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APPUNTI DI VIAGGIO  
TRIESTE - ISTANBUL IN BICICLETTA (19) - di Emilio Rigatti 
     

KARA DENIZ

DEGUSTAZIONI PARALLELE

In un piccolo ristorante di Normandia, eccellente pensione all'antica, il gourmet assiste con impaziente soddisfazione all'apertura di una bottiglia di riesling renano del 1987, conquistata in un'asta parigina a suon di dollari. La vecchia padrona, mantenuta in vita dal figlio come fosse il fuoco di Vesta, prepara dei pate' "maison" e "campagne" come nessuno sa più fare in tutta la Francia. E' sepolta nella sua cucina che sembra un antro, affumicata com'è, ma allo stesso rilucente di rami. La donna è così curva che sembra uno gnomo alchimista, e l'immenso sguattero senegalese che l'aiuta dev'essere proprio il genio della lampada. Su prenotazione, e pagando quello che c'è da pagare, si puo' ordinare il famoso patè. E la pernice. Eh, sì, la famosa pernice al bordeaux, farcita ai tartufi e verdure. La bottiglia, ormai aperta da un'ora, dovrebbe essersi ossigenata, e il pane caldo sta per arrivare. Certo, se ne avverte il profumo ogni volta che il cameriere apre la porta dalla cucina, da dove giungono altre tiepide fragranze. Le stoviglie e i bicchieri scintillano alla luce delle candele, e un "Giulietta e Romeo", preparato per la fine del pranzo, attende inerte la sua sorte. Com'è felice quel gourmet, che attende la pernice sorseggiando un "Krug" millesimato, accompagnato da un crostino caldo al paté!

La voluttà che prova quel gourmet è inferiore a quella che provo io, adesso, nel traffico mattutino di Istanbul, lunedì trenta luglio, esattamente a un mese dalla partenza da casa. Respiro, degustandole, boccate di gas di scarico, mentre poco ci manca che un autobus mi plastifichi sull'asfalto che comincia a surriscaldarsi. I taxi mi tagliano la strada, e in più bisogna stare attenti ai tombini: il geometra comunale sicuramente non va in bici, perché ne ha messi alcuni con le scanalature parallele alla strada, cosicché la ruota rischia di finirci dentro, disarcionando il ciclista. Bisogna capire da distante il verso in cui sono collocati, per agire di conseguenza, tagliandoli leggermente in diagonale, evitando cosi' di finire nella trappola bizantina. Per di più' stamani un vento fresco e sostenuto, a raffiche, soffia dal Mar Nero lungo il Bosforo, contrastando la pedalata in modo perfettamente ortogonale. L'anno scorso, in questa citta', da giugno a settembre non è caduta una sola goccia di pioggia. Oggi, nuvoloni si accavallano e s'ispessiscono sul fiordo boscoso del Bosforo, lasciando prevedere temporali. Ma è la felicità, perché sto pedalando di nuovo, e assaporo tutto questo con una forte sensazione di presente: godiamocela, perché tempus fugit. Il viaggio continua. Era lì, sotto la cenere: bastava attizzarlo.


A PIED OU A CHEVAL…

Un breve flash-back. Ormai e' dal 17 luglio che non pedalo, e da quel giorno il pellegrino che fui è stato trasformato in turista dalle circostanze. Mi sento un po' come un cosacco disarcionato. In questo mondo siamo solo di passaggio, si dice: sta a noi decidere se essere pellegrini o turisti, e non è cosa da poco. Ma decidere non è sempre facile, e a volte la condizione umana sembra appiattirsi irrimediabilmente su quella del turista. Speriamo che il paradiso, se c'è, non sia un club med.

Con una compagnia di vecchi amici - Mara, la moglie di Checco, la loro figlia Chicca, e il cugino brasiliano Marcos - abbiamo visitato Istanbul. Poi, con un treno assolutamente turco e sgangherato, pieno di contadine dai lunghi vestiti e dai fazzoletti chiari attorno alla testa, attraverso un paesaggio riarso, siamo arrivati a Selgiuk, cittadina in bilico tra il mare-rimini e la storia antica. Ciò che resta di Efeso è qui, alla periferia di Selgiuk. Checco e io siamo distratti, poco propensi a incrementare l'orda di turisti che invade musei, scavi, bazar, ristoranti, moschee. L'antica Efeso sembra un dinosauro spolpato, ed è arduo immaginarsi come doveva essere lo scheletro intero, prima che gli uomini ne sparpagliassero le ossa. Ancora più arduo è immaginarsi come doveva essere la città viva, con l'acqua che dal Tempio di Domiziano scendeva verso il grande anfiteatro, animando con trasparenze, rumori, e riflessi i marmi delle innumerevoli fontane attraverso cui era costretta a passare. Quello che c'era di buono è stato portato via tutto: è a Berlino, a Londra, nelle grandi collezioni americane.

"Il governo sta cercando di recuperare i pezzi trafugati", spiega una guida. Campa cavallo che glieli restituiscono, i pezzi trafugati. La città in rovina giace inerte sotto il sole a picco, con le sue vertebre calcinate di marmo sparse per la campagna bruciata. Duemila anni di cattolicesimo e un romanticismo ancora troppo vicino, raccomandano al visitatore di rinunciare a ricostruzioni immaginarie alla Ben Hur, pena il rischio di vedersi salutare dal centurione con lo Swatch, o d'immaginare gesti, sentimenti, consuetudini ormai polverizzate. Accontentiamoci delle pietre silenziose e scomposte, e delle parole di Giovenale o di Petronio Arbitro, che meglio delle guide turistiche gettano pochi raggi di luce, circoscritti ma vividi, su quel mondo mediterraneo, pagano e schiavista.

Capicomitiva con l'ombrello al cielo badano che le greggi non si mescolino, che i loro turisti non scivolino sui marmi lucidi, e fanno aria col ventaglio a coloro cui il sole ha dato una martellata in testa, mettendoli a sedere di forza su un capitello. Illustrano con particolare enfasi la zona dei cessi e dei bordelli, perché sanno di risvegliare l'attenzione dell'auditorio. Battute scatologiche scontate, e ripetute mille volte, fanno ridere le comitive. Un turista bellospirito ogni tanto ha la replica pronta. Ma s'illude: tutti i possibili witz sono stati codificati dalle guide, che hanno nella bisaccia tutti i contro-witz dell'universo mondo dei turisti. Certo, siamo anche noi dei loro, ma quest'anno controvoglia. La pedalata di 18 giorni è entrata nel nostro hardware, e facciamo fatica a tornare alla vita civile. Io sono affetto da reducismo ciclistico, credo, venato di snobismo.

Ma poi arriva la sera: i minareti si stagliano netti nel tramonto, l'azzurro meridiano del cielo è invaso da tutti i colori e si alleggerisce come un paracadute in planata. Abbiamo imparato a distinguere i canti dei muezzin, a capire quali sono intonati e cantano col cuore, e quelli che ripetono stancamente il loro orapronobis.

L'iman dell'antica e bella moschea d'Efeso ci accoglie come fossimo un'apparizione, con un sorriso beato e un po' beota. "Inshalla", dice sgranando gli occhi lucidi al cielo, "Inshalla", ripete mentre, uno a uno, ci presentiamo. Quando scopre che Marcos è brasiliano raddoppia la sua commozione e la sua emissione di "Inshalla", e deve raccogliere col dito una lacrimuccia di divina gratitudine che sta per scorrergli sul viso. Una musica dei dervisci rotanti riempie l'unica volta di pietra, e l'Iman, paziente e gentile, scrive i nostri nomi in arabo, usando inchiostro rosso e nero, da vero maestro calligrafo. "Bizmilahirrahmanirrahim", scrive con devozione, "Incomincio col nome di Dio", e consegna l'esercizio calligrafico a Mara. Compro la musica dei dervisci al beato iman e mi affaccio al giardino fiorito di Allah, un rettangolo circondato da alte mura di pietra bianca ricavata dall'antica Efeso. La luce si combina con la superficie della pietra conferendole un colore caldo, ed esaltandone con precisione il profilo e i segni che il tempo le ha inferto. L'iman ci congeda con una serie d'inchini e di "Inshalla" che certamente ci proteggeranno fino al nostro ritorno a casa: e oltre.

Al ristorante, parliamo a puntate del nostro viaggio, o ascoltiamo le relazioni di Chicca, Mara e Marcos, che sono andati a visitare delle località archeologiche vicine: Mileto, Alicarnasso, Afrodisia. Checco e io ci defiliamo sempre, e andiamo a tirare a campare in una spiaggia ne' bella ne' brutta, a leggere al sole e a bere qualche birra, aspettando la sera, come pensionati a Sottomarina. Ah, il sapore di quella birra, davanti al libro di fiabe delle mille e una notte. E quel terrano acidulo di Razdrto, al tramonto, prima che sotto di noi si srotolasse la Strada, quella con la esse maiuscola. Dobbiamo stare attenti, altrimenti diventeremo pallosi come vecchi generali in congedo.


KARA DENIZ

Ho lasciato gli amici a Selgiuk e sono tornato a Istanbul in bus, per preparare il ritorno. Devo andare al porto, parlare con questo signor Murat, per vedere se una vecchia amicizia di Paolo mi apre le stive di qualche cargo turco. Si parte dall'Asia, e perciò devo anche capire come portare le bici da Sultanahmet all'imbarco di Harem, attraversando il Bosforo. Da turista a spedizioniere: la trasformazione mi piace, e l'idea di salvarmi da un viaggio in aereo, di cui ho timor panico, rende tutte queste operazioni gradevoli. In navigazione potrò scrivere il diario, terminare le memorie di Casanova, rivisitare la Divina Commedia, stivata nella hoeplina minima che mi accompagna dovunque. Così, dopo avere compiuto con le cose più urgenti, ho deciso di recuperare la bici, sepolta da dieci giorni in un garage sotterraneo di Sultanhakmet, e di pedalare fino al Mar Nero. Mi sono inventato questo pezzo di viaggio in più verso il giardino delle Esperidi, perché le gambe e lo spirito lo imploravano, e per vedere cosa si prova a rimontare a cheval dopo dieci giorni a pied. Anche il didietro, affetto da una sorta di Sindrome di Stoccolma delle chiappe, chiama a gran voce la sella, nonostante le sofferenze delle settimane scorse. E devo dire: davvero non male, la sensazione di questo ritorno al pedale.

La strada costeggia lo stretto del Bosforo con un andamento sinuoso, e a tratti si possono utilizzare gli ampi marciapiedi, lambiti dagli spruzzi del mare scuro e concitato, come piste ciclabili. E' lunedì e, dopo il gigantesco ponte di Ataturk che ci sorvola col suo rumore aeronautico, il traffico si decongestiona, e si può torearlo con facilità. L'acqua oggi fa i gattini -le creste bianche- come a Trieste quando c'è la bora. La corrente e il vento provocano piccole burrasche, l'aria è piena di pulviscolo salato e di sentori marini. Ovunque sono ormeggiate barche: grandi yacht a tre alberi in legno, barche a vela lussuose, catch, motoscafi come campi da tennis, motoscafi normali, sloop, motoscafini, motoscafetti, derive, canoe, barche scrostate, barchini semiaffondati e sfasciati. In comune hanno solo -come la legge che è uguale per tutti- la linea di galleggiamento, anche se quello che conta davvero non è tale linea -o la legge- ma quanto è grande lo scafo. O quanto è ammanicato e potente l'avvocato assoldato. Mi chiedo di chi siano le barchette più misere. Non di certo dei proprietari di queste case sul mare, privilegio di ricchi.

Quando viaggio resto vittima di un automatismo dal sapore provinciale, che consiste nell'associare automaticamente i posti che visito, con altri che ho conosciuto in precedenza. Qui, mi pare di essere ai laghi, perché la vicinanza della sponda asiatica crea l'illusione prospettica di essere sul Garda o sul Maggiore. Lungo le rive, l'eclettismo levantino ha allineato chilometri di case dagli stili più diversi. Le più belle sono completamente in legno, dipinte con colori da mare: azzurro, rosa, verde pistacchio. Qualche parco rigoglioso nasconde ville di cui s'intravedono solo i tetti e le inevitabili paraboliche, e di cui s'intuisce la magnificenza da sultano. Davanti a una di esse un autentico monumento -un cavallo di bronzo su di un alto piedistallo- deve avere lo scopo d'intimorire il visitatore, e di annunciargli che in quella casa vive un grandissimo e felicissimo signore. Ricordo il Carlo Emilio Gadda corrosivo, che descriveva le case "de' pitalieri e de' bozzolai" costruite sulle sponde del lago Maggiore o d'Orta, "quale in guisa d'Alhambra, quale in guisa di Kremlino". Ma qui il mare ha indotto in parte gli architetti ha stemperare le arditezze dei committenti e se si eccettuano le regge pretenziose, i sapori di lungomare e di lungolago si fondono per crearne uno originale, proprio di qui. Sono ormai rare le case antiche in legno scuro, quelle che si vedono riprodotte nelle stampe d'epoca o nelle vecchie foto. Pare non ci sia interesse a conservarle, e l'unica ragione plausibile che ne spieghi la mancata demolizione, dato l'alto valore dei terreni sul lungomare, è qualche insolubile e intricata lite ereditaria.

Tra queste vecchie case c'è una sopravvivenza eccezionale, che mi obbliga a smontare dalla bicicletta per osservarla con attenzione. Si tratta di un'enorme costruzione di legno, una specie d'imperiale chalet asburgico, col tetto a due acque dagli spioventi amplissimi. Certo, una casa d'alta montagna sul Bosforo avrebbe attirato l'attenzione corrosiva del Carlo Emilio, ma lo stato d'abbandono in cui si trova suscita più preoccupazione per la sua sorte che ironia per la sua aria indubbiamente kitsch. Il portone - l'unica parte in pietra- è in stile italiano, con una testa che chiude l'archivolto. Sopra, si apre una balconata con tre grandi finestre ad arco, e sopra questa se ne apre un'altra, con un'unica ampia arcata, fiancheggiata da due lesene che scandiscono la facciata in tre parti. Sopra la balconata superiore, dove le falde del tetto s'incontrano, una gran testa d'aquila in legno regge uno scudo crociato, da cui si dipartono due festoni che terminano nelle lesene. Una cariatide regge la costruzione, ma solo sulla sinistra, mentre la destra si arrangia da sola. E' evidente che, nonostante l'unicità, la casa è stata lasciata in balia delle brezze saline del Bosforo ormai da decine d'anni. Il legno, in origine scuro, si sta sbiancando, e le assi cominciano a sconnettersi. Nessuno dei passanti sa darmi delle spiegazioni convincenti su questo monumento bizzarro, né la guida che consulto nomina questa casa eclettica, che evidentemente avrebbe bisogno di un grande investimento per essere salvata.

Pedalo sul lungomare, approfittando dell'ampia passeggiata in pietra. Le coste boscose dell'Asia e dell'Europa, a causa del loro andamento sinuoso, appaiono al ciclista come una sola. Ma il vorticare delle pedivelle è l'apriti sesamo che fa dischiudere questa barriera di colline verde scuro, lasciando intravedere per una decina di secondi uno scorcio del Kara Deniz, il Mar Nero. Poi, le coste si uniscono nuovamente, e il Kara Deniz scompare. La carta geografica, consultata prima della partenza, indicava che bisogna risalire la collina e scendere dall'altra parte, se si vuole immergersi nelle sue acque: una piccola tappa di montagna, con un dislivello di poco meno di trecento metri.

Prima di affrontare la salita mi fermo nel paesino di xxxxxxxxx incuriosito dalla statua di bronzo di Kemal Pascià Ataturk, lo statista fondatore della moderna Turchia. La fotografo perché il grande Ataturk vi è rappresentato in maniera curiosa: e non solo qui. Sulle banconote, specialmente in quelle da dieci milioni di lire, Kemal Pascià ti fissa con uno sguardo magnetico da ipnotizzatore, e cerca di accattivarsi lo spettatore con un sorrisetto ammiccante, come quello di un mago che venne a Fiumicello quando avevo dieci anni. Il sedicente mago, che al cinema parrocchiale ipnotizzava le galline facendole fumare, era identico a Kemal Pascià. Ma la statua che fotografo è ancora più sorprendente. Ataturk accenna a un passo, reggendo il cappello a cilindro da prestigiatore con una mano, e con l'altra il bastone da passeggio. Un mantello gli spiove dalle spalle e dal polso, come al Gastone petroliniano, pendono due guanti. La colonna sonora obbligatoria è "Vecchio frac" di Modugno: col "bastone di cristallo, due diamanti per gemelli e sul candido gilè, un papillon, un papillon, di seta blu". Se potesse parlare, Kemal Pascià Ataturkdirebbe sicuramente: "Et voila, madames et monsieurs: la Turquie Moderne!"

La strada si arrampica sulla montagna e, appena sorpassata la prima fila di case, quelle di lusso, il paesaggio urbano s'impoverisce a mano a mano che si sale. Dapprima ci sono alcuni condomini quasi decenti, poi l'insediamento umano si fa più scomposto: delle casette ancora da intonacare, frutto di qualche risparmio da emigrante, sono fiancheggiate da baracche o case in muratura, ma col tetto di latta o eternit. Degli anziani, che si sono probabilmente beccati le conseguenze della liberalizzazione turca, stanno seduti sulla soglia. Qualcuno di loro pulisce del pesce o sistema una vecchia rete. "Ecco -mi dico- di chi sono le barchette proletarie". Mano a mano che salgo la strada si fa più stretta e ripida, tanto che mi tocca mettere la "piccola" davanti. Più poveri si è, più fatica si deve fare, a quanto pare. Il paese resta indietro, e il vicolo s'immette in una strada più ampia. Le nuvole se ne sono andate, e il caldo che si sprigiona dall'asfalto nuovo è insopportabile. Si scrive "insopportabile", ma in realtà, pedalando, si fa meno fatica che a scrivere, e si sopporta bene. Chi legge forse pensa che il ciclista patisca più del lecito: è perché non ha davanti agli occhi, dopo lo scollinamento a 235 metri, un azzurro unico, il cielo turco che sfuma nel blu del Kara Denìz, per l'umidità che abolisce le linee nette, figlie dei venti del nord.

Appena oltre la cresta osservo il fenomeno che ho già visto tante volte al cambio di versante: la vegetazione cambia di colpo, diventa brulla, stenta, quasi carsolina, con querce basse, acacie, pini, cipressi e arbusti. Il microclima umido dello Stretto qui non si fa sentire. La discesa è nel vento caldo, e siccome oggi ho dimenticato la carta navigo a vista. Capito così in un paese turistico, senza grandi strutture né bellezze naturali. Il mare non è nero, è solo sporco, come il Calimero di pubblicità d'antan. 

Cartacce, plastica e altro galleggiano sull'acqua che qui ha un bel colore verdolino. Sulla sinistra stanno nascendo dei villaggi turistici, che hanno il deserto alle spalle, e sembrano delle Rimini per nomadi. In vita mia ho visto molte spiagge così: dapprima solitarie, poi, poco a poco, colonizzate da casette, case, villaggi, hotels, complessi turistici. E magari poi abbandonate come città maya: Santa Marta, Canoa Quebrada, Atacames e altre ancora, accomunate dalla stessa sorte globalizzatrice Per fortuna che ci sono ancora un po' di cose da rovinare. Sennò come potremo dire, quando saremo vecchi: "Qui, quand'ero giovane, c'era un pescheto magnifico"? Bisogna far sempre credere ai giovani che siamo usciti dal Paradiso Perduto. E' una moda che dura dai tempi di Adamo ed Eva.


ADIOS MUCHACHOS

A volte scopro di avere la capacità di trasformare segmenti della mia vita in qualcosa di simile alle telenovelas, e me stesso in un'anima semplice disposta a commuoversi quando me le proietto. E' da giorni che medito una cerimonia d'addio ai miei guanti "Cafè de Colombia", che il meccanico ciclista Alvaro Pachon mi regalò a Bogotà nell'88, all'atto di consegnarmi la mia prima bicicletta. Li usai poco, perché quasi subito mi comprai qualcosa di più chic. Prima di partire, i famosi guanti sono rispuntati da un baule dove tengo alla rinfusa, come in un limbo, le cose che non mi servono più ma da cui non riesco a staccarmi. 

Un pericolosissimo potenziale museo del Generale in Pensione, che bisognerà che mi decida ad eliminare, prima di incominciare ad incorniciare calzetti bucati e scarpe da MTB sfondate, ricordo di qualche epica traversata andina. Adesso i guanti sono distrutti da questi 18 giorni d'uso quotidiano, e due vistosissimi buchi lasciano allo scoperto per intero i palmi delle mani. Me li sfilo, appoggiato alla balaustra che dà all'acqua, guardandomi alle spalle, perché non vorrei che qualcuno mi sgridasse perché sporco il mare, fraintendendo il significato mistico della cerimonia. Dopo un addio li faccio volare in acqua, dove trovano quasi subito una conveniente profondità di navigazione. Si dirigono verso est, verso il desiderio che ha animato questi anni di progetto orientale. Procedono in formazione, appena sotto il pelo dell'acqua trasparente, passano sotto i piloni di un ristorante-terrazza, si dirigono verso una roccia dopo la quale scompariranno alla mia vista. La corrente, in uscita dal Kara Deniz, dovrebbe riportarli nel Mediterraneo. 

Dal momento in cui me li sono infilati la prima volta a quello in cui me li sono tolti per l'ultima, sono successe delle cose per me straordinariamente importanti: sette anni di Colombia, dove ho conosciuto mia moglie ed è nato mio figlio, il vizio della bicicletta al posto di quello del fumo, letture, i viaggi, delle nuove amicizie, la perdita di amici cari, lo studio del serbocroato, una casa nostra, questo viaggio straordinario. E poi la morte di mio padre, che mi ha tolto il piacere di raccontargli questa avventura. Me lo sono immaginato spesso, sprofondato nella sua sedia girevole, immerso nel fumo e nella luce azzurrina della lampada da tavolo, che commenta con degli "Urca ciò!" i passaggi più salienti dell'odissea del figlio un po' matto. So che mi avrebbe seguito su Internet, tappa dopo tappa, con attenzione e curiosità quotidiane, in attesa dei miei racconti a voce. La telenovela che mi sono costruito adesso ha tutti gli ingredienti giusti, e mi commuovo come il beato iman di Selgiuk. Per fortuna la salita sotto il sole meridiano, e un attacco di euforia intestinale -che non diventa tragedia solo grazie alla vicinanza di un ristorante samaritano- smussano la commozione e riportano la cognizione del dolore verso registri più prosaici, quotidiani. Dopo il pranzo e il cessato allarme, riprendendo la salita, mi giro per l'ultima volta verso il Kara Deniz, dove navigano in immersione i "Cafè de Colombia", cantandomi mentalmente il mio tango preferito: "Adios muchachos companeros de mi vida…"



TRIESTE - ISTANBUL in BICICLETTA   e-mail: emiliochecco@hotmail.com

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Ultimo Aggiornamento: 13.05.2008
 

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