EUROPA AD EST: IL TRUCCO DEI NUOVI CONFINI
09.01.2002La questione dell'allargamento dell'Unione europea non è stata l'ultima per importanza nel conflitto fra le forze di governo e l'ormai ex-ministro degli esteri Renato Ruggiero. Motivi per un ripensamento della decisione assunta qualche anno fa di aprire l'Unione a un numero consistente di paesi dell'Europa centro-orientale e balcanici ne erano affiorati molti, tant'è vero che si ammetteva la necessità di verificare le condizioni pratiche dei candidati dal punto di vista economico: poiché è evidente che un'unificazione fra membri di troppo forte disparità avrebbe generato squilibri anziché integrazione.
L'argomento che emergeva con più forza fra i critici era la spesa eccessiva che sarebbe gravata sul bilancio dell'Unione quando si fosse dovuta estendere ai nuovi venuti la politica agricola comune: politica che di per sé sollecita oggi una revisione poiché serve in primo luogo a membri forti dell'Unione, come Francia e Germania, i quali dispongono di ben altre risorse nell'industria e nelle finanze. Inoltre una Pac troppo rigida impedisce una politica di apertura alle importazioni dai cosiddetti paesi in via di sviluppo i quali dispongono principalmente di prodotti dell'agricoltura e dell'allevamento: l'esempio più clamoroso è quello dell'Argentina (e questo indipendentemente dalle responsabilità nell'attuale disastro che vanno addebitate all'inettitudine e alla corruzione dei ceti dirigenti locali ancora prima che a qualsiasi potere forte esterno).
E' stato tuttavia calcolato che nella pratica il costo per finanziare la Pac e i fondi di ristrutturazione dei nuovi membri sarebbe piuttosto modesto rispetto al bilancio dell'Unione. Il problema comunque rimane se si vuole evitare che i nuovi membri si insedino in una posizione più clientelare che di associato paritario. Questo non sarà vero per la Repubblica ceca, ma lo è per i Balcani e la Slovacchia; con la Polonia, il nodo più grosso è la popolazione più numerosa, in posizione ambivalente.
Ma questa è solo una parte del problema che fa puntare i piedi alla nostra maggioranza. Vi è un'altra partita, più prettamente politica, che riguarda il timore di affrontare modifiche nella struttura europea che metterebbero a rischio prospettive locali: come il disegno di "piccole patrie" stile Lega e più in generale un tran-tran ben radicato nei rapporti economici.
E' una partita trascurata degli analisti e troppo taciuta dagli interessati, che per contro va messa in evidenza. Parliamo del fatto che non pochi dei paesi candidati a diventare membri dell'Unione (e a condividerne, sia pure a lunga scadenza, la moneta comune) sono sede di elezione di delocalizzazioni produttive: non solo e non tanto di nuove industrie rivolte a quel mercato interno (il che costituirebbe comunque una prospettiva di crescita e probabilmente di sviluppo) quanto e soprattutto, per quanto riguarda l'Italia, di produzioni su commessa di beni che risultano prodotti in Italia e che in Italia risultano poi commercializzati.
Ma questo secondo tipo di delocalizzazione continuerebbe ad essere vantaggioso in un quadro di unificazione? Per la risposta bisognerebbe guardare a quanto è accaduto con l'ingresso nell'allora Comunità europea di paesi "deboli" come è stato il caso di Portogallo, Spagna ed anche Grecia. Nella fattispecie la questione non riguardò l'Italia, ma altri paesi della Comunità come committenti; e comunque come paesi riceventi vi erano stati ben strutturati, capaci cioè di far evolvere il nuovo rapporto, ivi compreso il rapporto con il loro mondo del lavoro. Sicché la transizione fu proficua.
Oggi però, il caso dei Balcani, di Romania e Bulgaria è assai diverso: qui le condizioni locali sono assai poco mutate in anni di pratica di delocalizzazione, anzi, è lecito ritenere che sia prevalso l'intento della parte forte, in particolare le mini-aziende del nostro nord-est, di mantenere inalterato il differenziale di reddito che consente così vantaggiosi profitti, agitando anche la minaccia di spostarsi in altre sedi qualora le condizioni mutassero. Questo senza parlare delle note manovre di tipo mafioso che si contrappongono a cavallo fra il nostro paese e quelli di cui parliamo.
Un modificato status di questi paesi, come nuovi membri dell'Unione, modificherebbe inevitabilmente il tutto, in tempi più o meno brevi. Una prospettiva troppo scomoda per i nostrani.
Autore: Silvia Boba
Fonte: Il Manifesto