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LA FABBRICA DEGLI OBBEDIENTI

20.01.2006 - Dupnitza

E' la faccia della disperazione: occhi grigi, capelli brizzolati, vestiti consumati, viso stanco, la faccia dei dipendenti di Euroshoes che oltrepassano il cancello della fabbrica di scarpe di Dupnitza. Non importa se vengono al lavoro o se ne vanno - la faccia è sempre quella di un fantasma. Nessuno parla, tutti fumano.

La morte delle due sorelle a distanza di 12 giorni, morte sul luogo di lavoro passa sotto il silenzio di tutti. Mercoledì hanno seppellito la più giovane, la 37-enne Pavlina Ljubenova. La donna è morta al lavoro, dove incollava scarpe. Anche la sorella Rajna, di 49 anni, muore nello stesso modo. Le cause della morte di entrambe le donne non sono state accertate.

Appena 10 metri fuori dal loro incubo una parte dei 1600 operai della fabbrica si rianima. "Siamo qui per lavorare, chi non è in grado, che se ne vada, così ci dicono e non ammettono malattie. Per questo nessuno osa andare dal medico. E poi, a cosa servirebbe, visto che qui i giorni di malattia non vengono riconosciuti. Se esibisci un certificato di malattia, diventi automaticamente un viaggiatore - verso casa. Però ci danno 2 yogurt* a settimana e a quelli che lavorano con la colla, glielo danno anche tutti i giorni." Tutti attorno annuiscono con la testa.

Un'altra donna guarda sfiduciata: "Qui non abbiamo sindacati. Non siamo mica un'azienda statale, siamo un'azienda privata. Qui ognuno si difende come può." Alla domanda: "Allora chi chiede l'aumento degli stipendi?" scoppia una risata collettiva. Qualcuno risponde: "Nessuno lo chiede. Se qualcuno osasse, la risposta sarebbe un calcio nel sedere e fuori. Il cancello è abbastanza largo."

Nel bar vicino un dipendente della ditta arriva di corsa per portare via 6 caffè per i colleghi. Lavora nel magazzino e per questo può uscire. Chi è in produzione, non può permettersi questo lusso. Il caffè si beve solo nella pausa di 15 minuti (che viene recuperata alla fine giornata, NdT).

"Mia moglie e mio figlio lavorano lì", interviene un uomo di mezz'età, ex dipendente della fabbrica. Si è ammalato per un giorno ed è stato subito licenziato. La spiegazione dei capi è stata che il processo produttivo è continuo e per questo che non si può assentare dal lavoro. Ci deve essere sempre qualcuno dalla macchina. Uno incolla, l'altro cuce, il terzo pulisce. Dalla direzione gli hanno anche detto che servono dei cavalli da corsa che reggano. La moglie lavora nel reparto colle. Ci lavora da 4 anni. "Siamo tutti preoccupati. Da due anni ha cominciato avere dei gonfiori alle gambe. Anche mio figlio si lamenta della stessa cosa, ma non vanno dal dottore. Dopo gli danno dei giorni di malattia, non andranno a lavorare e rimarranno per strada." La principale colpa della situazione militaresca è attribuita ad un capo di nome “Mite” che fa il buono e il cattivo tempo in fabbrica. Il direttore esecutivo Ivan Stojanov è soltanto un burattino. L'azienda presente in Bulgaria da 14 anni, è proprietà di altre due aziende italiane. Il “Mite” in questione sarebbe molto legato ad uno degli italiani. L'uomo sta quasi piangendo, ma vorrebbe ancora parlare.

Non smette di parlare anche una donna anziana, la cui figlia ha lavorato per gli italiani un po' di tempo fa. "Le condizioni lì sono veramente brutte. Mia figlia ci ha lavorato per un po', poi si è ammalata e si è licenziata. Il riposo non è adeguato, non riconoscono i giorni di malattia, non si occupano della salute della gente." Adesso la figlia lavora in Grecia. "Mia figlia lavorava 60-70 ore di straordinari al mese e non veniva pagata, cioè lo stipendio era di 180 leva e con gli straordinari - 200 leva. Sono soldi questi?"

* In Bulgaria lo yogurt viene raccomandato a chi lavora in ambienti ad alta emissione nociva e viene dato agli operai di queste aziende spesso anche quotidianamente.

Autore: Stojka Atanassova e Kostadin Chanev
Fonte: Novinar


Per approfondire: Il caso della morte di due operaie in una fabbrica italiana in Bulgaria





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Ultimo Aggiornamento: 17.10.2008
 

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