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Moni Ovadia: «Il Nobel ai rom: θ l’unico popolo senza una guerra»

10.07.2008 - San Rossore (PI)

Soli in Europa, gli zingari non hanno mai rivolto le armi contro un’altra popolazione. Chi li perseguita per me è un antisemita

Non è un caso che Claudio Martini, presidente della Regione Toscana e promotore degli incontri di San Rossore intitolati quest’anno “Contro ogni razzismo: capire le differenze, valorizzare le diversità”, abbia scelto Moni Ovadia come suo interlocutore per commentare la prima giornata del Meeting. Ovadia è italiano, vissuto fin da bambino a Milano, ma nato in Bulgaria da padre greco-turco e madre jugoslava con una piccola componente sefardita. Eccezionale uomo di teatro e di pace, scrittore, di sé ha scritto: «Io sono uno straniero perché ho un Paese, l’Italia, ma non ho una patria e non voglio averla. Tutto in me è straniero, straniera è la scuola che mi ha educato, straniera la mia condizione di ebreo».

«Sono straniero perché l’appartenenza nazionale non è secondo me, e mai potrà esserlo, metro di valutazione e di giudizio per chicchessia, così come non può esserlo l’identità etnica, religiosa o qualsiasi altra condizione accessoria all’unico status carico di senso che mi sento di riconoscere: quello di essere umano».

Parlare con lui di razzismo significa liberare un fiume in piena. Specialmente oggi:

«Puntare i riflettori sul pericolo dei rom è una vecchia manovra diversiva, tipica dei momenti in cui non si riesce a rispondere ai grandi problemi socio-economici del paese», accusa Ovadia.

«Di fronte al disagio sociale la parte più fragile della società, quella aggredita dalla vita e dal futuro più incerto, fornisce una risposta di consenso a questi provvedimenti: scaricare le responsabilità sullo straniero, sul diverso, diviene un elemento di conforto. È una vecchia tecnica. La usavano già i razzisti del Sud degli Stati Uniti, in modo che i diseredati bianchi sfogassero le proprie frustrazioni sui paria neri e si sentissero più importanti. Li convincevano che, tenendoli a bada, loro avrebbero vissuto meglio. E poi è stata usata dai nazisti e dai razzisti di tutte le epoche. La usano adesso anche i leghisti, e questo governo con loro».

Non le sembra un paragone alquanto esagerato?

«No, Gad Lerner ha giustamente ricordato che le leggi razziali contro gli ebrei (che settant’anni fa furono firmate dal re proprio qui a San Rossore) furono precedute da un censimento realizzato con grande celerità e riserbo, e con giustificazioni non molto dissimili dalle odierne. Si disse addirittura che era per il bene degli ebrei. È una vecchia storia. Credo che si abbia un notevole senso dell’umorismo, grottesco e involontario, quando si vuol far credere che persone come Borghezio, Gentilini o Calderoli, si preoccupino per i piccoli rom, e per questo vorrebbero prendere loro le impronte digitali. Lo so che si tratta di un apparentamento azzardato, ma il mio vuole essere un ponte sulla gravità simbolica di ciò che sta avvenendo».

Il paese, però, non insorge indignato...

«Io pongo una domanda: se un ministro dell’Interno tedesco avesse fatto una proposta del genere, avete idea di che cosa sarebbe successo in tutta Europa? Un putiferio. Eppure anche l’Italia ha avuto il fascismo, un sistema criminale, colonialista, guerrafondaio e genocida. Ce lo siamo già dimenticato? E perché? Perché i tedeschi hanno praticato la denazificazione, e si vede. In Italia invece la defascistizzazione non è mai avvenuta. Questo Paese ha conservato un embrione di mentalità fascista che questa destra è riuscita a risuscitare: oggi si respira un clima gravissimo di intolleranza e rifiuto dell’altro. Ma se gli stranieri lasciassero l’Italia, noi precipiteremmo in una crisi irreversibile: abbiamo bisogno di quei lavoratori».

Qualcuno più cinico correggerebbe: non dei rom...

«Se la pigliano con i rom perché, visto il loro tasso di alterità rispetto a tutti noi, trovano meno difensori, meno sostenitori. Come nemico da additare, lo zingaro è perfetto. Questo governo di destra adesso è molto carino con gli ebrei. E alcuni ebrei allocchi ci cascano. Ma per me chi perseguita gli zingari è un antisemita. Adesso lo fa con loro, prima o poi lo farà di nuovo con noi. Degli zingari si dimenticano la storia e le sofferenze: i nazisti ne hanno sterminati cinquecentomila. Ci si inchina di fronte alla maestà e alla sofferenza del dolore ebraico, ma non si fa altrettanto con i rom e con i sinti: viene mai rammentato che cosa abbiano passato nella ex Jugoslavia durante la guerra? Per questo l’Europa dovrebbe chiedere loro scusa. Come ha fatto il premier del Canada in una grande cerimonia davanti ai nativi d’America. Io l’ho proposto e lo rifarò: i rom meriterebbero il Nobel per la pace perché, unici in Europa, non hanno mai progettato né mai fatto una guerra contro altri popoli».

Tutto è cominciato con il terribile assassinio della signora Reggiani da parte di un rom.

«Da noi i reati più efferati sono commessi da italiani. E se giriamo nei quartieri spagnoli a Napoli non ci sentiamo inquieti? Ma chi di noi tollererebbe una specie di pulizia etnica nei vicoli di quella città? E poi lì c’è la camorra... Insisto, è più facile mettersi contro gli zingari».

Da che cosa nasce, secondo lei, il razzismo?

«Da una mancanza di relazioni e di conoscenza che favorisce questa tendenza oscura di scambiare l’uno per il tutto. Il razzismo è una forma di difesa di un’identità debole che si sente minacciata. Figurarsi oggi che la globalizzazione ha creato enormi minacce alla stabilità e alla sicurezza. Se chi governa ti dice: la colpa è di quello lì, ti offre un obiettivo su cui scaricare la tua instabilità. Adesso uso un’iperbole, sia chiaro, non è che un’iperbole: non voglio fare paragoni impropri, ma anche i nazisti all’inizio volevano solamente espellere gli ebrei dalla Germania. Ecco perché bisogna fare grande attenzione anche ai piccoli episodi di razzismo: una deriva è sempre possibile».

Che cosa può fare in concreto il Meeting che s’apre oggi a San Rossore?

«È un’operazione per riattivare i processi della democrazia, ricordare che il rispetto della legalità non deve valere solo per gli immigrati ma anche per i politici, e affermare che in una democrazia certe cose sono inaccettabili, punto e basta. Su certi argomenti occorre essere molto duri e severi. Io trovo esemplare il comportamento di “Famiglia cristiana” che ha scritto cose pesanti e senza mezzi termini sull’iniziativa di prendere le impronte ai bambini rom. Anche il cardinale Tettamanzi, arcivescovo di Milano, ha richiamato l’esigenza di ritrovare il senso del vivere civile. D’altronde, oggi dove sarebbe andato a nascere Gesù, la cui predicazione si è svolta presso i più disperati e degradati? Non sarebbe nato forse in un campo nomadi?».


Autore: Gianfranco Micali
Fonte: Il Tirreno



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15.07.2008Commento il nobel ai rom che mai hanno fatto guerre [micheluccio13]
forse non hanno fatto guerre perche' non hanno armi adeguate o cosa?...
22.08.2008Commento [diegosud]
dico a questo idiota che è antirazzista, per prima cosa gli zingari non han...


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