L'OPINIONE: CONTRO LE DELOCALIZZAZIONI CI VUOLE IL SINDACATO UE
06.08.2004Negli ultimi mesi assistiamo a un mutamento nelle modalità di sfruttamento del lavoro in uno dei punti di maggiore sviluppo mondiale, l'Europa occidentale. In Germania la Siemens ha portato la durata della settimana lavorativa da 35 a 40 ore, seguita dalla DaimlerCrysler passata in due suoi stabilimenti da 35 a 39 ore, ovviamente a parità di salario. In Spagna la Seat ha stabilito l'aumento straordinario di lavoro, durante i picchi di produzione, senza aumenti salariali. In Francia, dove le 35 ore sono state introdotte per legge, la Bosch di Lione è passata recentemente alle 36 ore. Tutti segnali di una inversione della trentennale tendenza alla diminuzione delle ore lavorate, che negli anni `90 si ridussero del 10% in Germania e del 6% in Francia. I lavoratori ed i sindacati sono stati costretti ad accettare queste condizioni sotto il ricatto della delocalizzazione delle attività produttive nei paesi dell'Est Europa. Di fronte all'aumento dell'orario di lavoro ed alla diminuzione dei salari, molti hanno rimproverato agli imprenditori di saper competere solo su questo piano, scartando l'opzione dell'innovazione. Ciò che risulta strano, però, è che l'allungamento della giornata lavorativa avviene in paesi che sono già all'apice mondiale per sviluppo tecnologico, qualità ed immagine del prodotto. Inoltre, la motivazione della delocalizzazione con la ricerca di maggiore produttività cozza contro il fatto che la produttività nei paesi più avanzati è almeno doppia rispetto a quella dell'Europa orientale. Ad esempio, secondo dati Eurostat, la produttività per addetto in Germania è dell'80% (rispetto a quella Usa, presa come riferimento) contro il 39% della Polonia. Anche se il costo del lavoro in Germania è di 26,9 euro per ora contro i 5,3 euro in Polonia.
Il nodo della questione, quindi, non è nella tecnologia ma nei rapporti di forza tra lavoro salariato e capitale, sanciti dal livello del salario. L'innovazione tecnologica e l'introduzione di nuovi sistemi di macchine, stanti i rapporti di produzione capitalistici, è sempre stata indirizzata all'aumento dello sfruttamento. Vale a dire che l'obiettivo è produrre di più con meno personale. L'innovazione tecnologica, sebbene in alcune fasi storiche di affermazione dei lavoratori si sia accompagnata con la riduzione della giornata lavorativa, non solo non contrasta ma pone le basi per l'allungamento dell'orario di lavoro. Le macchine infatti sono soggette a rapida svalutazione. Da ciò la tendenza a ridurne il tempo di ammortamento, cioè a sfruttarne le capacità in un tempo inferiore. Aumentando la giornata di lavoro vengono abbattuti anche gli altri costi fissi, come quelli degli edifici e del marketing, che si distribuiscono su un prodotto più grande. Infine, la sostituzione di lavoratori operata con le innovazioni tecnologiche, determina una diminuzione degli addetti per unità di capitale investita. Malgrado la produttività degli operai rimasti sia stata incrementata, questa, a parità di orario di lavoro, non è in grado di compensare la produttività di quelli espulsi. Da ciò deriva la spinta all'allungamento degli orari.
La soluzione non sta quindi in un aumento degli investimenti, che peggiorerebbero solamente la già eccedente accumulazione di capitale, alla base dell'attuale crisi economica. Va invece investito il nodo dei rapporti di forza tra lavoro salariato e capitale in un quadro europeo, con l'obiettivo di rendere uguali le condizioni di lavoro nei vari paesi. Ciò diviene ancora più importante a seguito dell'allargamento della Ue, che offre il terreno, per quanto difficoltoso, per una battaglia per i diritti sociali dei lavoratori europei. Autore: Domenico Moro Fonte: Il Manifesto
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| 15.08.2004 | Commento [loris] | | | Mi viene da ridere...
Saluti
Loris... |
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