VOCI DA TUTTO IL MONDO IN SCENA A LINGUA MADRE
08.05.2008 - TorinoUn cartellone ricco e articolato alla rassegna che la Fiera per la quarta volta dedica a identità culturali e ibridazioni. Dalle «storie per un secolo» del serbo Aleksandar Gatalica alla Istanbul cosmopolita di Elik Shafak
Sarà forse (anzi di certo è) il grande frastuono intorno al boicottaggio contro la vetrina israeliana, sarà anche il precoce logoramento cui ogni formula, anche la più riuscita, è oggigiorno soggetta, sta di fatto che quest'anno l'edizione di Lingua Madre - la quarta dal suo fortunatissimo esordio nel 2005 - appare a prima vista più appannata, o per lo meno più periferica nello sguardo dei media, sempre propensi a inseguire notizie e casi, per non parlare degli sciagurati eventi.
Un peccato, davvero, perché con tutte le sue evidenti pecche (la più importante delle quali è la genericità del suo assunto, la pretesa di raccogliere, sotto le facili etichette delle «identità culturali», dei «meticciati», delle «ibridazioni», autori che di fatto in comune hanno soltanto la provenienza da paesi più o meno lontani dal centro dell'impero culturale anglostatunitense), Lingua Madre rappresenta all'interno della Fiera del Libro di Torino un palcoscenico privilegiato per scoprire attraverso voci e volti - e libri, naturalmente, sebbene in alcuni casi gli scrittori presenti non siano ancora tradotti in italiano - quanto possa essere variegato e polifonico il grande coro della letteratura mondiale.
L'Omega Club di Tbilisi
Di questa singolare opportunità, del resto, il pubblico della kermesse torinese si è dimostrato nelle scorse edizioni perfettamente consapevole, assiepandosi per ascoltare letture e conversazioni in lingue ignote ai più, e dunque tutto lascia pensare - e sperare - che, polemiche a parte, lo stesso miracolo finisca poi per riprodursi anche quest'anno, non foss'altro perché il programma di Lingua Madre, ancora una volta, gioca astutamente sulla ricchezza e sulla varietà delle proposte, alternando nomi già affermati nel nostro paese ad altri, totalmente sconosciuti.
Del tutto sconosciuti sono, per esempio, i protagonisti dell'incontro di stasera: introdotti dallo slavista Luigi Magarotto, saranno in scena al Lingotto quattro poeti e narratori georgiani - Levan Beridze, Emzar Kvitaishvili, Besik Kharanauli e Lia Sturua -, eredi contemporanei di una antica tradizione letteraria e artistica che ebbe la sua età dell'oro con i grandi cicli medievali di epica cavalleresca, e adesso giustamente desiderosi di far conoscere la produzione georgiana anche al di fuori dei confini del paese (non a caso Kharanauli e Sturua sono membri di un'associazione, Omega Club, fondata nel 2002 a Tbilisi proprio con l'obiettivo di promuovere la scena artistica della Georgia all'estero).
Dall'est nelle sue numerose declinazioni provengono non pochi dei protagonisti di Lingua Madre. Come il bulgaro Georgi Gospodinov di cui lo scorso anno Voland ha pubblicato il fortunato esordio narrativo, Romanzo naturale (che, uscito a Sofia nel '99, era diventato in patria un vero e proprio caso letterario per il suo sapiente intreccio di narrazioni, di ricordi della Bulgaria «sovietica» e di riflessioni filosofiche) e di cui ora arriva in libreria per la stessa casa editrice, la raccolta di racconti ...e altre storie (traduzione di Giuseppe Dell'Agata, pp. 128, euro 11), anch'essi giocati su un doppio registro di quotidianità e di riflessione.
O come il serbo Aleksandar Gatalica, a lungo critico musicale per il «Programma 202» di Radio Belgrado, il cui Secolo. Cento e una storie di un secolo (da poco uscito per Diabasis, traduzione di Silvio Ferrari e Aleksandra Dzankic, pp. 415, euro 19,50) si confronta volutamente - come sottolinea Predrag Matvejevic nella prefazione - con Il mio secolo di Günter Grass: anche qui una serie di racconti cadenza i cento anni che abbiamo alle spalle, mettendo in scena, sullo sfondo delle grandi capitali del mondo, da Mosca a Berlino, da Roma a Buenos Aires, frammenti di esistenze, figure marginali, comparse che assumono il ruolo di portavoci di un'epoca. (Ed è in qualche modo degno di nota che per connotare il 1994 Gatalica abbia scelto proprio una comparsa, un attore italiano di second'ordine che aveva fatto «un provino per il manifesto preelettorale di Forza Italia ed era uno di quelli che sulla fotografia applaudono freneticamente Berlusconi»).
Sulle rive del Bosforo
Ancora da est, dall'oriente ormai sempre meno esotico e sempre più vicino del subcontinente indiano, arrivano altri scrittori di Lingua Madre, dalla bengalese Selina Sen, al suo esordio con Lo specchio si fa verde a primavera (appena pubblicato da Neri Pozza, traduzione di Federica Oddera, pp. 384, euro 18), ennesima saga al femminile in bilico fra storia e cronaca familiare, a Vasugi V. Ganeshananthan, che in Amore e foglie di tè (Garzanti, traduzione di Laura Prandino, pp. 317, euro 17,60) ha provato a descrivere il suo Sri Lanka fuori dalle convenzioni. Scegliendo però, anche lei, di incorniciare le proprie trame all'interno della storia di una grande famiglia: opzione all'apparenza quasi obbligata per i giovani - e meno giovani - narratori provenienti da quell'area geografica. E sarebbe interessante capire quanto ciò sia dovuto al peso della tradizione letteraria, e quanto alle mode editoriali che negli ultimi anni hanno premiato questo tipo di ingombranti romanzi.
Si inserisce del resto in questo filonedi saghe familiari anche l'autrice turca Elik Shafak con il suo romanzo di esordio, La bastarda di Istanbul, uscito con successo lo scorso anno per Rizzoli che manda adesso in libreria, giusto in tempo per la Fiera del Libro, la sua seconda prova narrativa, Il palazzo delle pulci (pp. 450, euro 19,50), nuova dichiarazione amorosa da parte della scrittrice turca per gli ambienti cosmopoliti della metropoli in riva al Bosforo.
C'è quindi da scommettere che l'incontro con Shafak sarà uno dei più affollati di Lingua madre, vuoi per lo stile accattivante e colorito che le aveva guadagnato, oltre che il favore del pubblico internazionale, le pubbliche lodi di Orhan Pamuk - secondo il quale si tratta della «scrittrice turca più dotata della sua generazione» - vuoi per la sua capacità di affrontare con piglio insieme risoluto e lieve un argomento ancora tabù in Turchia qual è il dramma del genocidio armeno. (E per questo l'autrice ha infatti dovuto subire un processo ed è stata poi oggetto di ripetute minacce). Un tema che viene affrontato anche in un altro degli appuntamenti della rassegna torinese, quello con Fethiye Çetin che, impegnata come avvocato nella difesa dei diritti umani nel suo paese, ha scoperto, già adulta, di avere origini armene (la nonna era stata, con il fratello, l'unica superstite di una famiglia sterminata nel massacro del 1915) e intorno a questa storia insieme personale e collettiva ha imbastito un intenso memoir, Heranush mia nonna, uscito di recente per Alet (traduzione di Fabrizio Beltrami, pp. 107, euro 12).
Dall'Oriente vicino e lontano al grande West statunitense, passando per la Catalogna di Jaume Cabré (il cui Le voci del fiume, pubblicato mesi fa dalle edizioni La Nuova Frontiera, salda anch'esso memoria individuale e memoria storica, riuscendo a trattare un tema cruciale, e assai frequentato nella letteratura iberica di questi anni, la guerra civile e l'impossibilità del perdono, da una prospettiva inusuale).
Anche dall'altra parte dell'Atlantico le complesse dinamiche all'interno di un nucleo familiare restano la materia più maneggevole (e maneggiata) per conferire vitalità al racconto degli avvenimenti storici. Così, nella sua rivisitazione del massacro di Mountain Meadows, perpetrato nel 1857 da un gruppo di mormoni insieme ai loro alleati indiani ai danni di una carovana diretta verso la California, la canadese Alissa York sceglie come protagonista del romanzo La quarta moglie (Giunti, traduzione di Roberto Serrai, pp. 48, euro 16,50) la più giovane delle spose di un vecchio cacciatore mormone, ignara testimone, anni prima, di quella carneficina - con il risultato che quella lontana violenza a mano a mano assume contorni più precisi, riverberandosi nelle quotidiane tensioni di questa famiglia allargata.
Indigenisti avanguardisti
A coloro che poi, dentro il contenitore di Lingua Madre cercano le «identità culturali» e i «meticciati» promessi dal manifesto fondativo della rassegna, il programma è generoso di occasioni interessanti. Sicuramente espressione di una forte «identità culturale» è per esempio il peruviano José Luis Ayala, che per le sue poesie (tradotte in Italia da Gorée con il titolo Muyu Pacha / Tempo circolare) utilizza la lingua andina aymara, ricollegandosi alla scuola «indigenista-avanguardista» degli anni Venti.
Mentre sul fronte delle «ibridazioni», quale migliore esempio del trentenne Nirpal Dhaliwal (autore di Turismo, appena uscito per Guanda nella traduzione di Corrado Piazzetta, pp. 285, euro 15), nato in Inghilterra da genitori emigrati dal Punjab, e a Londra assai noto, non tanto per le sue doti di scrittore, quanto per il suo tempestoso matrimonio - ora finito - con la giornalista Liz Jones, che delle loro avventure e disavventure coniugali ha tenuto un diario in pubblico sulle colonne del «Daily Mail»?
Autore: Maria Teresa Carbone
Fonte: Il Manifesto