TODOR ZHIVKOV: SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO
21.02.1997Jas Gavronsky parla con Todor Zhivkov, l’ex leader bulgaro. «Ancora oggi, se mi presentassi alle elezioni, vincerei subito, al primo turno» si vanta Todor Zhivkov, il vecchio ex dittatore comunista bulgaro, con una risata fragorosa che vorrebbe suonare ironica ma non riesce a nascondere la sua convinzione in quello che dice. La comoda villa dove è agli arresti domiciliari da cinque anni, dopo due di prigione, è poggiata sulle pendici innevate del monte Vitosha, nel quartiere di Bojana, che domina Sofia. Nelle scorse settimane, quando il vento spirava dalla parte giusta, arrivavano fin qui i boati delle migliaia di dimostranti che ogni pomeriggio manifestavano contro gli ex comunisti ora al governo, ritenuti responsabili, per corruzione e incapacità, della fame che attanaglia il paese.
«Hanno organizzato contro di me il più grande processo nella storia della Bulgaria, si sono accaniti su di me più che contro qualsiasi altro ex capo comunista. Mi hanno accusato di cose assurde, di essere una spia del governo britannico, di avere rubato miliardi di dollari mentre ho solo i soldi che avevo in tasca quando mi hanno arrestato; e di non so cos’altro».
L’uomo che per 35 anni ha guidato con mano autoritaria la Bulgaria (nessuno nei paesi dell’Est è rimasto al potere quanto lui) oggi, seduto nel salotto della sua villa, cerca di difendersi con scarso successo dalle effusioni di una pronipote di due anni.
«Noi abbiamo commesso degli errori» ammette «ma i postcomunisti di adesso, parlo della leadership, sono molto peggio, sono ladri e incompetenti, e se mi invitassero a iscrivermi al loro partito io rifiuterei». Ma si sente ancora comunista? La risposta è preceduta da un lungo sibilo di incertezza che si dissolve in un «sì» sofferto: «Io non tradisco il mio ideale socialista, ma penso che il socialismo possa svilupparsi anche con il capitalismo, non sono incompatibili». E non riesce a nascondere nostalgia per quel sistema di cui è stato uno dei più attivi e longevi esponenti: «Il comunismo tornerà, non nella forma che aveva assunto ai miei tempi, e non subito, bisognerà aspettare». Vuol dire che auspica un suo ritorno? «Ho 85 anni e ho poco da auspicare, al massimo posso fare delle previsioni».
Todor Zhivkov fu costretto a dimettersi in una tumultuosa seduta del politburo sull’onda dei moti che scossero il mondo comunista nel 1989. «E pensare» dice, ricordando quell’episodio «che io avevo già introdotto una forma di perestrojka in Bulgaria ben prima di Gorbaciov, e avevo cercato anche di convincerne Breznev. E la gente qui lo sa ed è grata, e per questo mi chiamano ancora affettuosamente Tato, come i bambini chiamano i loro nonni. È stato Gorbaciov a venderci, è lui che ha chiesto la mia espulsione dal partito».
Zhivkov era sempre stato considerato il leader più servizievole nei confronti dell’Urss. Mentre Zhivkov rimugina il suo passato, un intenso brusio proveniente dalla manifestazione ormai usuale sotto le cupole dorate della cattedrale Alexander Nevsky ripropone il dramma della Bulgaria di oggi: un salario medio di 80 mila lire al mese; il lev, la moneta locale, che vale un decimo rispetto a un anno fa; banche chiuse o in amministrazione controllata; un’inflazione al 300 per cento annuo con un’incontrollata emissione di moneta da parte dell’istituto centrale, cronica instabilità politica, corruzione invadente, il 70 per cento dell’economia tuttora nelle mani dello stato, un paese spaccato in due fra destra e sinistra: ci sono addirittura due patriarchi della Chiesa ortodossa, uno per parte.
Le manifestazioni sono state ispirate da quelle serbe contro Slobodan Milosevic, ma mentre a Belgrado si esige più democrazia, qui, come anche in Albania, si protesta contro la povertà e la corruzione. «Questo è solo l’inizio» commenta Zhivkov, roteando gli occhi seminascosti da spesse lenti da miope. «È un teatrino organizzato a fini politici, ma la gente che ha veramente fame non è ancora scesa nelle piazze, ed è l’80 per cento della popolazione. Se i politici non smetteranno di litigare fra di loro invece di cercare soluzioni, la crisi diventerà pericolosa»
Fonte: Panorama