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KARA DENIZ
DEGUSTAZIONI PARALLELE
In un piccolo ristorante di Normandia, eccellente pensione
all'antica, il gourmet assiste con impaziente soddisfazione
all'apertura di una bottiglia di riesling renano del 1987,
conquistata in un'asta parigina a suon di dollari. La vecchia
padrona, mantenuta in vita dal figlio come fosse il fuoco di
Vesta, prepara dei pate' "maison" e "campagne"
come nessuno sa più fare in tutta la Francia. E' sepolta nella
sua cucina che sembra un antro, affumicata com'è, ma allo stesso
rilucente di rami. La donna è così curva che sembra uno gnomo
alchimista, e l'immenso sguattero senegalese che l'aiuta
dev'essere proprio il genio della lampada. Su prenotazione, e
pagando quello che c'è da pagare, si puo' ordinare il famoso
patè. E la pernice. Eh, sì, la famosa pernice al bordeaux,
farcita ai tartufi e verdure. La bottiglia, ormai aperta da
un'ora, dovrebbe essersi ossigenata, e il pane caldo sta per
arrivare. Certo, se ne avverte il profumo ogni volta che il
cameriere apre la porta dalla cucina, da dove giungono altre
tiepide fragranze. Le stoviglie e i bicchieri scintillano alla
luce delle candele, e un "Giulietta e Romeo", preparato
per la fine del pranzo, attende inerte la sua sorte. Com'è felice
quel gourmet, che attende la pernice sorseggiando un "Krug"
millesimato, accompagnato da un crostino caldo al paté!
La voluttà che prova quel gourmet è inferiore a quella che provo
io, adesso, nel traffico mattutino di Istanbul, lunedì trenta
luglio, esattamente a un mese dalla partenza da casa. Respiro,
degustandole, boccate di gas di scarico, mentre poco ci manca che
un autobus mi plastifichi sull'asfalto che comincia a
surriscaldarsi. I taxi mi tagliano la strada, e in più bisogna
stare attenti ai tombini: il geometra comunale sicuramente non va
in bici, perché ne ha messi alcuni con le scanalature parallele
alla strada, cosicché la ruota rischia di finirci dentro,
disarcionando il ciclista. Bisogna capire da distante il verso in
cui sono collocati, per agire di conseguenza, tagliandoli
leggermente in diagonale, evitando cosi' di finire nella trappola
bizantina. Per di più' stamani un vento fresco e sostenuto, a
raffiche, soffia dal Mar Nero lungo il Bosforo, contrastando la
pedalata in modo perfettamente ortogonale. L'anno scorso, in
questa citta', da giugno a settembre non è caduta una sola goccia
di pioggia. Oggi, nuvoloni si accavallano e s'ispessiscono sul
fiordo boscoso del Bosforo, lasciando prevedere temporali. Ma è
la felicità, perché sto pedalando di nuovo, e assaporo tutto
questo con una forte sensazione di presente: godiamocela, perché
tempus fugit. Il viaggio continua. Era lì, sotto la cenere:
bastava attizzarlo.
A PIED OU A CHEVAL…
Un breve flash-back. Ormai e' dal 17 luglio che non pedalo, e da
quel giorno il pellegrino che fui è stato trasformato in turista
dalle circostanze. Mi sento un po' come un cosacco disarcionato.
In questo mondo siamo solo di passaggio, si dice: sta a noi
decidere se essere pellegrini o turisti, e non è cosa da poco. Ma
decidere non è sempre facile, e a volte la condizione umana
sembra appiattirsi irrimediabilmente su quella del turista.
Speriamo che il paradiso, se c'è, non sia un club med.
Con una compagnia di vecchi amici - Mara, la moglie di Checco, la
loro figlia Chicca, e il cugino brasiliano Marcos - abbiamo
visitato Istanbul. Poi, con un treno assolutamente turco e
sgangherato, pieno di contadine dai lunghi vestiti e dai
fazzoletti chiari attorno alla testa, attraverso un paesaggio
riarso, siamo arrivati a Selgiuk, cittadina in bilico tra il
mare-rimini e la storia antica. Ciò che resta di Efeso è qui,
alla periferia di Selgiuk. Checco e io siamo distratti, poco
propensi a incrementare l'orda di turisti che invade musei, scavi,
bazar, ristoranti, moschee. L'antica Efeso sembra un dinosauro
spolpato, ed è arduo immaginarsi come doveva essere lo scheletro
intero, prima che gli uomini ne sparpagliassero le ossa. Ancora
più arduo è immaginarsi come doveva essere la città viva, con
l'acqua che dal Tempio di Domiziano scendeva verso il grande
anfiteatro, animando con trasparenze, rumori, e riflessi i marmi
delle innumerevoli fontane attraverso cui era costretta a passare.
Quello che c'era di buono è stato portato via tutto: è a
Berlino, a Londra, nelle grandi collezioni americane.
"Il governo sta cercando di recuperare i pezzi
trafugati", spiega una guida. Campa cavallo che glieli
restituiscono, i pezzi trafugati. La città in rovina giace inerte
sotto il sole a picco, con le sue vertebre calcinate di marmo
sparse per la campagna bruciata. Duemila anni di cattolicesimo e
un romanticismo ancora troppo vicino, raccomandano al visitatore
di rinunciare a ricostruzioni immaginarie alla Ben Hur, pena il
rischio di vedersi salutare dal centurione con lo Swatch, o
d'immaginare gesti, sentimenti, consuetudini ormai polverizzate.
Accontentiamoci delle pietre silenziose e scomposte, e delle
parole di Giovenale o di Petronio Arbitro, che meglio delle guide
turistiche gettano pochi raggi di luce, circoscritti ma vividi, su
quel mondo mediterraneo, pagano e schiavista.
Capicomitiva con l'ombrello al cielo badano che le greggi non si
mescolino, che i loro turisti non scivolino sui marmi lucidi, e
fanno aria col ventaglio a coloro cui il sole ha dato una
martellata in testa, mettendoli a sedere di forza su un capitello.
Illustrano con particolare enfasi la zona dei cessi e dei
bordelli, perché sanno di risvegliare l'attenzione
dell'auditorio. Battute scatologiche scontate, e ripetute mille
volte, fanno ridere le comitive. Un turista bellospirito ogni
tanto ha la replica pronta. Ma s'illude: tutti i possibili witz
sono stati codificati dalle guide, che hanno nella bisaccia tutti
i contro-witz dell'universo mondo dei turisti. Certo, siamo anche
noi dei loro, ma quest'anno controvoglia. La pedalata di 18 giorni
è entrata nel nostro hardware, e facciamo fatica a tornare alla
vita civile. Io sono affetto da reducismo ciclistico, credo,
venato di snobismo.
Ma poi arriva la sera: i minareti si stagliano netti nel tramonto,
l'azzurro meridiano del cielo è invaso da tutti i colori e si
alleggerisce come un paracadute in planata. Abbiamo imparato a
distinguere i canti dei muezzin, a capire quali sono intonati e
cantano col cuore, e quelli che ripetono stancamente il loro
orapronobis.
L'iman dell'antica e bella moschea d'Efeso ci accoglie come
fossimo un'apparizione, con un sorriso beato e un po' beota.
"Inshalla", dice sgranando gli occhi lucidi al cielo,
"Inshalla", ripete mentre, uno a uno, ci presentiamo.
Quando scopre che Marcos è brasiliano raddoppia la sua commozione
e la sua emissione di "Inshalla", e deve raccogliere col
dito una lacrimuccia di divina gratitudine che sta per scorrergli
sul viso. Una musica dei dervisci rotanti riempie l'unica volta di
pietra, e l'Iman, paziente e gentile, scrive i nostri nomi in
arabo, usando inchiostro rosso e nero, da vero maestro calligrafo.
"Bizmilahirrahmanirrahim", scrive con devozione,
"Incomincio col nome di Dio", e consegna l'esercizio
calligrafico a Mara. Compro la musica dei dervisci al beato iman e
mi affaccio al giardino fiorito di Allah, un rettangolo circondato
da alte mura di pietra bianca ricavata dall'antica Efeso. La luce
si combina con la superficie della pietra conferendole un colore
caldo, ed esaltandone con precisione il profilo e i segni che il
tempo le ha inferto. L'iman ci congeda con una serie d'inchini e
di "Inshalla" che certamente ci proteggeranno fino al
nostro ritorno a casa: e oltre.
Al ristorante, parliamo a puntate del nostro viaggio, o ascoltiamo
le relazioni di Chicca, Mara e Marcos, che sono andati a visitare
delle località archeologiche vicine: Mileto, Alicarnasso,
Afrodisia. Checco e io ci defiliamo sempre, e andiamo a tirare a
campare in una spiaggia ne' bella ne' brutta, a leggere al sole e
a bere qualche birra, aspettando la sera, come pensionati a
Sottomarina. Ah, il sapore di quella birra, davanti al libro di
fiabe delle mille e una notte. E quel terrano acidulo di Razdrto,
al tramonto, prima che sotto di noi si srotolasse la Strada,
quella con la esse maiuscola. Dobbiamo stare attenti, altrimenti
diventeremo pallosi come vecchi generali in congedo.
KARA DENIZ
Ho lasciato gli amici a Selgiuk e sono tornato a Istanbul in bus,
per preparare il ritorno. Devo andare al porto, parlare con questo
signor Murat, per vedere se una vecchia amicizia di Paolo mi apre
le stive di qualche cargo turco. Si parte dall'Asia, e perciò
devo anche capire come portare le bici da Sultanahmet all'imbarco
di Harem, attraversando il Bosforo. Da turista a spedizioniere: la
trasformazione mi piace, e l'idea di salvarmi da un viaggio in
aereo, di cui ho timor panico, rende tutte queste operazioni
gradevoli. In navigazione potrò scrivere il diario, terminare le
memorie di Casanova, rivisitare la Divina Commedia, stivata nella
hoeplina minima che mi accompagna dovunque. Così, dopo avere
compiuto con le cose più urgenti, ho deciso di recuperare la
bici, sepolta da dieci giorni in un garage sotterraneo di
Sultanhakmet, e di pedalare fino al Mar Nero. Mi sono inventato
questo pezzo di viaggio in più verso il giardino delle Esperidi,
perché le gambe e lo spirito lo imploravano, e per vedere cosa si
prova a rimontare a cheval dopo dieci giorni a pied. Anche il
didietro, affetto da una sorta di Sindrome di Stoccolma delle
chiappe, chiama a gran voce la sella, nonostante le sofferenze
delle settimane scorse. E devo dire: davvero non male, la
sensazione di questo ritorno al pedale.
La strada costeggia lo stretto del Bosforo con un andamento
sinuoso, e a tratti si possono utilizzare gli ampi marciapiedi,
lambiti dagli spruzzi del mare scuro e concitato, come piste
ciclabili. E' lunedì e, dopo il gigantesco ponte di Ataturk che
ci sorvola col suo rumore aeronautico, il traffico si
decongestiona, e si può torearlo con facilità. L'acqua oggi fa i
gattini -le creste bianche- come a Trieste quando c'è la bora. La
corrente e il vento provocano piccole burrasche, l'aria è piena
di pulviscolo salato e di sentori marini. Ovunque sono ormeggiate
barche: grandi yacht a tre alberi in legno, barche a vela
lussuose, catch, motoscafi come campi da tennis, motoscafi
normali, sloop, motoscafini, motoscafetti, derive, canoe, barche
scrostate, barchini semiaffondati e sfasciati. In comune hanno
solo -come la legge che è uguale per tutti- la linea di
galleggiamento, anche se quello che conta davvero non è tale
linea -o la legge- ma quanto è grande lo scafo. O quanto è
ammanicato e potente l'avvocato assoldato. Mi chiedo di chi siano
le barchette più misere. Non di certo dei proprietari di queste
case sul mare, privilegio di ricchi.
Quando viaggio resto vittima di un automatismo dal sapore
provinciale, che consiste nell'associare automaticamente i posti
che visito, con altri che ho conosciuto in precedenza. Qui, mi
pare di essere ai laghi, perché la vicinanza della sponda
asiatica crea l'illusione prospettica di essere sul Garda o sul
Maggiore. Lungo le rive, l'eclettismo levantino ha allineato
chilometri di case dagli stili più diversi. Le più belle sono
completamente in legno, dipinte con colori da mare: azzurro, rosa,
verde pistacchio. Qualche parco rigoglioso nasconde ville di cui
s'intravedono solo i tetti e le inevitabili paraboliche, e di cui
s'intuisce la magnificenza da sultano. Davanti a una di esse un
autentico monumento -un cavallo di bronzo su di un alto
piedistallo- deve avere lo scopo d'intimorire il visitatore, e di
annunciargli che in quella casa vive un grandissimo e felicissimo
signore. Ricordo il Carlo Emilio Gadda corrosivo, che descriveva
le case "de' pitalieri e de' bozzolai" costruite sulle
sponde del lago Maggiore o d'Orta, "quale in guisa d'Alhambra,
quale in guisa di Kremlino". Ma qui il mare ha indotto in
parte gli architetti ha stemperare le arditezze dei committenti e
se si eccettuano le regge pretenziose, i sapori di lungomare e di
lungolago si fondono per crearne uno originale, proprio di qui.
Sono ormai rare le case antiche in legno scuro, quelle che si
vedono riprodotte nelle stampe d'epoca o nelle vecchie foto. Pare
non ci sia interesse a conservarle, e l'unica ragione plausibile
che ne spieghi la mancata demolizione, dato l'alto valore dei
terreni sul lungomare, è qualche insolubile e intricata lite
ereditaria.
Tra queste vecchie case c'è una sopravvivenza eccezionale, che mi
obbliga a smontare dalla bicicletta per osservarla con attenzione.
Si tratta di un'enorme costruzione di legno, una specie
d'imperiale chalet asburgico, col tetto a due acque dagli
spioventi amplissimi. Certo, una casa d'alta montagna sul Bosforo
avrebbe attirato l'attenzione corrosiva del Carlo Emilio, ma lo
stato d'abbandono in cui si trova suscita più preoccupazione per
la sua sorte che ironia per la sua aria indubbiamente kitsch. Il
portone - l'unica parte in pietra- è in stile italiano, con una
testa che chiude l'archivolto. Sopra, si apre una balconata con
tre grandi finestre ad arco, e sopra questa se ne apre un'altra,
con un'unica ampia arcata, fiancheggiata da due lesene che
scandiscono la facciata in tre parti. Sopra la balconata
superiore, dove le falde del tetto s'incontrano, una gran testa
d'aquila in legno regge uno scudo crociato, da cui si dipartono
due festoni che terminano nelle lesene. Una cariatide regge la
costruzione, ma solo sulla sinistra, mentre la destra si arrangia
da sola. E' evidente che, nonostante l'unicità, la casa è stata
lasciata in balia delle brezze saline del Bosforo ormai da decine
d'anni. Il legno, in origine scuro, si sta sbiancando, e le assi
cominciano a sconnettersi. Nessuno dei passanti sa darmi delle
spiegazioni convincenti su questo monumento bizzarro, né la guida
che consulto nomina questa casa eclettica, che evidentemente
avrebbe bisogno di un grande investimento per essere salvata.
Pedalo sul lungomare, approfittando dell'ampia passeggiata in
pietra. Le coste boscose dell'Asia e dell'Europa, a causa del loro
andamento sinuoso, appaiono al ciclista come una sola. Ma il
vorticare delle pedivelle è l'apriti sesamo che fa dischiudere
questa barriera di colline verde scuro, lasciando intravedere per
una decina di secondi uno scorcio del Kara Deniz, il Mar Nero.
Poi, le coste si uniscono nuovamente, e il Kara Deniz scompare. La
carta geografica, consultata prima della partenza, indicava che
bisogna risalire la collina e scendere dall'altra parte, se si
vuole immergersi nelle sue acque: una piccola tappa di montagna,
con un dislivello di poco meno di trecento metri.
Prima di affrontare la salita mi fermo nel paesino di xxxxxxxxx
incuriosito dalla statua di bronzo di Kemal Pascià Ataturk, lo
statista fondatore della moderna Turchia. La fotografo perché il
grande Ataturk vi è rappresentato in maniera curiosa: e non solo
qui. Sulle banconote, specialmente in quelle da dieci milioni di
lire, Kemal Pascià ti fissa con uno sguardo magnetico da
ipnotizzatore, e cerca di accattivarsi lo spettatore con un
sorrisetto ammiccante, come quello di un mago che venne a
Fiumicello quando avevo dieci anni. Il sedicente mago, che al
cinema parrocchiale ipnotizzava le galline facendole fumare, era
identico a Kemal Pascià. Ma la statua che fotografo è ancora
più sorprendente. Ataturk accenna a un passo, reggendo il
cappello a cilindro da prestigiatore con una mano, e con l'altra
il bastone da passeggio. Un mantello gli spiove dalle spalle e dal
polso, come al Gastone petroliniano, pendono due guanti. La
colonna sonora obbligatoria è "Vecchio frac" di Modugno:
col "bastone di cristallo, due diamanti per gemelli e sul
candido gilè, un papillon, un papillon, di seta blu". Se
potesse parlare, Kemal Pascià Ataturkdirebbe sicuramente: "Et
voila, madames et monsieurs: la Turquie Moderne!"
La strada si arrampica sulla montagna e, appena sorpassata la
prima fila di case, quelle di lusso, il paesaggio urbano
s'impoverisce a mano a mano che si sale. Dapprima ci sono alcuni
condomini quasi decenti, poi l'insediamento umano si fa più
scomposto: delle casette ancora da intonacare, frutto di qualche
risparmio da emigrante, sono fiancheggiate da baracche o case in
muratura, ma col tetto di latta o eternit. Degli anziani, che si
sono probabilmente beccati le conseguenze della liberalizzazione
turca, stanno seduti sulla soglia. Qualcuno di loro pulisce del
pesce o sistema una vecchia rete. "Ecco -mi dico- di chi sono
le barchette proletarie". Mano a mano che salgo la strada si
fa più stretta e ripida, tanto che mi tocca mettere la
"piccola" davanti. Più poveri si è, più fatica si
deve fare, a quanto pare. Il paese resta indietro, e il vicolo
s'immette in una strada più ampia. Le nuvole se ne sono andate, e
il caldo che si sprigiona dall'asfalto nuovo è insopportabile. Si
scrive "insopportabile", ma in realtà, pedalando, si fa
meno fatica che a scrivere, e si sopporta bene. Chi legge forse
pensa che il ciclista patisca più del lecito: è perché non ha
davanti agli occhi, dopo lo scollinamento a 235 metri, un azzurro
unico, il cielo turco che sfuma nel blu del Kara Denìz, per
l'umidità che abolisce le linee nette, figlie dei venti del nord.
Appena oltre la cresta osservo il fenomeno che ho già visto tante
volte al cambio di versante: la vegetazione cambia di colpo,
diventa brulla, stenta, quasi carsolina, con querce basse, acacie,
pini, cipressi e arbusti. Il microclima umido dello Stretto qui
non si fa sentire. La discesa è nel vento caldo, e siccome oggi
ho dimenticato la carta navigo a vista. Capito così in un paese
turistico, senza grandi strutture né bellezze naturali. Il mare
non è nero, è solo sporco, come il Calimero di pubblicità
d'antan.
Cartacce, plastica e altro galleggiano sull'acqua che qui ha un
bel colore verdolino. Sulla sinistra stanno nascendo dei villaggi
turistici, che hanno il deserto alle spalle, e sembrano delle
Rimini per nomadi. In vita mia ho visto molte spiagge così:
dapprima solitarie, poi, poco a poco, colonizzate da casette,
case, villaggi, hotels, complessi turistici. E magari poi
abbandonate come città maya: Santa Marta, Canoa Quebrada,
Atacames e altre ancora, accomunate dalla stessa sorte
globalizzatrice Per fortuna che ci sono ancora un po' di cose da
rovinare. Sennò come potremo dire, quando saremo vecchi:
"Qui, quand'ero giovane, c'era un pescheto magnifico"?
Bisogna far sempre credere ai giovani che siamo usciti dal
Paradiso Perduto. E' una moda che dura dai tempi di Adamo ed Eva.
ADIOS MUCHACHOS
A volte scopro di avere la capacità di trasformare segmenti della
mia vita in qualcosa di simile alle telenovelas, e me stesso in
un'anima semplice disposta a commuoversi quando me le proietto. E'
da giorni che medito una cerimonia d'addio ai miei guanti "Cafè
de Colombia", che il meccanico ciclista Alvaro Pachon mi
regalò a Bogotà nell'88, all'atto di consegnarmi la mia prima
bicicletta. Li usai poco, perché quasi subito mi comprai qualcosa
di più chic. Prima di partire, i famosi guanti sono rispuntati da
un baule dove tengo alla rinfusa, come in un limbo, le cose che
non mi servono più ma da cui non riesco a staccarmi.
Un pericolosissimo potenziale museo del Generale in Pensione, che
bisognerà che mi decida ad eliminare, prima di incominciare ad
incorniciare calzetti bucati e scarpe da MTB sfondate, ricordo di
qualche epica traversata andina. Adesso i guanti sono distrutti da
questi 18 giorni d'uso quotidiano, e due vistosissimi buchi
lasciano allo scoperto per intero i palmi delle mani. Me li sfilo,
appoggiato alla balaustra che dà all'acqua, guardandomi alle
spalle, perché non vorrei che qualcuno mi sgridasse perché
sporco il mare, fraintendendo il significato mistico della
cerimonia. Dopo un addio li faccio volare in acqua, dove trovano
quasi subito una conveniente profondità di navigazione. Si
dirigono verso est, verso il desiderio che ha animato questi anni
di progetto orientale. Procedono in formazione, appena sotto il
pelo dell'acqua trasparente, passano sotto i piloni di un
ristorante-terrazza, si dirigono verso una roccia dopo la quale
scompariranno alla mia vista. La corrente, in uscita dal Kara
Deniz, dovrebbe riportarli nel Mediterraneo.
Dal momento in cui me li sono infilati la prima volta a quello in
cui me li sono tolti per l'ultima, sono successe delle cose per me
straordinariamente importanti: sette anni di Colombia, dove ho
conosciuto mia moglie ed è nato mio figlio, il vizio della
bicicletta al posto di quello del fumo, letture, i viaggi, delle
nuove amicizie, la perdita di amici cari, lo studio del
serbocroato, una casa nostra, questo viaggio straordinario. E poi
la morte di mio padre, che mi ha tolto il piacere di raccontargli
questa avventura. Me lo sono immaginato spesso, sprofondato nella
sua sedia girevole, immerso nel fumo e nella luce azzurrina della
lampada da tavolo, che commenta con degli "Urca ciò!" i
passaggi più salienti dell'odissea del figlio un po' matto. So
che mi avrebbe seguito su Internet, tappa dopo tappa, con
attenzione e curiosità quotidiane, in attesa dei miei racconti a
voce. La telenovela che mi sono costruito adesso ha tutti gli
ingredienti giusti, e mi commuovo come il beato iman di Selgiuk.
Per fortuna la salita sotto il sole meridiano, e un attacco di
euforia intestinale -che non diventa tragedia solo grazie alla
vicinanza di un ristorante samaritano- smussano la commozione e
riportano la cognizione del dolore verso registri più prosaici,
quotidiani. Dopo il pranzo e il cessato allarme, riprendendo la
salita, mi giro per l'ultima volta verso il Kara Deniz, dove
navigano in immersione i "Cafè de Colombia", cantandomi
mentalmente il mio tango preferito: "Adios muchachos
companeros de mi vida…"
TRIESTE -
ISTANBUL in BICICLETTA e-mail: emiliochecco@hotmail.com
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