IL PASCIÀ DI HAREM
Il signor Murat, dietro la scrivania, si muove da un computer
all'altro con una certa difficoltà per via della pancia,
spostandosi su una sedia da ufficio con le rotelle che pare
viaggiare su un cuscino d'aria. Dalla baracca del porto di Harem
dove mi trovo, lui e i suoi impiegati dirigono l'orchestra di
questo cartello di trasporti, e credo che l'unica cosa che non sia
sotto il controllo dei computer sia il sottoscritto.
"Sono quello che torna a Trieste con la bici. Su di una delle
vostre navi, mi hanno detto…"
"Sì, certo, ricordo perfettamente. Ma la nave parte domani
primo agosto. Non glielo avevo detto al telefono dieci giorni fa?
Cosa ci fa qui? Oggi, voglio dire", replica mescolando
gentilezza e concisione in dosi da manager.
"Volevo capire dove fosse esattamente il porto, e parlare con
lei personalmente", gli spiego, poiché -penso fra me e me-
quest'imbarco si presentava così privo di formalità da apparire
surreale. Dieci giorni fa il signor Murat, il cui numero di
telefono mi era stato dato da Paolo, mi aveva detto: "Certo,
mi hanno telefonato da Trieste per lei. Si presenti l'uno agosto
al porto di Harem e la imbarchiamo. Biglietto? No, niente
biglietto. Si arrangerà con il corrispondente di Trieste.
Presentarsi prima? Perché mai? Venga il primo agosto alle 14 col
passaporto e lei avrà la sua cabina".
Partendo per Selciuk con gli Altan, dunque, mi ero portato dietro
una certa inquietudine, dovuta alla rapidità e all'eccessiva
semplicità di queste spicciative indicazioni d'imbarco, avvolte
da un'eccessiva aura di indeterminatezza. In mano non avevo nulla
di cartaceo o materiale che comprovasse il mio posto sul cargo, e
la sola garanzia telefonica del signor Murat mi pareva un po'
poco. Se la nave mi avesse lasciato a terra, mi sarei trovato
solo, con tre bici e senza ritorno prenotato, proprio nel clou
della stagione turistica. Adesso che ho davanti il signor Murat,
anche se so di abusare del suo tempo, voglio sincerarmi che si
ricordi anche delle tre biciclette.
"Ho anche tre bici, si ricorda?", chiedo. "Certo.
Le bici le carichiamo con lei, come le avevo già detto. Non si
preoccupi di nulla e arrivederci a domani".
Conciso come un cruciverba, il Murat. Obbedisco, e smetto subito
di preoccuparmi, sbattendo mentalmente i tacchi. Ho già avuto
modo di constatare che "Murat", ad Harem, è una parola
magica davanti alla quale si afflosciano le barriere doganali e le
sbarre biancorosse si levano al cielo. Perché non dovrebbero
schiudersi i ventri d'acciaio delle navi-balena per far passare il
Pinocchio in bicicletta? Un rapido sorriso di congedo, e il signor
Murat rivolge la sua preziosa attenzione ad uno dei suoi
collaboratori, che gli porge un folder. L'esatto contrario di una
situazione kafkiana, penso, però con un non so che di kafkiano.
Raggiungo Checco che mi sta aspettando sotto il sole, all'entrata
del piazzale d'asfalto ingombro di containers e TIR, dove la
polizia di frontiera ci ha fermato, lasciando passare solo me
quando ho pronunciato il nome di Murat.
"Fatto, Checco: dobbiamo venire domani alle 14 con le tre
bici. No, né biglietti né niente." Senza burocrazia, come
il giorno della Creazione.
IMBARCO E DINTORNI
I poliziotti guardano prima noi tre, a bordo delle biciclette,
e poi il marinaio turco che cerca di convincerli a farci passare.
Traduciamo all'italiano le espressioni che via via si dipingono
sulle loro facce: "Tre bici? Coi Tir? E di quei tre, chi
parte? Chi glielo ha dato, il permesso?"
Poi, il capo poliziotto sbatte col dorso della mano destra sul
palmo aperto della sinistra. Traduzione: e le carte? Il marinaio
mostra il mio passaporto, mi indica con la mano, e dice "Murat".
Il nome del pascià di Harem ha l'effetto del dantesco "Tu
Caron non ti crucciare". Il poliziotto si gira dall'altra
parte, con una vaga aria schifata, e compie il gesto liberatorio
di restituire il mio passaporto al marinaio: "Avanti,
rompiscatole, sparite", leggiamo nei sottotitoli.
Attraverso un labirinto di containers e camion, arriviamo davanti
ad un cargo grande come una piramide, ancora semivuoto. Siamo
piccoli, piccolissimi, come gli omini delle carceri di Piranesi.
Due marinai prendono in consegna da Marcos e Checco le biciclette,
ed entriamo sotto la volta d'acciaio. Si vede che la ciurma ha
voglia di giocare, e ci chiedono con uno sguardo se possono
provare le bici. Iniziano a fare delle manovre pericolose, perché
i sellini sono troppo alti e la geometria dei telai è insolita
per loro. Ridono, e il riso rimbomba metallico nell'antro
semivuoto. Uno di loro, che per un eccesso di autostima si sente
acrobata, per puro miracolo non si schianta sul pavimento di
acciaio, tra le risate degli altri. Quando decidono che hanno
giocato abbastanza, sistemano le bici in un angolo della stiva,
legandole con delle corde perché non si muovano in caso di mare
mosso. E lì resteranno fino a Trieste.
ALATURKA
Il ciclista disarcionato cerca di ingannare il tempo che manca
all'imbarco, così sono entrato in una bottega di barbiere, alla
stazione dei bus. Quando il curdo mi spennella il collo con la
schiuma da barba e inizia a rifinire il drammatico taglio di
capelli con dei colpi secchi e precisi di rasoio, d'improvviso
rivedo la mano con circa due dita e mezzo di Mano, il vecchio
barbiere di Fiumicello di quand'ero bimbo, che mi sposta le
orecchie col moncherino per radermi meglio. "Mano" era
abbreviazione di "Romano", e non una didascalia allusiva
della sua mutilazione, come io allora credevo. La schiuma sulle
basette e sulla nuca mi faceva sentire una specie di uomo, perché
in qualche modo Mano mi stava facendo una specie di barba. Dai e
dai, dopo la peluria sarebbero spuntati i peli veri, pensavo, e io
sarei finalmente diventato grande. Ed eccomi qui, uomo ciclista
con barba e basette, con gli occhi chiusi, e i fotogrammi della
moviola che avanzano a scatti ad ogni colpo di rasoio sulla nuca,
mentre la sedia girevole manovrata dal figaro mi provoca una
leggera vertigine, come quando ci si affaccia sul vuoto. Il Bibo,
l'Emilio di allora, è sul fondo del pozzo, a quarant'anni di
profondità. Il ciclista con barba e baffi che guarda giù
s'interroga che relazione ci sia tra il Bibo del fondo e l'Emilio
affacciato sulla vera, ma la risposta non è da ciclisti: ci vuole
Emanuele Severino o qualche altro filosofo debole e acuto. Apro
gli occhi, e gallerie di nuche turche si allineano all'infinito
oltre gli specchi appesi alla parete dietro ad ogni cliente, fino
a sparire. Una delle nuche è la mia: il taglio è stato radicale,
un marchio che sono andato a cercarmi quasi di proposito, un
sigillo visibile della Turchia da portarmi a casa, un segno del
viaggio sulla mia persona.
I ritmi "alaturka" sono ancora scanditi dai tempi del
barbiere e del caffè: quasi un'ora tra panno caldo in faccia,
massaggio alle spalle e alle dita, lavaggio capelli, crema
dopobarba e schiaffetti sulle guance per tonificare la pelle. E
poi, c'è il caffè: quasi dieci minuti per averlo sul tavolo dopo
l'ordinazione, altri cinque perché si depositi la polvere. E
infine una degustazione lenta, in sintonia con i tempi precedenti.
Seduti, ovviamente, e non come la gru di Chichibio su di un piede
davanti al bancone del bar, quant'è grazie arrivederci. Per
questo cercano di far saltare il caffè alaturka col Nescafè.
Poi, dovranno anche pensare ai barbieri: via i rasoi sul collo
perché trasmettono l'AIDS, no ai massaggi perché sono infettivi
e ci vuole il diploma, tariffe più alte, tempi più brevi. E
così via, e così sia.
La calura m'investe all'uscita dalla bottega del barbiere, che era
fredda come una cella frigorifera. E' quasi come alla stazione
degli autobus di Bogotà, di Lima, di Rio, del Cairo: c'è la
stessa vibrazione della povertà globalizzata che si sposta, che
viaggia, che cerca di sfuggire ad una condizione da cui non sarà
certo un bus a salvarli. Mi stupisco nel vedere gente,
evidentemente povera, parlare in continuazione con cellulari
sofisticati e costosi, depositando nelle casse delle grandi
multinazionali i loro pochi risparmi, comodamente, da qualsiasi
parte del globo, senza estrarre il portafogli o andare in banca.
In bici, la velocità di scorrimento del film che abbiamo davanti
è controllata da noi, dal ritmo circolare delle pedivelle, che
imprimono il movimento del gerundio all'andando, un gerundio che
possiamo trasformare in un participio passato, o in un futuro. E'
probabilmente un delirio di potenza: ma la barca da cui vengo
inghiottito, sul far della sera bosforina, mi sembra uscita in
qualche modo dalla dinamica ciclistica vorticosa di questo mese,
dall'amicizia con Paolo, dalla mia paura di volare, dalla
necessità di riportare i cavalli a casa dopo la rotta. La bici
sottrae il ciclista alla predestinazione calvinista delle
compagnie di turismo e d'assicurazione: pedaliamo per far
succedere le cose, per far girare la dinamo che attiva il caso e
rimette in auge dei piccoli fati possibili. Ci piace rimetterci
all'imprevisto, all'eventualità. La bicicletta è un generatore
di destini minimi quotidiani, continui, inevitabili: frenate e
appoggiate il piede al marciapiede per chiedere un'informazione, e
succederà qualcosa, sicuramente. Spostatevi con questo mezzo, e
le cose accadranno. Potrà succedere che strofinando l'alluminio
ossidato dal sudore compaia, come adesso, quest'immensa barca di
acciaio, dietro cui si accendono Istanbul, Costantinopoli,
Bisanzio, i nomi di questa idea che chiamiamo Oriente, e che non
siamo poi così sicuri di aver raggiunto.
ACHAB NON ABITA PIÙ QUI
Non cercate Achab a bordo di queste navi, non cercate Ismaele o
Billy Budd, gabbiere di parrocchetto, e neppure Maqroll o qualcuno
dei suoi amici. Non cercate la ruota del timone, o la bussola
nella sua custodia d'ottone, o le carte nautiche logore per l'uso,
tenute aperte da dei pesi di piombo e dai compassi. Due ragazzini
che sembrano appena usciti da un liceo si muovono annoiati sul
ponte di comando, un gran salone dai vetri azzurrati dove, su dei
banchi fissi, sono allineati i computer di bordo e gli strumenti.
La barca si comanda da sola, si dirige da sola. La scia, dritta
come una fucilata, lascia intendere che gli strumenti, precisi e
infallibili, lavorano meglio degli uomini. Il capitano, che sembra
un direttore di banca, lo vedrò solamente al momento dell'imbarco
e dello sbarco. I due ragazzini, gli ufficiali in seconda e in
terza, da soli condurranno questo gigante, in grado d'inghiottirsi
200 TIR tutti interi, fino al porto d'arrivo. Ha meno patos di un
ospedale nuovo, questa plancia di comando della nave, che non ha
bisogno di nessuno che la comandi. L'ufficiale in terza parla un
inglese un po' stentato, ma sufficiente per conversare. Mi dà il
libero accesso al ponte superiore, da dove si gode di una vista
bellissima sul mare e le isole, e dove c'è sempre un vento teso.
Sugli schermi dei computer appaiono delle carte geografiche
virtuali, che si possono ingrandire cliccando col mouse sulla
scala riportata a lato; un radar rivela la presenza dei natanti in
avvicinamento, un altro disegna le coste e l'orografia delle isole
attraverso cui navighiamo. Il loro lavoro consiste nel aggirarsi
per la plancia a controllare che i computer siano felici e in
salute, in un eterno avanti e indietro fra Trieste e Istanbul, con
tempi di riposo minimi. Sono cresciuti con questa concezione del
tempo, e a loro sembra naturale che il lavoro assorba la maggior
parte della loro gioventù.
"Guadagno bene, almeno per gli standard turchi", mi dice
il ragazzino ufficiale, "e sono contento". Mi trattengo
dal chiedergli come faccia a vivere sempre su una nave, con tempi
di riposo a terra assolutamente minimi. Mi fa un po' pena, e gli
do il telefono perché mi chiami. Non ha visto niente
dell'entroterra, non conosce né Grado né Aquileia, e mi
piacerebbe che vedesse la Bassa friulana dall'alto del campanile
di Popone. La barca resta in porto solo poche ore, ma talvolta le
operazioni si prolungano e lui potrebbe avere una mezza giornata
libera. Ma il gentile ufficiale non mi chiamerà, continuando con
la sua spola interminabile tra queste due città meravigliose, e
con la sequenza di addii virtuali che si rinnoveranno due volte la
settimana.
MUSTAFA
Mustafà il camionista ha i baffoni, è basso e sodo, e dal
suo sorriso forte che gli illumina perennemente la faccia scura,
sembrano sprizzare nuvolette come nei disegni di Jacovitti. Per
esprimermi il suo affetto ogni tanto mi afferra il muscoletto
della spalla, giusto sopra la scapola, tra il pollice e l'indice,
e me lo strizza con forza, strappandomi delle sonore imprecazioni.
Il suo amico, camionista come lui, ha un nome che per ricordarmelo
mi invento la frase "jumbo di cioccolata", perché il
suono è simile. Ma nonostante vari esercizi per memorizzarlo mi
dovrò rivolgere a lui con degli antipatici "Ehi" per
tutto il viaggio. Jumbo di Cioccolata è invece di pelle chiara,
ha i capelli bianchi ed è più basso di Mustafà. Ha lo sguardo
furbesco, come se ne avesse appena combinata qualcuna, o come se
stesse per farlo. Ai piani bassi, tra camionisti, marinai,
meccanici tedeschi, cuochi, si respira un'aria meno rarefatta. Se
non proprio da nave, almeno è da scuola alberghiera, o qualcosa
di simile. La mia cabina è grande, con moquette sintetica blu,
bagno da ospedale, tavolo, armadio, letto a castello spazioso.
Potrebbe essere la stanza cattolica di qualche seminario nuovo e
deserto e, in effetti, mi sento in una condizione a metà tra il
convento e gli arresti domiciliari. Devo dire che preferisco di
gran lunga gli arresti domiciliari o il convento ad una crociera
della Costa, quindi questa condizione spirituale allo yogurt mi
piace fin dall'inizio, una volta elaborato il lutto della birra,
assente da questa nave sunnita. Il destino scaturito dal famoso
vorticare di pedivelle mi ha trasformato in una specie di ciellino
laico in ritiro spirituale. Ho dimenticato di dire una cosa
importante: la cabina ha un oblò sul mare che galoppa, sfilando a
12 nodi invece dei 24 previsti, a causa della rottura di uno dei
motori.
Alzarsi presto o tardi, sulla nave che va, non ha molto senso in
sé. O tardi o presto, sono ventiquattr'ore che devono sfilare con
luce o buio, col rumore dell'unico diesel che funziona, con isole
e azzurri che restano indietro, a poppavia, come ricordi.
Colazione: nescafè, pane burro e miele. Poi il pranzo, da
ospedale, con sapori piatti, inesistenti, quasi da ostia. Alle
sei, la cena, uguale al pranzo, avvilente. Il cuoco, in una
prigione, farebbe sicuramente divampare una rivolta carceraria, e
i suoi bicipiti robusti m'inducono a pensare che più di una volta
debba aver raggiunto la costa a nuoto, dopo un vol-de-nuit
fuoribordo non firmato. E' simpatico, e capisco che questa virtù
non serve niente in cucina. Sarebbe meglio che si sedesse con noi
a raccontarci storie di viaggi, e che a cucinare ci fosse un
rompiballe, però esperto nell'arte dei soffritti.
I tedeschi s'illuminano d'immenso quando ci servono degli
spaghetti di un pallore mortale, con un rigor mortis che a
prenderne uno per un capo viene su tutto il gomitolo: "Gutt",
dicono, e ci spruzzano sopra mezz'etto di ketchup da una bottiglia
di plastica che pare d'ammorbidente per lavatrice. Mangio tutto,
solo perchè il pranzo o la cena finiscano, inshalla. Poi, se è
così cattiva, questa roba deve fare un sacco di bene. Mustafà e
e Jumbo di Cioccolata sbafano anche la mia parte, che spesso non
tocco neppure. Loro fanno di tutto per rimpinzarmi, ma io cerco di
convincerli che noi ciclisti, se non pedaliamo, non abbiamo poi
questa gran necessità di mangiare.
Mustafà invece, nel nostro tedesco-swahili che ci serve per
comunicare malamente, mi spiega che lui deve mangiare molto, per
il lavoro che fa. "Molte energie" mi dice. Si tocca la
testa: "guidare-pensare", spiega. Poi gli occhi:
"guidare-vedere". E le orecchie
"guidare-sentire". Si tocca le braccia, mimando lo
sforzo di una manovra difficile, sbuffando. Poi, di colpo, si
guarda in mezzo alle gambe, indica timidamente la patta dei
pantaloni e scoppia in una risata irrefrenabile: "Bulgaria-Romania",
ripete ridendo a crepapelle e alludendo con mimica e mani al suo
creapopoli. "Romania-Bulgaria tanta energia". Si capisce
che i prezzi del sesso mercenario, in quei due paesi, devono
essere buoni anche per i turchi dal portafoglio avvizzito.
"Si va a Bari", mi spiega il meccanico tedesco
"perché lì ci arriva la pompa da sostituire": dopo una
sosta non prevista di una notte ai Dardanelli, ecco giungere
questa bella notizia, il venerdì mattina. Uno dei due motori in
panne ha bisogno di una sostituzione. E' chiaro, ormai, che non
solo non arriverò il venerdì, ma forse neppure il sabato.
Rischio di non incontrare Rosa, in partenza sabato sera per
Montevideo, e che non vedo dal 15 giugno.
"E a Trieste -chiedo- quando ci arriviamo?" Il tedesco
non lo sa di preciso: domenica, lunedì mattina, vedremo, intanto
andiamo avanti a velocità dimezzata con un solo motore, spremuto
come un limone. Vado a buttarmi sul letto nella mia cabina, con
una telefonata avviso Rosa della situazione, e dopo aver letto un
po' mi addormento. Al risveglio mi accorgo che una fastidiosa
vibrazione, cui mi ero abituato perché era presente dal primo
minuto di navigazione, è sparita. La nave naviga liscia, quasi
silenziosa. Mi alzo e guardo fuori. Dall'oblò si vede il mare
filare velocissimo, come animato da un nuovo spirito vitale. Sul
ponte superiore, i tedeschi festeggiano rumorosamente degli
"urrà" la riparazione avvenuta. "Niente Bari!
Dritti a Trieste". La Grecia e la Dalmazia si animano e
iniziano a scorrere veloci all'orizzonte: per due fiate ancora, mi
viene da dire dantescamente, il pallido calcare delle isole si
accenderà e si spegnerà, lievemente tinto dall'aurora e dalla
sera ditarosate. Ecco Itaca, mi dice l'ufficiale, ecco Lissa ricca
d'acque, e le pareti a picco delle Incoronate. Zara, la città dei
nonni paterni, resterà nascosta dall'Isola Lunga. Ecco il
Quarnaro, capo Premantura, i grattacieli di Pola, Rovigno la
bella, con la sua chiesa che pare un fermaglio sul mantello di
tetti rossi che scende al mare. Col cannocchiale scorgo San
Lorenzo di Daila, dove mia nonna trascorse l'infanzia, e poi
Cittanova, dove lavorava in un albergo. Da queste terre d'olivi
siamo venuti noi, da queste isole dove sempre torno con un piacere
unico. Prima di navigarci in mezzo con la barca, mi sono
familiarizzato fin da piccolo coi nomi affascinanti, che sentivo
ripetere con nostalgia e affetto in casa: Zaravecia, Spalato,
Lesina, Premuda, Brazzà, Ragusa. Quando dico "Dubrovnik"
le vecchie zie mi saltano ancora addosso: "Ragusa, se dise,
insempià!"
Forse pare loro strano che il nipote, di stirpe di dalmati e
istriani, studi s-ciavo e si addentri nella Balcania a bordo di
una bicicletta, familiarizzando con gli uomini-capra, come li
chiamava mio nonno con disprezzo, alludendo alle loro origini
montanare.
"Fora le cavre!" urlava levando il bicchiere, dopo aver
cantato "Dalmazia, che m'importa se si muor!", e
invitando la tavolata al brindisi.
Ma "el Bibo el xè sempre stà un fià mato", dicono
come constatando l'ineluttabilità della forza di gravità, e
lasciano che il nipote studi s-ciavo, e vada a rompersi il
didietro tra la Fruska Gora e il Rodope, familiarizzando con le
cavre. Chissà cosa direbbe il nonno, se fosse vivo.
Dopo Punta Salvore il portolano delle coste istriane e italiane si
distende nel signorile gesto azzurro del golfo, punteggiato dal
bianco delle case e dei paesi. "Vedi -dico all'ufficiale
invitandolo a guardare col binocolo il campanile di Aquileia- io
abito là". Mi guardo alle spalle e penso: "E vengo da
là". Senza nostalgia, senza revanscismi. Quelli come me,
quelli che sentono affetto per terre e uomini, non fanno la
storia. Se gli va bene, al massimo possono schivarla. Gli altri,
sganciano bombe e disegnano nuovi confini, vincono o perdono
regioni intere, spostano popoli o li eliminano, creano esodi,
nuovi profughi e nuove letterature di migrazioni, di ritorni e di
ritorni impossibili. Dalla costa di Grado a quella di Pirano, giù
giù fino in Dalmazia, ovunque mi giri mi imbatto in ricordi miei
o di altri, in cose viste o solamente sentite narrare: io che
vagolo in vespa per il Kossovo e il Montenegro, o mio nonno che si
getta in mare da una nave austriaca, per non servire l'Impero; mia
nonna che fa la calza sullo scoglio davanti alla sua casa, e io
che torno a sedermi sullo stesso scoglio, cent'anni dopo, guardare
la casa, abitata da chissà chi. La selva di Ternova sovrasta il
Carso triestino e sloveno, le prealpi sono nitide nella distanza,
si muovono come diceva Biagio Marin: "Vision, la più biava
in tramontana, dei munti in movimento". Biavo: è il colore
che dilaga ovunque in questo panorama serale, dal mare al cielo ai
monti, ai confini blu che abbiamo attraversato più di un mese fa,
e che adesso aggiro, tornando dal mare. Non ricordavo la baia di
Pirano così grande, e così bella la scenografia del golfo.
"Addio monti sorgenti dall'acque": è una situazione
iconograficamente simile a quella di Lucia Mondella, ma vista alla
moviola, in riavvolgimento. E invece di piangere silenziosamente,
mi vien da ridere, mi sento felicissimo, allegro, pieno di questo
mese di vagabondaggio e di panorami mobili. Ho voglia di sbarco e
di amici, di birra e di intontire la gente col racconto del
viaggio. I monti sorgenti dall'acqua si avvicinano, Trieste si
rischiara sempre di più. Il Faro della Vittoria, col suo
marinaio-duce serio come un culo, guardando preoccupato la Slavia,
comincia a mandare le sue intermittenze luminose. Da Ronchi
decolla l'aereo per Roma, sul quale c'è Rosa, che quindi stasera
non vedrò. Se Penelope vola via, a casa, per lo meno, mi
aspettano Argo e Telemaco.
"Ti avremo luna d'oriente": ripetevamo come uno slogan
la frase coniata da Rumiz a sigla del viaggio, pedalando verso
est. Quando arrivammo a Istanbul, c'era scuro di luna,
maledizione: neanche una fettina, ce ne avevano lasciata, della
luna d'oriente. Adesso, invece, una luna piena e gialla sale pian
piano nel cielo stellato e un po' opaco d'agosto. Una piccola
festa sul molo, con Sofia e Adriano che sono venuti a prendere in
consegna le bici di Paolo e Checco. "Ti portiamo a casa in
macchina, dai!"
Quando li guardo come fossero appena scappati dal manicomio,
vestiti da Caligola, desistono subito. "Una birra,
allora?". No, la birra si beve al Moby Dick, a Fiumicello,
dopo la pedalata notturna in luce lunare. Così finisce al bar del
centro, con gli amici che raduno a colpi di cellulare, e dopo
un'ora in solitaria pedalata, sotto il segno della birra, il più
bel viaggio della mia vita.
(fine)
TRIESTE -
ISTANBUL in BICICLETTA e-mail: emiliochecco@hotmail.com
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