centrali elettriche, stazioni, porti, ponti, vie di comunicazione, etc. sono obiettivi di interesse militare quanto civile. Quanta carta bia nca possiamo dare a una macchina militare il cui obiettivo limite è gettare un'intera nazione nell'età della pietra? E se un domani dovesse toccare a noi? E se il resto del mondo dovesse assistere fra uno sbadiglio e l'altro al nostro olocausto come oggi stiamo facendo noi? Ma anche accettando questa logica: la stazione radio-televisiva di Belgrado era un obiettivo esclusivamente civile e non è stato colpito per "errore": è stato rivendicato dalla NATO. Persino nel codice di guerra fascista del 1941 i giornalisti erano dichiarati immuni. Dove non osavano le potenze dell'Asse osano le democrazie occidentali!

* Chi seleziona le notizie da dare o da non dare?

Dato l'utilizzo intensivo di strategie e di tecnologie informative avanzatissime nelle aree di conflitto, è difficile dubitare che ci sia qualcuno che ne sa molto di più di quello che viene detto al consumatore medio di informazione. Ciò che appare sul vi deo è solo la punta dell'iceberg informativo. Ad esempio, sono giunte eco confuse di un utilizzo sistematico di bombe all'uranio impoverito da parte della NATO. Qualcuno sa di che si tratta? Qualcuno ha un'idea dei pericoli ambientali che ciò comporta non solo per le popolazioni immediatamente coinvolte (dando per scontato che di quelle popolazioni a nessuno glie ne importa poi granché) ma per l'intero Mediterraneo orientale?

* In tempo di guerra la propaganda si intensifica da entrambe le parti in causa.

Ma in misura più massiccia e in maniera più raffinata nella parte in causa dove maggiori sono le disponibilità economiche e organizzative finalizzabili alla propaganda. Un esempio: il giorno dopo che l'Albania ha dichiarato ufficialmente la propria dispon ibilità illimitata a fungere da base logistica e strategica per le truppe NATO, i bollettini di informazione ci informano che le truppe Jugoslave al confine albanese si stanno rafforzando. Niente di più facile che stabilire un rapporto di causa-effetto fr a i due eventi, ma guarda caso, la prima parte della notizia non viene data o viene data con giorni di ritardo, invertendo così l'ordine di causa-effetto.

* Quali sono le fonti delle informazioni che la NATO diffonde?

Tutti i commentatori occidentali, in primo luogo lo speaker NATO Jamie Shea, si riferiscono in continuazione a "informazioni dal campo", senza specificare quante di esse vengono da fonti UCK, unici testimoni direttamente impegnati "sul campo", o da testim onianze non verificabili rese da individui in un modo o nell'altro manipolabili dai terroristi. Robin Cook ripete fedelmente il numero (sempre diverso) dei profughi kosovari riportatogli dal leader politico UCK Jakub Krasniqi. Allo stesso tempo, i media o ccidentali pubblicano un numero limitatissimo di notizie provenienti dalla parte jugoslava (ad esempio, una lista dettagliata dei morti e dei danni ai civili), e anche quando lo fanno è continuamente sottolineata la loro non-verificabilità, parzialità e p resumibile falsità. Nessun giornalista occidentale si sognerebbe di pubblicare un articolo basato da notizie diffuse dalla Tanjug, mentre già da anni la maggior parte degli inviati dei giornali italiani dalla Jugoslavia scrive le proprie corrispondenze da ... Zagabria, prevalentemente sulla base dell'agenzia di stampa croata.

* Le "notizie non confermate" rinfocolano continuamente i sospetti desiderati.

I media fanno larghissimo uso di "notizie non confermate", ossia, più semplicemente, nel 99% dei casi di favole inventate chissà da chi e chissà dove a scopo provocatorio e propagandistico, percentuale che scende al 75% per le notizie "confermate", visto chi è chiamato a confermarle. Anche nei casi in cui viene specificata la mancanza di "conferma", il pubblico è spinto a pensare che "non c'è fumo senza arrosto". Quasi nessuno si accorge degli scarni dispacci di agenzia che, dopo un po' smentiscno la veri dicità delle "notizie".

Un esempio: il 27\IV\1999 il Ministro della Difesa tedesco Rudolph Sharping mostra al mondo le foto di un massacro, spacciandole per prova dell'ennesima mattanza serba contro civili e aggiungendo particolari agghiaccianti su come le vittime sarebbero stat e uccise. Verrà immediatamente sconfessato, essendo le foto risultate essere le stesse diffuse dall'esercito Jugoslavo tre mesi prima, come documentazione (confermata) di un'operazione antiguerriglia avvenuta il 29\I\1999 nel paesino di Rogovo. Naturalmente, armi e divise UCK erano state fatte sparire dai "ritagli" di Scharping, e naturalmente la stampa darà ben poca eco alle smentite.

* Chi interpreta le notizie per noi? Chi sono gli "esperti"?

Prevalentemente personale militare, politico e diplomatico di paesi NATO. Pochissimi esperti politici, studiosi di storia balcanica, di geopolitica o di economia: gente affetta dalla pessima abitudine di voler esprimere opinioni equilibrate sulla base di fatti. Mancano del tutto esperti di psicologia delle masse, di soluzione pacifica dei conflitti, mediatori di professione. Nessun organo di informazone ha permesso a studiosi o intellettuali jugoslavi di partecipare al dibattito (tranne alcuni personaggi ultranazionalisti, allo scopo di mostrare la "bestialità serba").

* Le domande poste durante le conferenze stampa sono molto "politically correct".

Una conferenza stampa o un briefing si svolge di solito così: uno speaker dirige lo show, seleziona le domande, dà loro risposte preconfezionate. Nessuno viene mai colto di sorpresa, c'è sempre una risposta eloquente per tutto, dopo di ché lo speaker tronca: "il prossimo"! Dal 24 marzo in poi, nel corso delle conferenze stampa ufficiali, i rappresentanti della stampa libera non hanno mai fatto domande approfondite sul trattato di Rambouillet, non hanno mai messo in dubbio la legalità dell'azione NATO, non hanno mai chiesto conto delle sue vere motivazioni o dei suoi effetti destabilizzanti. Quando vengono mostrate loro foto o riprese video di "fosse comuni" (riprese da grande altezza, con le sepolture accuratamente allineate in fila una per una, proprio c ome nei cimiteri normali!) o di bersagli bombardati, di cui viene detto loro: "Questo è un deposito di munizioni, questa è una base militare, etc.", nessuno di loro chiede mai: "Come facciamo a essere sicuri che lo è davvero? Dalle immagini non risulta ch e obiettivi sono..."

* Il 90% delle informazioni viene da fonti militari.

Le autorità militari detengono un monopolio virtuale sulla realtà virtuale. Le immagini dalla base di Aviano e le interviste con coraggiosi guerriglieri e con profughi disperati sono molto più frequenti di quelle che documentano le distruzioni civili. Esc lusa la CNN, il numero di giornalisti indipendenti nella zona è sorprendentemente scarso. L'uniformità delle loro "storie" è sconcertante per una "informazione libera" che dovrebbe avere molti punti di vista e molte "storie" differenti.

* La violenza come tale non viene problematizzata.

Stabilita un'immagine in bianco e nero delle parti in lotta, i media promuovono l'idea che ci sia una violenza "buona" contrapposta ad una "cattiva". La giustificazione morale dell'Occidente è che in più di un anno di "pulizia etnica" in Kosovo 2.000 persone sono state uccise, 250.000 sono scomparse e che 45 civili sono stati massacrati a Racak. Se anche tutto ciò fosse vero, se anche la cosiddetta "pulizia etnica" non fosse stata in realtà una guerra civile strisciante fomentata in tutti i modi dall'Occidente, se anche le migliaia di persone (250.000 sono una favola) rifugiatesi sulle montagne fossero effettivamente fuggite dal "terrore serbo" e non da una situazione diffusa di anarchia e di violenza, se anche Racak non fosse stata (come invece dimostrato da più parti) una macabra montatura gestita dall'UCK e dal capo della missione OSCE W. Walker (esperta spia attiva per anni in Centroamerica al fianco di Oliver North) - se anche - dopo più di due mesi di bombardamenti quanta è la distruzione e la morte provocata da noi? Quali le conseguenze a lungo termine per gli abitanti dell'area?

Il fatto che i vertici militari NATO (e quelli politici) ascrivano a loro merito che grazie alle tecnologie moderne si possa condurre una guerra ad oltranza senza mettere a repentaglio una sola vita dalla nostra parte, introduce implicitamente una relativ izzazione del valore della vita umana: migliaia di morti jugoslavi, un'intera nazione sprofondata nel terrore e nella fame non valgono una sola vita occidentale: è l'idea del superuomo come mai Nietzsche avrebbe osato formularla. Lo stesso Hitler, che per seguiva obiettivi non dissimili da quelli dell'Occidente odierno, aveva la decenza di chiedere anche ai suoi soldati ariani di versare il proprio sangue per il trionfo della "civiltà".

Un altro concetto che sembrava caduto in disuso fa capolino: una prassi secondo la quale un individuo (singolo o, come in questo caso, collettivo, una nazione) provoca sofferenza fisica e morale continuativa e crescente, seguendo metodi e tecniche freddamente calcolate, su un altro individuo impossibilitato a opporre qualsiasi difesa, allo scopo di ottenere un vantaggio, tale prassi ha un nome. Tortura. Con questo conflitto, l'incolmabile gap tecnologico e militare trasforma la guerra in tortura globale.

* I termini usati.

In tutta sincerità: Quelli di Rambouillet erano negoziati? Il documento era un piano di pace? I civili massacrati sono un danno collaterale? Su quali argomentazioni teologiche si basa il Gen. W. Clark per paragonare (testualmente) la NATO a Dio? Gli Alban esi che fuggono dalla guerra sono profughi, vittime della violenza serba, quelli che rimangono a casa loro sono ostaggi, bersagli umani, sempre dei Serbi, anche quando a macellarli siamo noi. Il Presidente della Federazione jugoslava, ripetutamente eletto e responsabile di fronte a un'ampia coalizione di Governo, si può realmente definire dittatore serbo? Solo perché controlla parte dei mass media e, attraverso una rete clientelare, parte dell'economia? E Craxi allora? E Berlusconi? E Andreotti? E Clinton ? I mass media di Belgrado sono controllati dal regime e i nostri no? E cos'è un regime? Qualcuno è a conoscenza delle vedute politiche dell'opposizione democratica a Milosevic? E' più nazionalista il Governo jugoslavo, che chiede una soluzione pacifica e negoziata per un Kosovo multietnico o una leadership albanese separatista che vuole un Kosovo etnicamente puro conquistato con le armi in pugno? Cosa si intende per pulizia etnica? Chi l'ha realmente praticata, chi realmente subita nei Balcani? Fino a due mesi fa, gli albanesi (senza tante distinzioni di appartenenza statale) erano bersaglio di una forsennata e indifferenziata campagna razzista che li dipingeva tutti come trafficanti di droga e di prostituzione, tutti senza eccezione. Ora sono tutti dive ntati oppressi, indifesi ed eroici "combattenti per la libertà". Sono sempre gli stessi albanesi, tutti gli albanesi? O sono alcune frange particolarmente intraprendenti? E come mai questo repentino cambiamento?

* Argomenti su cui non sentiamo neanche una parola nei media.

1. I costi economici che dovremo pagare. Chi si ricorda delle polemiche sull'ONU che costava così tanto ai contribuenti e non riusciva a fare la pace in Bosnia. Una banca d'investimento americana, Lehman Brothers, calcola che un mese di bombardamento NATO costi 3 miliardi di dollari, mentre il "Financial Times", più realista e meno preoccupato del panico fra gli investitori, fornisce la stima di 20miliardi. Questo solo per quanto riguarda i costi militari. Se teniamo conto dei costi umani e materiali e di quanto ci costerà ricostruire la regione più tardi, garantire ai suoi abitanti un tozzo di pane e un minimo di cure mediche perché non muoiano a milioni come in Irak, possiamo parlare di 1-2 miliardi di dollari per ogni giorno di guerra.

2. Gli interessi del complesso militare-industriale. Interessi enormi, tutelati anche attraverso una tentacolare azione lobbystica, quando non di corruzione vera e propria, nelle sfere politiche.

3. Il ruolo dei vari servizi segreti e la loro infiltrazione nelle ONG e nelle "missioni di pace": OSCE docet!

4. Le proposte di pace di fonte indipendente e non-governativa. Ce ne sono state molte, da parte di organizzazioni che vantano una lunga esperienza nella soluzione pacifica dei conflitti (International Peace Bureau, Transcend, TFF, Sant'Egidio), ma nessun o ne parla. Si parla poco anche delle manifestazioni e iniziative per la pace in tutto il mondo, tranne che immediatamente a ridosso della presentazione di un ennesimo "piano di pace" ufficiale: i "sette punti" del G8, il piano tedesco di metà aprile, l'appello italiano di metà maggio, tutti "piani" completamente schiacciati sulle posizioni NATO e su Rambouillet, espressi in forma di diktat, senza consultare il Governo jugoslavo e senza sospendere i bombardamenti.

 

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