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Miroglio fa il bis in Bulgaria

16.06.2001 - Sliven

C’era una volta in Bulgaria, a Sliven, un lanificio del regime, 3mila addetti, asilo, calzolaio, barbiere, sarto-riparatore, piscina, mensa, decine di migliaia di metri quadrati di verde curatissimo, incluso l’orto, albergo per ferie sulle vicine montagne, ambulatorio per la sanità sociale e rifugio antiatomico. Insomma, un Kombinat modello che raramente si incontra negli altri Paesi dell’ex socialismo reale. 

Il lanificio Slitex lavorava per l’industria russa e, negli ultimi anni, per quella statunitense: grandi volumi ma bassa qualità e pochi affari, anche a causa dell’obsolescenza dei macchinari e della pessima manutenzione. Poi è arrivata la privatizzazione, con il taglio della metà dei lavoratori, e, subito dopo, nella proprietà è subentrata la Miroglio di Alba, al suo debutto nel settore laniero. 

Il gruppo piemontese, nell’ultimo anno e mezzo, ha investito 60 miliardi per rovesciare come un calzino i 230mila metri quadrati dell’impianto (di cui 60mila coperti), ristrutturando gli edifici e montando macchine nuove di zecca o in arrivo dagli stabilimenti italiani: alla rottamazione i fusi d’antan, venduti ai Paesi emergenti i telai fermi al ’70, in soffitta lavorazioni come le "mescole" a mano (in Italia abbandonate 30 anni orsono). 

Ovviamente eliminati gli onerosi "servizi" ai lavoratori: ma i giardini sono affidati a una coop, il barbiere è diventato libero professionista (a 1.500 lire per shampoo e taglio). E a proposito di tagli, altrettanto ovviamente con l’introduzione di macchine moderne e l’aumento dei ritmi di lavoro, sono "usciti" 500 operai (altri 200 resteranno a casa entro l’estate). Tintoria, filatura pettinata e cardata e tessitura — rigorosamente integrate — sono già quasi in ordine, anche se si aggirano ancora decine di operai "non" tessili a sistemare gli ultimi dettagli. 

Tra poco sarà chiuso pure quello che è stato battezzato "antro delle streghe", il vecchio finissaggio che cade a pezzi; in quello nuovo, un macchinario da 2 miliardi e mezzo piuttosto raro anche in Italia. Parte dalla Bulgaria — che vota domani la nuova Assemblea nazionale, con una campagna elettorale dominata dall’ex re Simeone II — l’offensiva della Miroglio sul fronte della competitività. 

A Sliven è possibile produrre a costi concorrenziali con quelli della vicina Turchia (distante appena 130 chilometri), ormai tra i leader mondiali nel tessile, grazie alla manodopera che incide per 1/10 rispetto a quella italiana e all’energia che pesa per 2/3. Il gruppo tessile-abbigliamento di Alba non ha lesinato anche sugli altri stabilimenti localizzati nel Paese: nella torcitura-tessitura serica di Sliven, centomila abitanti con il 24% di disoccupazione, sono stati investiti 20 miliardi e altri 40 miliardi nella stamperia di Elin Pelin, nei pressi di Sofia. Totale: 120 miliardi. «Ma gli investimenti non sono finiti», spiegano in coro Franco Miroglio e il figlio Edoardo, amministratore delegato. 

A Nova Zagora, 30 chilometri da Sliven, è in corso di ristrutturazione una parte dei 20mila metri quadrati che diventeranno entro gennaio una torcitura serica bis da ulteriori 20 miliardi, mentre è allo studio uno stabilimento nel chimico-tessile a monte. «Siamo concorrenti, fornitori e clienti della Turchia — spiega Edoardo Miroglio — e ci siamo inseriti nel loro mercato ai loro prezzi: quest’anno vendiamo lì oltre 10 miliardi di fili e filati di poliestere e viscosa». «Il tessile italiano ed europeo — spiega il padre mentre si aggira tra i reparti senza lasciarsi sfuggire nulla — dovrà delocalizzare almeno la metà della produzione entro i prossimi cinque anni, al massimo dieci. 

Intervenire sul costo del lavoro in Italia è impossibile e anche nei nostri stabilimenti nel Mezzogiorno, a Ginosa e Castellaneta, pur incentivati dallo Stato, tra manodopera ed energia i costi sono più alti del 30-35% rispetto a qui. In Bulgaria c’è poi un vantaggio importante: la libertà di licenziamento. Magari ci fosse anche in Italia». 

La sfida più difficile in questi impianti è quella della produttività. Nella tessitura di Sliven il display tra i telai scandisce una cifra: 93,6. «Siamo vicini al 98 di Ginosa — spiega Edoardo Miroglio — anche se in torcitura siamo più indietro. Ma al lanificio abbiamo introdotto un aumento dei salari del 30% legato al raggiungimento degli standard: del resto, prima ogni operaia curava 4 telai, ora 10». Nonostante il lancio dell’operazione Bulgaria sia ancora "fresco", la Miroglio — che ha chiuso il 2000 con ricavi per 1.538 miliardi e un utile netto di 113 — non resta alla finestra. «Se il mercato ci darà ragione — concludono padre e figlio — entro un paio d’anni siamo pronti a raddoppiare l’attività con altri 50 miliardi di investimenti».


Autore: Paola Bottelli
Fonte: Il Sole 24 Ore


Per approfondire: Notizie di Economia



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