SOFIA, MEA CULPA DEI SOCIALISTI SIAMO UN PARTITO DI VECCHI
18.01.1997 - SofiaI socialisti bulgari (Bsp) insistono: elezioni anticipate a fine anno con un governo guidato da noi. L’opposizione ribatte: alle urne entro giugno, altrimenti scateneremo uno sciopero politico nazionale. Continuano le manifestazioni antigovernative a Sofia. Dall’esilio madrileno l’ex-re Simeone si scaglia contro il Bsp, “responsabile della tensione attuale”. L’ala riformatrice del partito socialista fra delusione e speranza di cambiamento.
Un partito di vecchi, di delusi, di burocrati convertitisi non sempre con successo e non sempre onestamente agli affari. Un partito di aspiranti riformatori che guardano alla sinistra europea ma vedono l’Europa allontanarsi sempre più. Tutte queste cose insieme è oggi il Bsp, il grande imputato del processo popolare che da quasi due settimane una giuria di decine di migliaia di cittadini ribollenti di rabbia celebra ogni pomeriggio nello spiazzo davanti alla cattedrale Aleksandar Nevskij, a Sofia.
Il suo progenitore ai tempi dell’impero sovietico era il più fedele tra i partiti fratelli del Pcus, capace di accettare supinamente la perestrojka gorbacioviana dopo avere diligentemente assimilato il più rigido totalitarismo. La vocazione satellitare è evidentemente così forte che Sofia copia Mosca persino nella rovinosa incapacità attuale a ricostruire una società ed un’economia moderna, democratica, funzionante, sulle ceneri del defunto regime. Diversamente da Budapest o Varsavia, a Sofia l’economia di mercato non decolla, la trasformazione socialdemocratica degli ex-comunisti procede a stento.
Pochi studenti
“Stiamo diventando un partito di vecchi - confida amaramente Todor Koruev, barbuto vicedirettore di Duma, quotidiano del Bsp. I giovani li abbiamo perduti, e chissà quando li recupereremo”. Parole che trovano un riscontro visibilissimo nella folta partecipazione studentesca alle proteste di questi giorni. Fatto non meno grave per Koruev, “rispunta fra i militanti la nostalgia del passato”.
“Zhivkov, l’anziano leader della Bulgaria comunista, gode oggi di un revival di popolarità in certi strati sociali particolarmente provati dalla terribile crisi economica”, continua Koruev. Con l’inflazione al 300%, con pensioni di 3000 lev che bastano appena a pagare 10 giorni di riscaldamento in un alloggio modesto, scatta inesorabile la logica secondo cui si stava meglio quando si stava peggio.
Più di un dirigente del Bsp rivela che il malcontento nella base del partito sta per superare il livello di guardia che porta al distacco. A beneficiarne, dicono, potrebbero essere i vari partitini neo-comunisti. Quanto all’elettorato tradizionale socialista, Koruev teme “che alle prossime parlamentari si sposti non tanto verso l’Unione delle forze democratiche, che oggi si illude di calamitare il malcontento, ma piuttosto sul Partito degli imprenditori di Gancev”. Quest’ultimo, escluso di poco dal ballottaggio nelle presidenziali di novembre, aspetta solo che si fissi la data del voto anticipato per lanciarsi verso la rivincita.
Il premier dimissionario
Se i cittadini di Bulgaria, o per meglio dire gli abitanti di Sofia (in provincia la crisi viene sentita meno drammaticamente), odiano il Bsp, il Bsp ce l’ha a morte con Zhan Videnov, premier dimissionario, artefice del disastro nazionale. “Mi verrebbe voglia di sparargli - sibila l’anziano diplomatico in pensione, che ha vissuto tutte le stagioni del comunismo bulgaro e conosce vita e miracoli dei suoi maggiori protagonisti.
Chi è Videnov?
Un giovane presuntuoso, che non voleva dar retta a nessuno, credeva di saper fare tutto e ha combinato solo guai”. Giudizi largamente condivisi nel Bsp, quelli su Videnov, ormai isolato, che ha guidato il partito e il governo dalla vittoria elettorale nel 1994 sino alle duplici dimissioni un mese fa. Diffusa anche l’opinione che lui, Videnov, sia personalmente onesto, ma abbia avuto il torto di circondarsi di personaggi di dubbia moralità. Il 1996 ha sfornato, oltre all’inquietante assassinio di Lukanov (soprannominato la “cassaforte” del partito”), scandali politico - finanziari a ripetizione, che hanno coinvolto o sfiorato ambienti vicinissimi al premier. La parola “piramide” oggi in bulgaro ha acquisito una connotazione semantica negativa.
La si usa per descrivere il meccanismo fraudolento di incastri fra istituti di credito sorti come funghi utilizzando meccanismi monetari assolutamente avventurosi. Sotto accusa la Banca centrale, che mettendo allegramente mano alla borsa, ha consentito la nascita improvvisa di tante consorelle private, ciascuna delle quali faceva altrettanto con altre ancora, in una sorta di catena di S. Antonio imperniata in definitiva sulla moltiplicazione di crediti inesigibili. Fino al crack. Una dopo l’altra sono fallite ben 14 banche: Turist sport, Stopanska, First private bank, Èlite, e via elencando.
Il crack delle banche “Orion-gate” è, tra queste vicende, quella che ha più colpito la fantasia popolare, vuoi per il numero di ditte coinvolte (Orion era, e il nome vi allude, una costellazione di compagnie operanti in svariati settori, dalla finanza alle telecomunicazioni ai prodotti per l’agricoltura), vuoi per il ruolo di primo piano svolto da figure assai note in Bulgaria, come Rumen Spassov, figlio di un potente ministro dell’era comunista, o Tzetzka Medjidieva, fuggita all’estero e latitante.
Il governo socialista ha tradito i programmi del partito. Questa la diagnosi che fanno a Duma e negli ambienti riformatori. Il Bsp aveva promesso di privatizzare l’economia, ma l’ha fatto tardi e male. Non tutti sono così drastici nella condanna, però. Krassimir Premyanov, presidente del gruppo parlamentare, sottolinea piuttosto i fattori oggettivi che hanno ostacolato l’azione del governo. “Nell’arco degli ultimi 7 anni il debito estero è cresciuto continuamente e i bilanci annuali si sono chiusi in passivo. Intanto si succedevano alla guida del paese governi di vario colore. Alla fine l’onere di ripianare il debito interno ed estero accumulati nel tempo è gravato sull’esecutivo ora dimissionario”.
Ma Elena Poptodorova, che appartiene all’ala socialdemocratica, la pensa diversamente: “È vero, abbiamo ereditato una situazione negativa, ma noi non abbiamo fatto nulla per migliorarla. Siamo rimasti prigionieri di un dualismo ideologico, psicologico, programmatico. Da un lato l’obiettivo di costruire un’economia di mercato, dall’altro l’ancoraggio ai meccanismi di sicurezza sociale. Non siamo riusciti a trovare una sintesi fra le due istanze”. Secondo i riformatori, il gruppo che ha controllato partito e governo negli ultimi due anni ha agito con arrogante distacco rispetto al Parlamento ed alla società. Aggiunge la Poptodorova: “Quando si cominciò a percepire i primi sintomi della catastrofe, alla fine del 1995, noi parlamentari socialisti chiedemmo un incontro informale con Videnov ed i ministri economici. Volevamo delucidazioni sulle voci di vuoti sempre più ampi nei rifornimenti alimentari dalle campagne. Fummo aspramente redarguiti, perché davamo retta ai pettegolezzi. Questo è stato lo stile Videnov. Nessuna trasparenza, la tendenza a riversare sugli altri la colpa di ogni cosa”.
Qualcuno tenta di cambiare il partito dall’interno, altri l’abbandonano. L’altro giorno se ne sono andati quattro esponenti di punta dell’ala innovatrice, Dimitar Yonchev, Rosen Karamadimov, Andrei Raichev e Andre Bundzhulov. Perché, hanno detto “quello che era il partito più rappresentativo ha evidentemente esaurito le capacità di autoriformarsi”.
Autore: Gabriel Bertinetto
Fonte: L'Unitΰ