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Chi voleva uccidere Berlinguer? Un'indagine sull'incidente in Bulgaria

08.06.2005 - Roma

La prima volta che se ne parlò fu per alcune frasi emblematiche pronunciate da Emanuele Macaluso nel corso di un'intervista. L'argomento della conversazione riguardava una questione generale, se il Pci avesse continuato o meno a ricevere finanziamenti da Mosca. Bisogna focalizzare il contesto dell'epoca - si era nell'ottobre del 1991 - per ricordare l'attenzione che simili questioni sollevavano. Appena un anno prima Giulio Andreotti, pressato dal giudice veneziano Felice Casson, si era visto costretto a rivelare l'esistenza di Gladio, una rete paramilitare clandestina allestita dagli americani in Italia pronta a intervenire in caso di vittoria dei comunisti. Per la prima volta, anche se in forma di affermazioni parziali, emergeva il filo rosso che collegava tra loro gli eventi più sconcertanti della storia dell'Italia repubblicana: complotti, tentativi di colpo di stato, collusioni tra mafia e politica, servizi segreti deviati, repressioni del movimento operaio e via elencando. La Dc e i suoi alleati di governo reagirono agitando come tema propagandistico i finanziamenti del Pcus ricevuti dal Pci. Con il disfacimento dell'Unione Sovietica dai paesi dell'Est arrivavano in quegli anni documenti d'ogni sorta, saccheggiati dagli archivi e venduti al miglior offerente - una valanga di carte tra le quali era impresa pressoché impossibile distinguere tra vero e falso. Alcuni di questi documenti avrebbero attestato l'esistenza di flussi di denaro provenienti da Mosca e proseguiti ben oltre lo strappo operato da Berlinguer nei riguardi dell'Urss, avvenuto dopo il colpo di Stato in Polonia del 1981.

Questi sono gli antefatti che precedono l'intervista, ricordata in apertura, fatta a Emanuele Macaluso da due giornalisti, Giovanni Fasanella e Corrado Incerti. I due sono autori del libro Sofia 1973; Berlinguer deve morire (Fazi Editore, pref. Giuseppe Vacca, pp. 112, euro 11,00) che sarà presentato oggi a Roma (sala Capranichetta, or 17,30) con lo stesso Emanuele Macaluso, Rosario Priore, Giuseppe Vacca e Walter Veltroni. L'ipotesi adombrata senza mezzi termini nel titolo del volume inizia a prendere corpo, per l'appunto, proprio in quella succitata conversazione con Macaluso.

Al dirigente del Pci viene chiesto di controbattere ad alcune dichiarazioni di Cossutta rilasciate a quel tempo, secondo le quali proprio i due uomini più vicini a Berlinguer, Franco Rodano e Tonino Tatò avrebbero, appena un anno dopo lo "strappo", chiesto a Cossutta in persona di intercedere presso i sovietici allo scopo di ottenere aiuti economici per il quotidiano "Paese Sera". Macaluso nega energicamente che lo strappo tra il Pci e Mosca fosse etichettato come una «pura operazione di facciata». «La pura verità è che tra noi e il Pcus - continua - c'era un clima di diffidenza e di sospetto reciproci già dagli anni Sessanta... Togliatti, Longo, lo stesso Gian Carlo Pajetta criticavano il Pcus, spesso con parole feroci, anche negli incontri ufficiali. Ma i sovietici li consideravano uomini della Terza Internazionale, gente di famiglia. Berlinguer no, era considerato un corpo estraneo, uno che non solo avrebbe creato problemi nel blocco socialista, ma avrebbe portato il Pci fuori dall'orbita sovietica verso gli Stati Uniti». A questo punto i due giornalisti chiedono se i sovietici, spinti da questa opinione, avessero mai «tentato di favorire un golpe contro Berlinguer nel Pci». Qui arriva la «rivelazione più sconvolgente». «Penso che il Kgb - risponde Macaluso - abbia avuto un ruolo nelle vicende del terrorismo nostrano. Dirò di più: ne era convinto anche Berlinguer. Ma credo che abbiano fatto molto di più. Berlinguer mi disse che lui aveva il sospetto... Dovrei rivelare una notizia delicatissima». «Penso che abbiano tentato di ammazzarlo», riprende il senatore dopo un breve silenzio.

Macaluso si riferisce a un episodio accaduto al segretario del Pci durante un viaggio di visita in Bulgaria, nell'autunno del 1973, poco dopo aver pubblicato su «Rinascita» i primi due dei tre saggi di analisi del golpe cileno e destinati a lanciare la prospettiva del compromesso storico. Mentre era in corso l'ultimo viaggio in automobile che avrebbe riportato Berlinguer all'aeroporto per il volo di ritorno, sbucò fuori all'improvviso un camion che centrò in pieno proprio l'auto sulla quale si trovava lui. Il segretario del Pci se la cavò con leggere ferite ma il bulgaro che gli faceva da interprete morì sul colpo. «Quando seppi che Enrico aveva avuto un incidente - di nuovo le parole di Macaluso - subito mi vennero dei sospetti». Al suo rientro dalla Bulgaria commentò: «Ho subito avuto la netta impressione che, più che di un incidente, si trattasse di qualcos'altro. Ma non dobbiamo parlarne mai più».

Verità o giallo fantapolitico? Sta di fatto che le dichiarazioni di Macaluso suscitano un coro di reazioni negative. Parte in prima fila l'ambasciatore sovietico a Roma, Adamishin, «i nostri servizi non colpito persone che creavano all'Urss molti più problemi di quanti non ne creasse Berlinguer». Non solo, lo stesso Tonino Tatò, l'uomo senz'altro più vicino al segretario del Pci: «Berlinguer mi parlò dell'incidente usando parole di fuoco contro l'incivile abitudine di quei paesi, dove, per dimostrare il proprio potere, facevano andare i cortei di automobili con a bordo autorità straniere a folle andatura per la città, ignorando ogni norma di sicurezza». Anche il biografo ufficiale di Berlinguer, Giuseppe Fiori, ritiene la tesi del complotto infondata, una semplice «fantisticheria». «Quel giorno, il conducente dell'auto su cui viaggiava Berlinguer spinse troppo sull'acceleratore. La velocità era eccessiva: un sorpasso azzardato, una sbandata contro un camion e Berlinguer che esce stordito e dolorante per lo scontro. I bulgari, spaventati, gli danno per il ritorno a Roma un aereo-ambulanza. Quindi: nessun camion-killer contro la macchina di Berlinguer. Semmai il contrario». Altrettanto netti nel rigettare la tesi sono Janos Berecz, dirigente comunista ungherese, ma soprattutto Alessandro Natta e Carlo Galluzzi, entrambi legati a Berlinguer. E, infine, il colpo definitivo di Paolo Bufalini, figura chiave di Botteghe Oscure: «Ma come? Sull'auto con Berlinguer viaggiava anche il numero due del partito comunista bulgaro, Boris Velchev... Volevano ammazzare anche lui?»

Il discorso potrebbe essere chiuso qui, chiosando con l'affermazione che non è sufficiente ricostruire le ragioni politiche che avrebbero giustificato un attentato dei sovietici ai danni di Berlinguer «per insinuarne il sospetto» - come dirà lo stesso Natta. Ma viene però riaperto da un'intervista alla vedova di Berlinguer, Letizia: «Enrico sospettava che quello in Bulgaria non fosse un incidente... E' chiaro che la cosa non poteva essere provata e lui non ne parlò assolutamente in giro. Del resto, Enrico non era uomo tale da mettersi a dire cose non suffragate dai fatti». Da allora, il quadro non si è arricchito di altri elementi, fatta eccezione per il resoconto - ottenuto per vie traverse nel '91 da funzionari in una Bulgaria in via di disfacimento - dei colloqui che si svolsero in quell'autunno del '73 tra Berlinguer e il leader comunista Zhikov. Di nuovo, emergono le divergenze di vedute politiche tra i due ma senza aggiungere ulteriori elementi fattuali. Nessuna certezza, infine, viene dalle carte del dossier Mitrokhin o dalla mappa degli schieramenti interni, tra i quali - ma anche qui non ci sono novità - figurava l'area raccolta attorno a Cossutta, contraria allo "strappo" e artefice - a detta di Fasanella e Incerti - di un lavoro di tessitura per preparare una scissione. Al di là di tutte le inchieste e ricostruzioni possibili dei fatti, resta comunque l'impressione - come ammette lo stesso Giuseppe Vacca nella prefazione al volume - che non si possa documentare «in modo incontrovertibile» che l'incidente occorso a Berlinguer fosse in realtà un attentato.


Autore: Tonino Bucci
Fonte: Liberazione


Per approfondire: Enrico Berlinguer - Sofia 1973: attentato o incidente?


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