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LALLARGAMENTO DELLEUROPA AI PAESI DELLEST
29.02.2008
Pubblichiamo un saggio di Cristina Carpinelli, ricercatrice del CESPI (Centro Studi Problemi Internazionali) di Milano, sull'allargamento dell'Unione Europea ai paesi dell'Est. Si ringrazia il sito resistenze.org per la gentile concessione.
L’allargamento:
L’Unione
europea comprende attualmente 27 Stati membri. Dall’Europa a sei (con il
Belgio, la Francia, la Germania, l’Italia, il Lussemburgo e i Paesi Bassi)
sorta nel dopoguerra, 21 nuovi paesi hanno aderito all’Unione, e
cioè: Danimarca, Irlanda e Regno Unito (1973); Grecia (1981); Spagna e
Portogallo (1986); Austria, Finlandia e Svezia (1995); Cipro, Malta, Estonia,
Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia[1],
Slovenia, Bulgaria e Romania (2004-2007). La Macedonia, la Croazia e la Turchia hanno lo status di paesi candidati[2].
I paesi dei Balcani occidentali attualmente impegnati nel processo di
stabilizzazione e di associazione hanno lo status di candidati potenziali.
Oltre alla Macedonia e alla Croazia, che sono già paesi candidati, si tratta di
Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Serbia (compreso Kosovo) come definito
dalla risoluzione n. 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Le
recenti elezioni in Serbia, che hanno visto l’affermazione del presidente
uscente moderato ed europeista Boris Tadic sul candidato nazionalista del
partito radicale serbo Tomislav Nikolic, confermano la strada scelta dalla
Serbia in direzione dell’UE, tenendo comunque in dovuto conto che il successo
di Tadic su Nikolic è una “vittoria di misura” (con il 50,6% di preferenze per
Tadic contro il 47,7% di preferenze per l’avversario Nikolic)[3],
e che la recente dichiarazione d’indipendenza del Kosovo modifica il quadro dei
rapporti tra UE e Serbia, dato che il neo-eletto presidente ha affermato che
non intende rinunciare all’integrità territoriale della Serbia.
I
cittadini, che fanno parte dell’Unione europea sono a tutt’oggi 450 milioni, di
cui 75 milioni sono costituiti dagli ultimi ingressi (2004-2007). Un’entità
maggiore se comparata a quella degli Usa, che contano attualmente circa 303
milioni di abitanti.
La fase di
pre-adesione: Dalla
contrapposizione tra UE e paesi aderenti al COMECON (Urss compresa) si perviene
alla Dichiarazione di Lussemburgo (25 giugno 1988), che apre la strada alla
prime relazioni diplomatiche formali tra UE e paesi del COMECON, presupposto
della nascita dei primi Accordi detti di “prima generazione” di natura solo commerciale.
Dopo la
caduta del muro di Berlino, questi Accordi sono stati sostituiti dagli Accordi
commerciali e di cooperazione detti di “seconda generazione”. Scopo di questi
ultimi non è soltanto quello di favorire le relazioni commerciali con i paesi
dell’Europa centro-orientale (Peco), ma anche quello di aiutare questi paesi a
trasformare le loro economie da pianificate (o di piano) ad economie di libero
mercato. Noto è il “Programma di aiuto alla ricostruzione economica” (Phare -
Poland and Hungary: Action for the restructuring of the economy), che è stato
il principale strumento di aiuto a favore dei Peco. Avviato nel 1989 per
sostenere la ricostruzione delle economie della Polonia e dell’Ungheria, è
stato progressivamente esteso all’insieme dei paesi dell’Europa centrale e
orientale. Nel 1994 questo programma è stato assorbito dentro gli Accordi
Europei ed è diventato uno strumento fondamentale di preadesione. Da allora
esso ha inteso sostenere principalmente i paesi candidati nel processo di
adozione e di applicazione dell’“acquis” comunitario e prepararli alla gestione
dei fondi strutturali. In questa prospettiva si era concentrato su tre
priorità:
- consolidamento
delle strutture istituzionali e amministrative (“institutional building”);
- passaggio
da un sistema amministrativo di tipo burocratico-accentrato ad uno decentrato
tipico della costruzione comunitaria[4];
- finanziamento
degli investimenti.
Dal 1994 le
missioni di Phare sono state, quindi, adeguate alle priorità e alle esigenze di
ciascun paese candidato. Il Phare è stato completato nel 2000 (con Agenda
2000) dal programma ISPA (Instrument for Structural Policies for
pre-Accession) relativo all’ambiente e ai trasporti e dal programma SAPARD (Special Program of Pre-Accession for Agriculture and Rural
Development) relativo al settore agricolo.
Gli
Accordi commerciali e di cooperazione sono stati nel tempo sostituiti dagli
Accordi di associazione, che erano composti da una parte commerciale
(istituzione di zone di libero scambio tra la Comunità e i paesi associati) e da una parte giuridica (avvicinamento delle legislazioni), e
che avevano come obiettivo finale l’ingresso di ognuno degli Stati associati
nell’Unione Europa. Successivamente questi Accordi sono stati trasformati in
Accordi di associazione rafforzati o Accordi europei, che a differenza dei
primi avevano anche come obiettivo la creazione degli organi preposti a seguire
l’attuazione dei Trattati di associazione per il raggiungimento dell’obiettivo
finale: l’ingresso di ognuno degli Stati associati nell’Unione Europa. Ecco
perché gli Accordi europei si possono definire veri e propri strumenti di
preadesione. I Peco, che intendevano aderire all’UE, dovevano prima ancora
aderire agli Accordi europei. In questi ultimi erano già poste le basi fondamentali
per l’ingresso in Europa: a) liberalizzazione degli scambi (attraverso forme di
unione doganale che consentissero la libera circolazione di beni, capitali,
servizi e persone); b) forme di cooperazione economica e finanziaria
finalizzate all’impiego di tutti gli strumenti funzionali alla ristrutturazione
dei singoli paesi verso un’economia di mercato; c) sviluppo del dialogo
politico mirato a far convergere le posizioni dei vari paesi nel campo della
politica estera e della sicurezza comune europea.
Un
ulteriore passo verso l’ampliamento si è realizzato con il Consiglio europeo di
Copenaghen (21/22 giugno 1993), che ha definito i criteri imprescindibili che
ogni Stato candidato all’adesione avrebbe dovuto soddisfare[5]:
- il criterio politico: la presenza
di istituzioni stabili tali da garantire la democrazia, lo stato di
diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro
tutela;
- il
criterio economico: l’esistenza di un’economia di mercato affidabile e la
capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione
concorrenziale all’interno dell’Unione;
- il criterio dell’“acquis
comunitario”[6]:
l’attitudine necessaria per accettare gli obblighi derivanti dall’adesione
e, segnatamente, gli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria.
In sostanza, una piattaforma comune dei diritti e degli obblighi che
vincolano l’insieme degli Stati membri nel contesto dell’Unione europea.
Ciò ha significato per i Peco l’assunzione di una quantità enorme di atti
legislativi da immettere nel proprio ordinamento giuridico per il
recepimento dell’“acquis”.
Nello stesso
anno (1993) è entrato in vigore il Trattato di Maastrich, che ha definito
tempi, criteri e istituzioni per la creazione della moneta unica europea, e che
ha introdotto i tre pilastri dell’Unione Europea:
- la “Comunità Europea”, che
riunisce tutti i trattati precedenti (CECA - Comunità Europea del Carbone
e dell’Acciaio, EURATOM - Comunità Europea dell’Energia Atomica e CEE -
Comunità Economica Europea);
- la Politica estera e di sicurezza comune (PESC), che comprende la Politica estera di sicurezza e difesa (PESD);
- la Cooperazione nei settori della Giustizia e Affari interni (GAI)[7].
Forte impatto
psicologico ha rappresentato l’introduzione della Cittadinanza dell’Unione
Europea.
Tutto
quanto detto ha preceduto la fase del vero e proprio negoziato tra l’UE e i
Paesi candidati all’adesione avviatosi dal 1998 e conclusosi nel dicembre 2002 in occasione del Consiglio europeo di Copenaghen, durante il quale è stato stabilito che i Peco
(compresi Malta e Cipro) sarebbero entrati nell’UE il 1 maggio 2004:
“(…) 3. Il Consiglio europeo svoltosi a
Copenaghen nel 1993 ha avviato un processo ambizioso per superare l’eredità del
conflitto e della divisione in Europa. La giornata odierna rappresenta una
pietra miliare storica e senza precedenti del completamento di tale processo
con la conclusione dei negoziati di adesione con Cipro, Repubblica Ceca,
Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica slovacca e
Slovenia. L’Unione si rallegra ora di accogliere questi Stati quali
membri a decorrere dal 1º maggio 2004. Questo risultato prova la determinazione
comune dei popoli dell’Europa a confluire in un’Unione che è diventata la forza
trainante per conseguire la pace, la democrazia, la stabilità e la prosperità
nel nostro continente. In qualità di membri a pieno titolo di un’Unione fondata
sulla solidarietà, questi Stati svolgeranno pienamente il loro ruolo nel dar
forma all’ulteriore sviluppo del progetto europeo”[8].
Altre
tappe importanti precedenti all’ingresso dei Peco e di Cipro e Malta nell’UE
sono state: a) la firma nel febbraio 2003 del Trattato di Nizza (2001), con cui
sono state individuate le modifiche necessarie per permettere alle istituzioni
comunitarie di funzionare anche dopo l’ingresso di 12 nuove Nazioni (Peco,
Cipro e Malta, Romania e Bulgaria); b) il referendum popolare d’approvazione
del Trattato di adesione all’UE svoltosi nei paesi candidati tra
marzo-settembre 2003[9];
c) la Convenzione europea del luglio 2003, che aveva il compito di proporre
alla Conferenza intergovernativa (Cig)[10] del 2003-2004 le riforme necessarie per far funzionare l’UE dopo
l’allargamento; d) la Conferenza intergovernativa dell’ottobre 2003 - giugno
2004, che ha ratificato i cambiamenti nella struttura istituzionale e giuridica
dell’UE necessari per l’integrazione dei nuovi paesi candidati[11].
La fase
dell’adesione: Benché
i dieci paesi (Peco, Cipro e Malta) avessero soddisfatto principalmente i
criteri politici e non quelli economici si è arrivati alla scelta
dell’accelerazione (del “big-bang”), cioè dell’ingresso simultaneo di quasi
tutti i paesi candidati (esclusi Macedonia, Croazia e Turchia). Il 1 maggio
2004 i Peco, Malta e Cipro (greca) sono entrati in Europa.
Tra il 10 e
il 13 giugno 2004, i 25 Paesi dell’UE hanno eletto i propri rappresentanti al
Parlamento europeo. Il livello di astensionismo riscontrato nei nuovi Stati
membri è stato elevato, sintomo di apatia e disaffezione accumulate negli anni
della transizione. Non è poi così difficile individuarne le ragioni: la
consapevolezza ormai ampia e vissuta di una situazione di disagio economico e
sociale, d’incertezza sul futuro diffusa un po’ in tutti questi paesi; la
convinzione che le politiche neoliberiste ovunque prevalenti ne sono responsabili.
Infine una generale insofferenza rispetto alla mediocrità e all’arroganza del
ceto politico che gestisce il potere alternandosi. Approfittando di questo
appuntamento elettorale, gli abitanti dei Peco hanno espresso innanzi tutto un
malcontento rispetto alle politiche dei governanti dei loro paesi, ma anche un
certo euroscetticismo, dove sotto lo stesso termine si sono collocate forze
diverse. Forze che intendevano difendere le prerogative nazionaliste (con forti
accenti populisti e sciovinisti), e forze che dichiaravano il loro “no” nei
confronti di un’Europa “thatcheriana”, considerata come una grande area di
libero scambio controllata dalle multinazionali occidentali.
Certo,
l’esito del referendum popolare d’approvazione del Trattato di adesione all’UE
svoltosi in questi paesi tra marzo-settembre 2003 era andato complessivamente
meglio. Aveva registrato una partecipazione al voto più alta. In Polonia, per
il referendum votava il 58,5% dei cittadini, mentre per il parlamento europeo
il 20,4%. In Slovacchia, la partecipazione al voto per il referendum era stata
del 52,1% contro il 16,6% per il parlamento europeo. Riguardo all’ultimo esito
elettorale, degli otto Peco solo la Lettonia aveva avuto una partecipazione
sopra la media europea (48,2%), mentre la Slovacchia raggiungeva la percentuale più bassa (16,6% degli aventi diritto)[12].
Nell’insieme, la partecipazione al voto dei Peco era stata del 26,4% contro una
media europea del 45,5%. Va anche detto che la media europea si era nel corso
degli anni abbassata: la partecipazione al voto nel 1979 era stata del 63%,
riducendosi al 45,5% nel 2004.
Oltre
alla bassa partecipazione al voto delle europee, in alcuni di questi paesi si
sono rafforzati partiti e movimenti decisamente “euroscettici”. Emblematico è
il caso della Polonia, dove il Partito dell’autodifesa polacca e la Lega cattolica delle famiglie polacche hanno raccolto molti consensi. L’anno dopo,
nell’ottobre 2005, alle elezioni presidenziali (seguite alle elezioni politiche
del settembre 2005) è stato eletto Lech Kaczynski. Iniziava l’era degli
euroscettici e germanofobi gemelli Kaczynski (Jaroslaw Kaczynski era eletto
primo ministro della Polonia il 14 luglio 2006) durata circa 2 anni[13].
Tuttavia, la vittoria nell’ottobre 2007 di Donald Tusk, leader del principale
partito di opposizione, Piattaforma Civica, vicino al Partito popolare europeo
di cui fa parte anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, ha aperto una
stagione nuova e più promettente nei rapporti tra la Polonia e l’UE. Per ragioni opposte, significativo è anche il caso della Repubblica Ceca,
dove alle elezioni europee del 2004 il partito comunista ha ottenuto il 20,3%
dei consensi. La grave situazione interna, determinata anche dalle politiche
sollecitate dal FMI e dalla Banca Mondiale e adottate dai governi che si sono
susseguiti, hanno favorito il Partito comunista ceco che si era decisamente
schierato contro la destra liberista e filo-occidentale. Le elezioni del 2006
hanno visto il ridimensionamento del partito comunista (12,8% - pur rimanendo
il terzo partito) e il rafforzamento di un’esasperata campagna interna
anti-comunista e sciovinista che già da tempo dilagava in molti Peco. Il governo socialdemocratico di Jiri Paroubek, accusato di malavita
e corruzione, lasciava il posto alla destra, cioè a Mirek
Topolanek, leader dei Democratici Civici.
I
Peco si considerano cittadini europei di seconda classe, temono di perdere la
loro sovranità nazionale (acquisita dopo anni di subalternità) e di diventare
colonie economiche dell’Occidente. Molti di loro si sentono più atlantisti che
europeisti. I paesi Baltici a suo tempo avevano aderito alla proposta ventilata
da Bush di costruire un “fronte unico in funzione antirussa”. La Nato dell’Est si è sviluppata molto rapidamente. Dalla prima espansione del 1999 - Polonia,
Cechia, Ungheria - che ha provocato la forte reazione della Russia, a quelle
del marzo 2004 - Estonia, Lettonia, Lituania, che hanno sbarrato la frontiera
baltica; Slovacchia, che completava la chiusura dell’Europa centrale; Slovenia e
soprattutto Bulgaria e Romania, che sigillavano la frontiera occidentale del
Mar Nero, estendendone il controllo Nato dalla Georgia al delta del Danubio.
Il
29 ottobre 2004 in una solenne cerimonia a Roma è stato firmato il Trattato
costituzionale dell’Unione Europea (abbozzato nella Cig 2003-2004).
Contestualmente veniva stabilito che entro due anni tutti gli Stati membri
avrebbero dovuto pronunciarsi (in forma diretta - referendaria; indiretta -
parlamentare). Il Trattato è stato firmato anche dai paesi candidati: Bulgaria,
Romania e Turchia. Parte integrante del Trattato era la “Carta dei diritti
fondamentali dell’UE”, sottoscritta da Parlamento, Consiglio e Commissione e
proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, che definiva un gruppo di diritti e di
libertà di eccezionale rilevanza da garantire a tutti i cittadini dell’Unione.
A questo evento sono seguite alcune ratifiche da parte di vari Stati membri.
Il
29 maggio 2005 il referendum francese ha detto “no” alla Costituzione Europea (54,87%
di
“no” contro il 45,13% di “sì”, con un’affluenza alle urne molto alta: 70%).
Un colpo decisamente basso per l’Europa, soprattutto se si pensa che la Francia è uno dei paesi fondatori della Comunità europea, aggravato anche dall’esito del
referendum olandese (1 giugno 2005) che, con il 61,6% di “no”, bocciava la Costituzione Europea. Si demandava, tuttavia, alla Conferenza intergovernativa di elaborare
entro due anni il Testo definitivo del Trattato costituzionale.
Il
19 ottobre 2007 il Consiglio europeo informale di Lisbona ha adottato il testo
definitivo del Trattato costituzionale, rielaborato nell’ambito di una
conferenza intergovernativa, e il 13 dicembre 2007 i capi di Stato e di governo
dei 27 Stati membri dell’Unione europea hanno firmato il Trattato di Lisbona,
che sostituiva il Trattato costituzionale dell’UE.
Il
17 dicembre 2005 è stato approvato il bilancio comunitario 2007-2013
(precedentemente bocciato in giugno), che assegnava l’1,045% del Pil alle spese
europee. In quel bilancio, l’impegno di spesa previsto per i fondi strutturali
era destinato per il 47% ai Paesi UE-15, mentre per il 53% ai nuovi Stati
membri. Questa scelta (la stessa Merkel, il cui ruolo di mediazione aveva
consentito l’approvazione del bilancio, rinunciava alle spese previste per i Länder
tedeschi) ha sollevato reazioni negative nei paesi dell’Ovest, che non hanno
accettato di buon grado la disparità di spesa fra paesi dell’UE prevista dal
bilancio comunitario. Per quanto riguarda i tedeschi, il loro ricordo correva
ai tempi della riunificazione tedesca, quando i trasferimenti e gli
investimenti verso la Germania orientale furono finanziati attraverso
l’espansione del debito, facendo salire ad un livello vertiginoso il debito
pubblico totale, risanato in parte con l’aumento del prelievo fiscale alle
imprese ma soprattutto con i tagli alla spesa sociale.
Per quanto
riguarda l’adozione dell’euro da parte dei nuovi paesi, i primi che hanno
previsto la sua adozione sono stati Slovenia, Estonia e Lituania. Dal 1 gennaio
2007 la Slovenia ha adottato l’euro. Non l’Estonia e la Lituania, a causa dell’eccessiva inflazione, ma che prevedono, insieme con la Lettonia, di adottarlo il 1 gennaio 2010. Dal 1 gennaio 2008 anche Cipro e Malta hanno
adottato l’euro. La Slovacchia potrebbe adottare la moneta unica nel 2009,
mentre la Polonia nel 2011. Per Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania
l’adozione è prevista nel 2012-2014.
L’ingresso di
Romania e Bulgaria: I
due paesi figuravano nell’elenco dei paesi candidati stilato a Lussemburgo nel
1997. Tuttavia, mentre gli altri Stati dell’Europa centro-orientale hanno fatto
passi avanti tali da portarli dentro l’UE, la Bulgaria e la Romania presentavano un cammino più lento e difficile, dovuto in particolare
alla loro critica situazione interna. Le carenze maggiori si sono avute nei
settori dello sviluppo agricolo, delle infrastrutture di trasporto e ambientali
e nelle politiche occupazionali, nonché nella coesione economico-sociale e
nello sviluppo istituzionale connesso all’applicazione dell’“acquis” europeo.
In particolare, per la Romania i problemi maggiori hanno riguardato
l’adeguamento giuridico ed economico agli standard europei, soprattutto in
materia d’imposizione fiscale, giustizia e affari interni. Per la Bulgaria si era rivelata molto critica la situazione del sistema giudiziario. Per queste
ragioni è stata rinforzata l’assistenza finanziaria, con circa un 40% in più di
stanziamenti nel 2006, per i programmi Phare[14],
Ispa e Sapard[15].
Come previsto dal Trattato di adesione all’UE, firmato il 25 aprile 2005, il 1
gennaio 2007 Bulgaria e Romania sono entrate in Europa.
Da
qui in avanti, tra i Peco saranno compresi anche questi due paesi, pur
appartenendo quest’ultimi all’Europa sud-orientale.
Alcuni dilemmi dell’Unione
Europea a 27: L’allargamento
dell’Unione, tradotto in cifre, ha portato, rispetto all’Unione a 15, solo ad
un aumento del 5% del PIL comunitario, a fronte di un incremento del 30% della
popolazione. Questo perché i nuovi Paesi Membri (NMs) hanno un reddito pro
capite medio corrispondente al 47% di quello dell’Unione a 15, cioè meno della
metà. La Slovenia rappresenta un caso a sé stante, avendo un Pil pro-capite
pari all’82% della media UE-25[16].
Non va
dimenticato che nel corso degli anni novanta, questi paesi hanno adottato i
c.d. piani di aggiustamento strutturale del FMI e della Banca mondiale, le cui
politiche di liberalizzazione dei prezzi (terapie-shock) hanno prodotto tassi
iperinflativi, cui si è posto rimedio con ricette di stabilizzazione economica
e monetaria (demonetizzazione, aumento del prelievo fiscale alle imprese di
Stato e delle tasse, tagli alla spesa sociale ecc.), che hanno pesantemente
contratto il mercato interno. Si è, inoltre, proceduto alla chiusura delle
imprese statali e alla privatizzazione di ampi settori economici, in un momento
in cui anche il welfare state subiva un notevole ridimensionamento.
Ancora oggi, in Polonia, a seguito della distruzione dell’industria statale e
della privatizzazione dell’agricoltura, la disoccupazione è di circa il 15% (è il paese con il più alto tasso di disoccupazione in
Europa). Nei Peco più di dieci milioni di posti di lavoro sono andati
persi negli anni novanta.
Per quanto
riguarda la Politica agricola comune (PAC), l’estensione delle sue provvidenze
alle agricolture dei nuovi Stati membri ha provocato un notevolissimo aggravio
per il bilancio complessivo dell’UE[17].
Si è affermata, inoltre, la tendenza ad andare verso una modifica degli
equilibri quantitativi della spesa agricola. I pagamenti diretti agli
agricoltori e alla gestione del mercato agricolo non sono più prioritari
rispetto a quelli finalizzati allo sviluppo rurale e all’ammodernamento delle
aziende del settore. Tuttavia, quest’inversione di tendenza è avvenuta in un
momento in cui gli effetti dello smantellamento o della riconversione delle
aziende agricole da statali a private sui livelli di vita degli agricoltori e,
più in generale, della popolazione agricola sono ancora evidenti. Occorre,
inoltre, che siano effettivamente applicate le restrizioni temporanee all’acquisto
da parte di investitori stranieri di terreni agricoli nei Peco (es: sino al 2014 in Polonia), così come stabilito nei negoziati finali di Copenhagen
del 13 dicembre 2002[18].
Con
l’allargamento sono aumentate le disparità all’interno dell’Unione. La constatazione
di queste disparità ha obbligato l’Europa a rafforzare il ruolo dei fondi
strutturali europei[19] e, più in generale, delle politiche di coesione. L’UE ha, quindi, deciso di
destinare quantità sempre più consistenti del proprio bilancio ai fondi strutturali.
Il livello del PIL dei nuovi Paesi membri ha drasticamente abbassato il valore
medio del PIL europeo eleggibile ai fondi strutturali. In questo modo, molti
paesi (o regioni) occidentali, che prima
ricevevano i
fondi strutturali, con
l’ingresso dei Peco ne sono rimasti esclusi. Infine, la quota di Pil da
destinare ai fondi strutturali è cresciuta, poiché sono aumentati i paesi o le
regioni da sovvenzionare, anche se minori sono le somme disponibili per ogni
paese. Questa situazione ha avuto ripercussioni negative sui paesi dell’UE-15,
che avevano già espresso delle preoccupazioni prima ancora che l’Unione si
allargasse. Secondo le inchieste ufficiali dell’Euro-barometro dell’Unione
europea, la metà dei belgi temeva un rialzo della disoccupazione ed un
contributo finanziario più elevato del loro paese (dunque del contribuente)
determinato dall’ampliamento europeo.
Per il momento i maggiori importatori di beni e
servizi sono i Peco, bisognosi come sono di beni d’investimento e di servizi
finanziari. Le loro industrie sono infatti più deboli e meno concorrenziali di
quelle occidentali. Con il risultato che il debito attuale dei Peco verso le
banche europee e americane si aggira intorno ai 165 miliardi di dollari e che
la loro bilancia commerciale non è in attivo. Al contrario, la bilancia
commerciale dei paesi occidentali con i Peco registra anno dopo anno delle
eccedenze. In sostanza, non è l’Europa che finanzia i nuovi paesi membri, ma
sono questi che finanziano i paesi ricchi europei. Molte imprese italiane, in
particolare del nord-est, hanno investito nei nuovi paesi membri, spostando
segmenti della propria attività produttiva in quelle aree. Lo scambio
commerciale complessivo dell’Italia con questi paesi ha visto un livello
d’esportazioni che nel 2001 ha raggiunto la cifra di 14.476,7 milioni di euro a
fronte di 8.587,9 milioni di euro d’importazioni dalla stessa area. Dopo la Germania, l’Italia è il principale esportatore verso i Peco. Per le multinazionali
occidentali ciò costituisce un segnale positivo poiché - dicono - contribuisce
a creare imprese e nuovi posti di lavoro. In realtà, le pratiche di
delocalizzazione (le imprese occidentali hanno in questi anni trasferito o
tutto il loro impianto produttivo oppure segmenti della loro filiera produttiva
nei nuovi paesi, sfruttando l’occasione data da costi del lavoro competitivi) e
di “outsourcing” (le imprese occidentali hanno esternalizzato alcune fasi del
processo produttivo, ricorrendo ad altre imprese e/o servizi per il loro
svolgimento) adottate dalle multinazionali hanno teso a calmierare la pressione
salariale nei paesi occidentali, poiché la merce-lavoro è stata posta su un
piano di forte concorrenza, inducendo in quest’ultimi paesi un certo
appiattimento al ribasso dei salari dei lavoratori dipendenti, che vedono il
proprio lavoro sempre più precario e mal retribuito o addirittura trasferito
altrove. Un sondaggio d’opinione dell’Istituto tedesco “Forsa” ha rivelato che
più della metà della popolazione tedesca (52%) ha giudicato l’allargamento
dell’Europa come un danno. Tre quarti hanno, inoltre,
temuto di vedere
spostate le opportunità di lavoro verso l’Europa dell’Est. L’allargamento
dell’UE ha consentito alle multinazionali e alle grandi imprese l’aumento del
commercio, maggiori possibilità d’investimento e di accumulazione del capitale,
ma i benefici sull’economia interna dei paesi dell’Europa occidentale è stata
assai modesta. In più, sono aumentati i costi che i cittadini di questi paesi
(in quanto contribuenti) hanno dovuto sostenere
per l’UE (es: PAC, fondi
strutturali, mercato del lavoro ecc).
Interi
settori delle imprese pubbliche industriali dei Peco sono stati acquistati dai
concorrenti occidentali che li hanno chiusi o integrati nel loro gruppo. La
banca francese Société Générale ha acquistato la più grande banca ceca, la Komerčni Banka, licenziando metà del personale (senza che gli 8mila dipendenti espulsi
scioperassero un solo minuto). La Polonia ha venduto nel 2000, privatizzandola,
la Telecom nazionale (Telekomunikacja Polska) alla France Telecom (2000) e nel
2004 la sua banca più grande (PKO BP) ha emesso il 30% delle azioni sul
mercato. I maggiori investimenti diretti esteri (occidentali) si sono
concentrati laddove è richiesta manodopera a bassa qualifica e a basso costo
(per esempio nel settore dell’assemblaggio delle automobili, nell’edilizia, nei
trasporti e agricoltura), e dove non ci sono troppi vincoli riguardo al
rispetto della clausola sociale (questi sono i settori dove nei paesi
dell’Ovest è, a sua volta, concentrata la massima forza-lavoro immigrata
clandestina). La Slovacchia è il paese in cui si assembla il più grande numero
di automobili per abitante al mondo. La DHL ha investito un progetto per 500
milioni di euro nella Repubblica Ceca. La Philips si è già installata in Ungheria, dove gli stipendi sono cinque volte più bassi che in Europa occidentale, e la Siemens ha previsto la delocalizzazione da cinque a diecimila posti di lavoro.
L’“outsourcing”
è così distribuito: test e multimedia nella Repubblica Ceca, gestioni di
supporto in Ungheria, consulting IT o integrazione di sistemi in Polonia. Per
l’“outsourcing”
di “processo di mestiere”: centri-chiamate (call-centers)
nella Repubblica Ceca, in Ungheria e Polonia; gestione di stipendi e querele, e
delle risorse umane in Polonia. Nei Peco più sviluppati le imprese occidentali
concentrano compiti ed operazioni di alto livello (sviluppo applicativi di alto
livello, outsourcing d’infocenters ecc.), potendo contare su una manodopera
qualificata e potendo giustificare costi più elevati. In sostanza, si concentra
in queste aree quella che nel gergo economico è definita l’“economia della
conoscenza” (ricerca, sviluppo tecnologie avanzate ecc.). In quelli meno
sviluppati (es: Bulgaria, Slovacchia, Romania), le multinazionali concentrano,
invece, compiti compatibili con prestazioni e competenze low-cost. In
sostanza, attuano una vera e propria capitalistica divisione naturale del
lavoro. Per il momento, per le multinazionali occidentali è più attraente
l’“outsourcing” nearshore, tenuto conto anche di una serie di indici:
tasso d’Iva, tasse, stabilità economica e/o politica, eventuali sussidi locali,
disponibilità di risorse umane, qualità dell’insegnamento, conoscenze
linguistiche, affinità culturali ecc. Ma nel caso l’Est europeo dovesse
diventare troppo caro per il lavoro non qualificato o di massa, allora
l’“outsourcing” prenderà sicuramente una direzione offshore (ad esempio,
verso l’Asia).
L’abbattimento
delle frontiere ha avuto come conseguenza la diminuzione dei costi di
commercio: l’omologazione degli standard tecnici e l’eliminazione dei tempi di
attesa alle dogane hanno, infatti, avuto delle ricadute in termini di riduzione
di costi e d’incentivazione all’aumento dei commerci. Tuttavia, l’asimmetria
negli scambi commerciali tra UE-15 e Peco fa sì che le economie orientali siano
dipendenti dalle multinazionali occidentali e siano imperniate su un commercio
impari Est-Ovest. L’Europa dell’Est si è trasformata in questi ultimi anni in
un vero e proprio paradiso fiscale per le multinazionali. La Repubblica Ceca ha ridotto la sua percentuale di tassazione dal 31 al 24%. La Slovacchia e la Polonia hanno introdotto una tariffa unica del 19% (in Belgio è del 34%).
Nelle circostanze attuali, l’estensione dell’Europa non può svolgersi che a
favore dei gruppi finanziari e delle multinazionali. Beninteso, qui si è posto
soprattutto l’accento sulle multinazionali occidentali, ma negli anni della
transizione (e in quelli post-transition) sono sorte anche nei Peco nuove
multinazionali, che hanno preferito costruire le loro filiali in varie parti
del mondo, con preferenza per l’Asia e l’India. Un’Europa socialmente coesa è
possibile solamente bloccando la politica predatrice di tutti questi gruppi
finanziari e multinazionali. In un avvenire immediato, la popolazione
lavoratrice è ancora di fronte ad una sfida: bloccare il dumping sociale[20] con una lotta solidale sia all’Ovest che all’Est e la sottoscrizione di
convenzioni collettive europee per il ripristino dei diritti dei lavoratori e
affinché, ad esempio, le delocalizzazioni - alle condizioni attuali - non
beneficino del sostegno dei vari Stati.
Nei Peco, si
è registrata nel tempo una crescita tendenziale del Pil. Dopo un periodo di
declino (anni 1992-1993), il Pil ha ripreso costantemente a crescere, pur con
una fase di stallo dovuta alla crisi russa (1998-1999). Tuttavia, dentro i
singoli Stati la forbice sociale ed economica è macroscopica. In Romania, la
crescita è del 7% e lo stipendio medio è di 270 euro, mentre in Bulgaria, che
ha uno sviluppo economico del 6,6%, lo stipendio medio è di 170 euro e il
salario minimo ammonta a circa 160 leva (80 euro). Un insegnante bulgaro di
scuola media superiore guadagna 150 euro al mese, ma un esperto informatico di
un’azienda privata può arrivare a guadagnare anche dieci volte tanto. C’è chi
guadagna migliaia di euro al mese, soprattutto se lavora in una multinazionale,
e che può permettersi di vivere nelle “gated communities” (comunità recintate).
Quest’ultime sono dei “parchi di massima sicurezza”, dove vanno a risiedere i
cittadini facoltosi. In Bulgaria questi insediamenti isolati e ben sorvegliati
sono diventati molto popolari. A Veliko Tarnovo (Bulgaria centrale), da alcuni
anni mecca degli immobiliaristi britannici, il gruppo israeliano Tidhar ha
fondato nella periferia collinosa una “città satellite” di 60mila mq. dotata di
centri commerciali, scuole ecc. Tuttavia, quasi il 50% della popolazione
bulgara vive ancora con 2 euro al giorno, mentre in Romania si contano 9
milioni di poveri (40% della popolazione) e un milione e mezzo di persone che
vivono in estrema povertà.
Con l’ingresso dei nuovi Stati membri, l’UE ha visto un aumento
notevole della mobilità di beni e risorse umane. Tra l’altro, tutti i nuovi
paesi membri dell’Unione europea, obbligati dai Trattati ad aderire allo spazio
Schengen di libera circolazione delle persone, sono ufficialmente entrati a
farne parte nel dicembre 2007. Rimane esclusa Cipro, dovendo ancora risolvere
qualche problema con la parte turca dell’isola. Ciononostante, la pressione
migratoria proviene quasi tutta dai paesi di recente ingresso nell’UE, poiché
pochi sono coloro che hanno guadagnato dalla transizione o post-transizione
neoliberista. La maggior parte si è trovata in situazioni drammatiche di vita.
In questi paesi c’è ancora molta povertà e grandi sperequazioni di reddito, e
ciò spinge le persone più misere ad emigrare, comportando per i paesi di
accoglienza costi sociali e sanitari, nonché tassi più elevati di criminalità.
Questa migrazione non riguarda però solo i paesi più svantaggiati. Ad esempio,
anche in Ungheria le persone giovani e più qualificate in cerca di prima
occupazione emigrano quasi tutte verso i mercati occidentali attratte dalle
maggiori opportunità di lavoro. La Romania, che conta 22 milioni di abitanti,
ha circa 2 milioni di cittadini che lavorano in diversi paesi europei. La
massiccia emigrazione di questo paese fa sì che il suo tasso di disoccupazione
sia molto basso: 6%, a fronte di una media europea del 7,8%. Dalla Bulgaria,
che ha una popolazione di 8 milioni di abitanti, negli ultimi sedici anni sono
emigrate un milione di persone. Queste ondate migratorie hanno preoccupato il
resto d’Europa, al punto tale che alcuni paesi hanno applicato una moratoria di
almeno due anni per il libero accesso di bulgari e rumeni sul loro mercato del
lavoro (misure che il presidente rumeno Traian Băsescu ha bollato come
“inique e discriminatorie”). Dal canto loro, i governi di Bulgaria e Romania
pongono delle resistenze alla fuoriuscita di manodopera autoctona, dato che la
grave penuria di forza-lavoro li sta obbligando ad importare lavoratori
dall’Ucraina, Moldavia, Turchia, Pakistan, India e Cina. I settori più colpiti
sono quello edilizio, sanitario, delle infrastrutture e dell’industria tessile.
Anche altre realtà dell’Est, come la Polonia, condividono gli stessi problemi
legati all’emigrazione. La Lituania, per fronteggiare la scarsità di manodopera
nel settore edile, ha dovuto assumere operai russi e bielorussi.
Conclusioni:
L’ingresso dei Peco (Bulgaria e Romania comprese) nell’UE ha definitivamente sancito
la rottura della cortina di ferro e del bipolarismo che ha governato il mondo
sino al 1989. La caduta del muro di Berlino ha permesso l’ingresso nell’UE
anche di Austria, Svezia e Finlandia precedentemente fuori perché vincolate da
una politica di neutralità rispetto all’asse Est-Ovest. Tuttavia, quest’Europa
a 27 fatica a trasformarsi in un’entità coesa e identitaria, poiché l’impianto
neoliberista e i valori a cui si richiama non funzionano. In un’Europa,
infatti, più unita per interessi commerciali e di profitto, prevale
l’attenzione al mercato e
al profitto, che non opera certo con fini
d’inclusione e coesione. Il processo di allargamento è stato, inoltre,
realizzato in un’ottica tutta negoziale e intergovernativa, concentrata a che i
paesi candidati all’adesione si conformassero a certi criteri economici,
politici e giuridici per sviluppare e omologare le loro strutture e
sovrastrutture nazionali al modello democratico liberale dei paesi occidentali.
Le voci del dissenso sono state totalmente escluse dal consesso diplomatico,
poiché le decisioni importanti (compresa la modifica dei Trattati) non sono
state prese in seno al Parlamento europeo, che ha poteri assai limitati, ma
nelle Cig. E mentre in questi anni, gli europei hanno assistito inerti (o complici)
alle lacerazioni e alle diaspore d’interi Stati (come non ricordare i paesi
dell’ex Jugoslavia), dall’altro, le stesse dinamiche dell’economia
mondializzata, che nei paesi ricchi dell’Occidente è entrata in una fase di
seria recessione, impongono ai paesi dell’area euro di allargare a tutti i
costi le proprie dimensioni per poter meglio affrontare la concorrenza sui
mercati internazionali.
Nella Risoluzione
n. 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Kosovo era già considerato come
un’enclave indipendente. Il 17 febbraio 2008 questa provincia ha dichiarato
“unilateralmente” la propria indipendenza, con uno stravolgimento totale del
diritto internazionale, iniziato con la disgregazione della Jugoslavia e
continuato con i bombardamenti Nato sulla Serbia. Gli effetti di
destabilizzazione su tutta l’area Balcanica sono stati terribilmente
devastanti. L’azione unilaterale del Kosovo potrebbe influire negativamente
sulla pace e la stabilità della regione, oltre ad avere un effetto domino
all’interno di altri paesi europei (e non europei). Per questa ragione, Spagna
e Cipro (rispettivamente con la questione basca e la contrapposizione tra etnia
turca e greca) hanno anticipato che non riconosceranno il nuovo Stato. A loro
si aggiungono Romania, Bulgaria Slovacchia, Ungheria e Grecia decisamente
riluttanti ad accettare l'indipendenza del Kosovo. Fuori dall’UE, dopo Belgrado
e Mosca, il fronte dei paesi contrari all’indipendenza si è allargato anche
alla Cina. L’UE, impossibilitata a trovare una difficile unità sul problema
dell’indipendenza di Pristina, ha lasciato che ogni paese membro esprimesse in
tutta autonomia una propria posizione, dimostrando la sua incapacità ad
assumere un atteggiamento univoco in materia di politica estera e, quindi,
dimostrando ancora una volta la sua inesistenza come entità politica.
Milano, 21 febbraio 2008
[1] La Repubblica Ceca (che comprende Bohemia e Moravia) e la Slovacchia sono nate il 1 gennaio 1993 dalla divisione pacifica (detta anche di velluto)
della Cecoslovacchia, che già dal 1990 aveva assunto il nome di Repubblica
Federativa Ceca e Slovacca.
[2] I negoziati di adesione con la Croazia e la Turchia sono stati avviati il 3 ottobre 2005.
[3] L’affluenza è stata da record: ha votato il
67,6% dei 6,7 milioni di aventi diritto. Al primo turno, Nikolic ha ottenuto il
39,99% dei voti, mentre Tadic ha raccolto il 35,39% delle preferenze. A
Belgrado, gran parte della stampa ha sottolineato che la vittoria di Boris
Tadic al secondo turno delle presidenziali equivale a una precisa scelta
europeista degli elettori.
[4] Uno degli obiettivi dell’UE è anche
quello di rispettare e tutelare le istanze regionali e quelle degli enti locali
dentro la Comunità. A tale proposito è stato istituito nell’UE un Comitato
delle Regioni (CDR).
[5] Criteri successivamente migliorati in occasione del
Consiglio europeo tenutosi a Madrid nel 1995.
[6] L’“acquis” comunitario [dalla
locuzione francese “(droit) acquis communautaire” ovvero “(diritto)
acquisito comunitario”] è l’insieme dei diritti e degli obblighi
giuridici e degli obiettivi politici che accomunano e vincolano gli Stati
membri dell’Unione Europea e che devono essere accolti senza riserve
dai paesi che vogliano entrare a farne parte. I paesi candidati devono
accettare l’“acquis” per poter aderire all’Unione europea e per una piena
integrazione nell’Unione devono accoglierlo nei rispettivi ordinamenti
nazionali, adattandoli e riformandoli in funzione di esso; devono poi
applicarlo a partire dalla data in cui divengono membri dell’UE a tutti gli
effetti.
[7] Il primo pilastro è di tipo comunitario: le decisioni
sono prese all’interno della Comunità; il secondo e il terzo pilastro sono
intergovernativi: le decisioni sono prese dai rappresentanti dei governi degli
Stati membri.
[8] Da: Conclusioni della Presidenza. Consiglio Europeo
di Copenaghen - 12 e 13 dicembre 2002.
[9] Percentuale di approvazione del Trattato di adesione
all’UE nei vari paesi candidati: Lettonia: 66,9%; Lituania: 69%; Estonia:
66,9%; Ungheria: 84%; Slovacchia: 92,5%; Repubblica Ceca: 77,3%; Slovenia: 90%;
Polonia: 77,4%; Malta: 53,6%. A Cipro il referendum
popolare non si è svolto.
Non era stata, infatti, ancora risolta la questione spinosa della
riunificazione dell’isola prima del suo ingresso nell’UE. Nel febbraio 2004 un piano Onu, stilato ufficialmente
dal segretario generale Kofi Annan, e forte dell’appoggio anche del premier
turco Erdogan e del presidente della Commissione Romano Prodi, è stato
sottoposto a referendum tra i cittadini delle due parti dell’isola di Cipro. La
consultazione, tenutasi il 26 aprile 2004, a ridosso dell’ingresso nell’UE, ha sancito il rifiuto, da parte dei greco-ciprioti, del piano di riunificazione e
del progetto di un’Unione federale dell’isola. Schiacciante e molto polarizzato
il voto dei ciprioti: contrari al piano Onu il 75,8% dei ciprioti del Sud;
favorevoli, in larga maggioranza, i ciprioti del Nord (69%). Di fronte a questo
risultato, l’UE non ha potuto che ufficializzare l’ingresso della sola zona greca
dell’isola avvenuto il 1 maggio 2004.
[10] La Cig è un passaggio importante della vita della
comunità europea, poiché in essa i negoziati condotti tra i governi degli Stati
membri possono condurre a modifiche dei Trattati. I cambiamenti nella struttura
istituzionale e giuridica dell’UE sono quasi sempre il risultato di conferenze
intergovernative.
[11] Le tappe principali del processo di ampliamento:
1989: Crolla
il muro di Berlino. La Comunità europea fornisce per la prima volta un sostegno
finanziario ai paesi dell’Europa centrale e orientale perché riformino e
ricostruiscano le loro economie.
1990: Cipro
e Malta chiedono di aderire all’UE.
1990-1996: Vengono conclusi gli Accordi di associazione (Accordi europei) con gli Stati
dell’Europa centrale e orientale.
1993: Il
Consiglio europeo di Copenaghen approva l’allargamento dell’UE ai paesi
dell’Europa centrale e orientale e definisce i criteri di adesione.
1993: La Commissione europea pubblica i pareri su Cipro e Malta.
1994: Il
Consiglio europeo di Essen approva la strategia di preadesione.
1994-1996: Dieci Stati dell’Europa centrale e orientale chiedono di aderire all’UE.
1997: La Commissione europea pubblica i pareri sui paesi dell’Europa centrale e orientale e propone
una strategia per l’ampliamento nella cosiddetta “Agenda 2000”.
1998: Hanno
inizio i negoziati di adesione con Ungheria, Polonia, Estonia, Slovenia,
Repubblica Ceca e Cipro. Malta ripresenta la sua domanda di adesione all’UE.
1999: Il
Consiglio europeo di Berlino approva l’Agenda 2000 e le prospettive finanziarie
per l’ampliamento dell’UE. La Turchia viene inserita nel processo di
ampliamento dell’UE sulla base dei criteri di Copenaghen.
2000: Hanno
inizio i negoziati con Slovacchia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania e
Malta.
2002: Il
Consiglio europeo di Copenaghen conclude i negoziati di adesione con Cipro,
Malta, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Slovenia, Estonia,
Lettonia e Lituania.
(Febbraio) 2003: firma del Trattato di Nizza del 2001, con cui si individuano le
modifiche necessarie per permettere alle istituzioni comunitarie di funzionare
anche dopo l’ingresso di 12 nuove Nazioni (Peco, Cipro e Malta, Romania e
Bulgaria).
(Luglio) 2003: Convenzione
europea, che ha il compito di proporre alla Cig del 2003-2004 le riforme necessarie
per far funzionare l’UE dopo l’allargamento.
(Marzo-Settembre) 2003: i Paesi candidati con referendum popolare approvano
l’adesione all’UE.
(Ottobre) 2003 - (giugno) 2004: Conferenza intergovernativa (Cig). Ratifica i
cambiamenti nella struttura istituzionale e giuridica dell’UE necessari per
l’integrazione dei nuovi paesi candidati.
[12] Elezioni europee 2004. Affluenza alle urne.
Repubblica Ceca: 27,9%; Estonia: 26,8%; Lettonia: 48,2%; Lituania: 41,2%;
Polonia: 20,4%; Slovacchia: 16,6%; Slovenia: 28,3%; Ungheria: 38,5% (Fonte:
Europarlamento).
[13] I Kaczynski avevano rivendicato un peso maggiore nel
voto al Consiglio europeo, adducendo come motivazione il fatto che se la
popolazione polacca non avesse avuto milioni di morti nella Seconda Guerra
Mondiale sarebbe stata di 66 milioni di persone anziché degli attuali 38
milioni. I Kaczynsky avevano, inoltre, chiesto alla Germania 30 miliardi di
risarcimento per i danni
subiti con i bombardamenti di Varsavia.
[14] Per il periodo 2000-2006, il programma Phare ha
potuto disporre di un bilancio di oltre 10 miliardi di euro (circa 1,560
miliardi di euro all’anno).
[15] Per il periodo 2007-2013, lo strumento di aiuto di
preadesione sarà l’IPA: strumento finanziario unico a favore dei paesi
candidati all’adesione all’Unione, che sostituisce l’insieme degli aiuti di
preadesione preesistenti, compreso il programma Phare.
[16] L’entità del suo Pil l’ha, tra l’altro, esclusa dall’accesso ai fondi
strutturali.
[17] C’è poi il problema del cattivo funzionamento nei
nuovi paesi membri del Sistema integrato di gestione e di controllo (Iacs),
indispensabile per il monitoraggio dei pagamenti diretti della PAC.
[18] I nuovi Stati membri, con l’arrivo dei capitali
esteri, temevano l’acquisto in massa da parte dei ricchi cittadini dell’UE-15
di terreni e proprietà nei loro territori, vedendo questo come una sorta di
colonizzazione. E, dunque, questi Stati hanno chiesto e ottenuto d’imporre
delle restrizioni temporanee all’acquisto di terreni e case da parte di
stranieri.
[19] I fondi strutturali sono uno degli strumenti
finanziari con cui l’Unione europea persegue la coesione e lo sviluppo economico e sociale in tutte le sue regioni. Gli
altri strumenti sono la Banca europea per gli investimenti (BEI), il Fondo di
coesione, il Fei (Fondo Europeo per gli investimenti), la Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, nata col compito specifico di
promuovere lo sviluppo dei Peco all’indomani della caduta del muro di Berlino),
il Fse (Fondo sociale europeo) e il Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale).
L’obiettivo congiunto di questo sistema articolato di strumenti e azioni è
quello di ridurre il divario tra gli Stati (o regioni di Stati) in ritardo di
sviluppo e quelli più avanzati.
[20] La massimizzazione del profitto viene spesso perseguita anche a costo della
violazione dei diritti dei lavoratori. Grandi imprese, che in Occidente
sarebbero costrette a osservare leggi severissime, spesso spostano le loro
fabbriche in Paesi dove le leggi o i controlli sono più lassi; dove possono
utilizzare il lavoro minorile, dare bassi salari, fornire condizioni di lavoro
precarie in materia di salute e sicurezza. Migliaia di persone si spostano
dalle zone rurali, con la speranza di un lavoro, perdendo spesso anche quel po’
di produzione di sussistenza che potevano avere nelle campagne.
Autore: Cristina Carpinelli - Cespi Fonte: resistenze.org
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