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DUE OPERAIE MUOIONO IN UNA FABBRICA ITALIANA IN BULGARIA. ED Θ POLEMICA.

20.01.2006

La tragica fine di due sorelle nella città di Dupnitza, a distanza di pochi giorni una dall’altra, apre inquietanti interrogativi sulle condizioni di lavoro in una fabbrica di calzature.

Il 4 gennaio Rajna Joncheva si sente male sul lavoro. Dall’azienda chiamano l’ambulanza. I medici trovano la donna incosciente ed in gravi condizioni. Trasportata in ospedale muore poche ore dopo. Per i medici si trattato di un ictus.

Dodici giorni dopo, Pavlina Ljubenova, sorella di Rajna, muore sul luogo di lavoro. Questa volta i medici del pronto soccorso stabiliscono che la causa del decesso è stato un infarto.

Ad accomunare le due morti, non c’è solo il rapporto familiare. Le due donne lavoravano per la stessa azienda: la “Euroshoes” una fabbrica di calzature di proprietà di imprenditori italiani.

Sotto accusa le condizioni di lavoro dello stabilimento che impiega su vari turni fino a 1600 lavoratori, in maggioranza donne, e che è attualmente sottoposto a verifiche da parte del locale ispettorato del lavoro. Secondo quanto riportato dall’agenzia Sofia News Agency (SNA) e dal quotidiano bulgaro “Monitor” si parla di ritmi di lavoro estenuanti, di condizioni di sicurezza carenti, di locali inadeguati, di irregolarità nelle retribuzioni e del mancato rispetto delle pause e dei riposi settimanali.

Secondo il responsabile del Pronto soccorso di Dupnitza dottor Pencho Penchev, citato da “Monitor”, “da 5-6 anni dalla fabbrica arrivano sempre i casi più urgenti. Quasi non passa turno senza che ci chiamino. Quando il centralinista sente “Euroshoes”, i medici partono subito. Quando arriviamo e vediamo che qualche donna si è sentita male, le proponiamo 3 giorni di malattia. Rifiutano in massa. Hanno paura.”

Lo stesso quotidiano riporta che Galina Todorova, capo dell’Ispettorato del Lavoro di Kjustendil, ha reso noto che “fino ad ora abbiamo scoperto 20 violazioni della legislazione sul lavoro. Abbiamo constatato che è stato fatto lavoro straordinario tutti i sabati del 2005 e che non è stato pagato.” Inoltre “la maggiorazione delle ferie spettanti per lavoro in condizioni nocive, calcolata in 20 giorni, non è stata goduta dai dipendenti.” L’articolo riporta che le donne lavorano per 165-170 leva (82-85 euro) al mese, praticamente il salario minimo stabilito dalla legge: 160 leva dal primo di gennaio di quest’anno. L’orario di lavoro è dalle 7 alle 16.15, con una pausa pranzo di 30 minuti ed una sosta di 15 minuti al mattino che recuperano a fine giornata, assieme alle pause per andare in bagno. Le operaie, prosegue Galina Todorova “non hanno sentito parlare di indennità per lavoro in condizioni nocive. Non hanno mascherine per evitare di respirare la colla delle scarpe. L’aspirazione c’è, ma non è sufficiente.”

La proprietà dell’azienda invece nega che tra le morti e la situazione nello stabilimento ci sia un nesso e sostiene di essere in regola con la normativa in materia di lavoro. Contattato da Apcom, il titolare Claudio Marocchi, appena arrivato a Sofia, si è detto "incredulo" davanti a tanto clamore ma fiducioso, perchè da parte della ditta non c'è nessuna colpa. Secondo Marocchi, la seconda vittima - Pavlina, stroncata da infarto - "già soffriva di problemi cardiaci". La Euroshoes, che ha una produzione giornaliera dichiarata di 18.000 paia di tomaie e di 3.000 paia di prodotto finito, lavora per conto della Linea Moda, un’azienda calzaturiera della provincia di Ascoli Piceno, il cui titolare, secondo quanto riportato dall’annuario provinciale di Assindustria, è lo stesso Marocchi. Sul sito della società si legge che “la Linea Moda s.r.l. garantisce al cliente l'intera operazione in quanto, nell'ambito del conto lavorazione, preleva dell'azienda del cliente, secondo accordi prefissati, i materiali che poi consegna all'Euroshoes Ltd. e restituisce le tomaie per ben due volte la settimana con propri mezzi”. La Euroshoes è attiva in Bulgaria da 14 anni ed è secondo Marocchi, sempre citato da Apcom, è "a norma europea in tutto e per tutto".

Lunedì 23 gennaio il Ministro del lavoro e della politica sociale Emilia Maslarova incontrerà il proprietario della Euroshoes. Il Ministro ha dichiarato che se le carenze riscontrate non saranno sanate lo stabilimento sarà chiuso. Per contro, l’agenzia actualno.com riporta che Marocchi avrebbe accennato che in questo caso potrebbe trasferire la produzione in Romania.

Non è la prima volta che la “Euroshoes” viene messa sotto accusa. Nel 2002, dodici operaie dello stabilimento di Babovdol, erano state ricoverate con urgenza presentando tutte gli stessi sintomi: vomito, vertigini e emicrania. Secondo quando riportato dal giornale “Maritza Dnes” del 27 aprile 2002, l’intossicazione era avvenuta come conseguenza dell’utilizzo delle colle. L’ispezione congiunta della Polizia, Igiene pubblica e Ispettorato del lavoro aveva accertato che erano state violate le norme che regolano l’aspirazione dell’aria. A causa del malfunzionamento dell’impianto, le sostanze tossiche venivano immesse di nuovo all’interno del capannone.

In quell’occasione il direttore della “EuroShoes” ing. Stojanov aveva smentito che la causa dell’intossicazione fosse il guasto nell’impianto di ventilazione, sostenendo invece che l’incidente era dovuto a cibo e bevande avariate portate da fuori.

La notizia della morte delle due donne e le conseguenti polemiche hanno avuto rapida diffusione in Bulgaria. La vicenda θ stata ripresa in Italia il 18 gennaio. Segnaliamo il “Corriere della Sera” e la versione online del settimanale “Vita”.

A livello parlamentare si è attivato il capogruppo di Rifondazione Comunista al Senato, Gigi Malabarba, che ha presentato un'interrogazione al ministro del Welfare Roberto Maroni, per sapere "quali iniziative intenda promuovere per garantire che un'azienda italiana in Bulgaria sia rispettosa delle leggi e dei contratti collettivi stipulati in quel paese, nonché le disposizioni dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL)".

Una questione già posta nel 2002 da Amnesty International. Umberto Musumeci, responsabile del coordinamento diritti economici e sociali della sezione italiana dell’organizzazione, rispondendo a una domanda del quotidiano “La Repubblica” il 15 febbraio 2002, affermava che i nostri piccoli imprenditori “semplicemente pensano di potersela cavare a modo loro. Non capiscono che avere come riferimento gli stessi standard che rispetterebbero a casa loro farebbe bene a tutti. Che puntare solo sul contenimento dei costi per essere competitivi alla lunga è penalizzante. E invece preferiscono tagliare su tutto ciò che renderebbe più umane le condizioni di lavoro: nelle fabbriche italiane in Bulgaria ho visto bagni impraticabili, orari di lavoro che sarebbe una presa in giro chiamare flessibili, donne in gravidanza licenziate con una scusa. Tutto questo prima o poi si paga”.



Per approfondire: Il caso della morte di due operaie in una fabbrica italiana in Bulgaria





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