LA PROVA DEL FUOCO
17.07.2001 - 18-a Tappa - Da Corlu a Istanbul (114 km)
"Si com fui dentro, in un bogliente vetro
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant'era ivi lo 'ncendio senza metro"
Dante, Purgatorio, XXVII, 49-51.
Partiamo, come sempre negli
ultimi tre giorni, appena dopo l'alba, per evitare il sole
giaguaro. É una tappa quasi burocratica, che ha lo stesso valore
che hanno i certificati sportivi, o quelli di sana e robusta
costituzione. é noto che non servono a niente, che non
certificano niente. Al massimo, il medico poco scrupoloso può
convincerti che avere il cuore é una patologia, per spedirti
dall'amico cardiologo. Ma bisogna fare questa piccola
genuflessione allo Stato, così come noi dobbiamo fare questi
ultimi cento chilometri pro forma.
Siamo arrivati, ci diciamo, il viaggio é fatto, solo tre ore di
pedale e saremo davanti alla Moschea Azzurra. Il traffico aumenta,
mano a mano che avanziamo. La strada non offre più, come
all'inizio, uno scampo nella corsia di emergenza. Istanbul ci
appare quasi all'improvviso: da una collina straripa un'ondata di
condomini, e sulla cima si staglia un enorme ripetitore di
cemento. Vediamo anche delle moschee piuttosto grandi, e
nonostante l'evidenza matematica del computer mi avverta che
mancano ancora 40 chilometri all'arrivo, io mi convinco che dopo
quel colle mi si spalancherà davanti la città della Sublime
Porta. Siamo arrivati, penso, ancora questa scalata e ci siamo.
Sulla cima ci arriviamo stanchi, e soprattutto allarmati per il
traffico che sta aumentando sempre più.
Di là, invece della Sublime Porta, troviamo una periferia
intasata di brutte case, a perdita d'occhio. La strada, di colpo,
é diventata autostrada, si é ingrossata, riceve affluenti da
tutte le parti. La megalopoli é tagliata in due da questa faglia
d'asfalto, e in essa si riversano macchine, camion, autobus,
minibus in un crescendo preoccupante. Siamo trascinati dal flusso
del traffico, come pagliuzze dalla corrente prima della cascata,
siamo tre insetti finiti in un allevamento di trote. Acceleriamo
l'andatura, per cercare di stare al passo con l'orda di macchine.
Nessuno bada a noi, ed é evidente che le sole biciclette che son
passate di qui sono quelle dei "pechinesi". Ad ogni
svincolo in entrata e in uscita, dobbiamo frenare, accelerare,
guardarci indietro, con la sensazione continua di poter essere
investiti. Inventiamo strategie per ridurre il rischio al minimo,
ma rischiamo lo stesso di finire a ogni momento sotto le ruote di
qualche automezzo.
Seguo da dietro la carovana, con orrore, e più di una volta
m'immagino un Cipputi vestito a lutto, o un Milosevic che sorride
con moderata soddisfazione dalla sua cella dell'Aja, venendo a
sapere che Rumiz é stato giustiziato da qualche camion turco,
proprio lui che difendeva i musulmani.
San Alberto Fiorin deve star pattugliando la zona in elicottero,
perché fino ad ora non ci é successo niente. Ma la sua potenza
la riserva per miracoli più risolutivi, se per caso si
presentassero situazioni di pericolo estremo.
VIDEOGAME
Fiabe, leggende e narrazioni religiose raccontano spesso di
prove che l'eroe deva affrontare per raggiungere il suo scopo:
l'amata, la purezza, la saggezza, un regno. Deve uccidere un
drago, attraversare fiumi impetuosi a nuoto, scalare montagne o
scendere agli inferi. O ancora: passare attraverso il fuoco, come
toccò a Dante, che però, a differenza nostra, era coperto da una
polizza di assicurazioni "Virgilio". A noi che siamo
ciclisti postmoderni, e non eroi o semidei di leggende nordiche,
é toccato un videogame, invece di un onesto drago da abbattere, o
di una spada da sfilare da un incudine.
E infatti, arriva un momento in cui abbiamo la sensazione di stare
dentro al videogioco di una play station. Non so chi stia ai
pulsanti, ma sicuramente ci sarà da qualche parte un ragazzino
lentigginoso e grassottello, con la bocca sporca di ketchup, che
ci sta sparando contro camion, bus, automobili, furgoni, corriere.
Avevo scritto, all'inizio di queste note di viaggio: niente sfide,
se ci son problemi, carichiamo la bici in treno, e a casa.
Soltanto ad avventura finita mi chiederò: perché non abbiamo
chiamato un taxi per farci portare a cinque chilometri dal ponte
di Galata, perché non ci siamo informati meglio su quest'ingresso
infernale? Si vede che il bambino che é in noi ha preso il
sopravvento, spingendoci ad accettare questo gioco pericoloso. Il
bambino coglione, s'intende.
QUINTO, SESTO E SETTIMO MIRACOLO DI SAN ALBERTO FIORIN
Percorriamo il lungomare che ci condurrà al ponte di Galata,
e sentiamo che il pericolo é ormai alle spalle. Ma il Male non si
rassegna, e si ripresenta sotto le specie di una Wolkswagen
"Polo" guidata da una diavolessa. Anche carina, per la
verità. La "Polo" svolta a destra, senza segnalare la
manovra e centrando con la fiancata Paolo, che pedalava con
prudenza, stando vicino al marciapiede, assaporando la brezza
marina e l'arrivo imminente. Vediamo la scena come se si trattasse
di un film, tanto ci sembra incredibile che una disgrazia ci
capiti a un tiro di schioppo dal traguardo. Fidenti, eleviamo
subito il pensiero a San Alberto Fiorin, che ci salvi dai osi roti
e dal mal rusin (peste suina). E il miracolo avviene: Paolo riesce
ad attutire la caduta col braccio, la bici gli rovina sopra e i
bagagli si staccano dal supporto, ma non si produce neppure un
graffio.
Solo più tardi, sul tappeto volante (v. sotto), dei dolori gli
ricorderanno che in lui si prodotto un prodigio. Ma il contatto
col divino lascia sempre qualche segno, vedi la quarta crociata,
ad esempio. Il Male, tornano al luogo del sinistro, é anche
educato, e prima di sparire sgommando, dice testualmente : "I'm
sorry". Si vedeva subito da com'era vestita, la diavolessa,
che era una persona educata.
Mentre in Paolo, ancora disteso per terra, sembra prodursi per un
po' un'eclisse della sua educazione classica. Proprio lui, che si
era portato la vestaglia, un blazer blu e le scarpe nere di
vacchetta, si lascia andare a una serie di considerazioni diciamo
così plebee, che non mi sento di trascrivere. Comunque può
succedere a tutti: e "onny soit qui mal y pense".
Anche Checco e io siamo stati miracolati, e non lo dimentichiamo:
siamo usciti vivi dal videogame, e anche se San Alberto, per
disegni imperscrutabili, ha eletto Paolo Rumiz a vasello della sua
grazia, non possiamo far altro che chinare devoti la fronte,
inginocchiarci togliendoci il caso, e ripetere la preghiera che
tante volte ci ha salvato: Oh San Alberto Fiorin, salvaci dai osi
roti e dal mal rusin (peste suina).
LA BIRRA PIÙ BUONA DEL MONDO
Se il ristorante di Edirne mi faceva venire in mente un nido
di cicogne, stasera l'associazione che scatta, su questa terrazza
che galleggia nella notte, é con un tappeto volante. Nella mia
miopia si sfumano i contorni delle moschee e dei palazzi
illuminati, che emergono dal buio come senza fondamenta.
L'adrenalina che ancora ci circola nel sangue dopo il pomeriggio
nel videogame, ha ora un effetto calmante. Proprio come volevamo,
un venticello che viene dal Bosforo fa tremare la schiuma della
birra più buona del mondo. Ha un sapore che sa di
duemilacentosessantaquattro chilometri, e il gusto finale di
questo viaggio é dapprima proprio quello della sua schiuma. Per
qualche attimo fa da barriera tra le labbra e il liquido, facendo
crescere il desiderio. Poi, la birra: la beviamo a sorsi generosi,
la sentiamo andar giù, fresca e conclusiva, illuminandoci lo
scheletro surriscaldato come un liquido di contrasto.
Proprio così, doveva succedere. Sul tappeto volante, alla luce
delle candele, rumore di stoviglie, conversazioni a bassa voce in
varie lingue. Ma se si presta attenzione, si distingue nell'aria
di questa notte una sorta di vibrazione tesa: sono le navi che si
lanciano richiami attraversando gli stretti, le loro lamiere che
trasmettono all'acqua la raucedine dei motori diesel, il brusio
sordo di migliaia di automobili sul ponte Ataturk, il fruscio
basso del vento sulla superficie del mare, la risacca di
chilometri di coste. Questa voce che incanta da migliaia di anni
gli uomini, come fosse di sirena, l'ho sentita solo qua.
"Adesso capisci - mi dice Paolo - perché c'è stata la
guerra di Troia." In tanti anni che insegno storia non lo
avevo capito, ha ragione il Paolo. Ancora una birra, la terza più
buona del mondo, perché la seconda era quella di Harmanlis, non
lo dimentichiamo. Abbiamo le facce contente di chi ha finito un
bel gioco, o é arrivato in un porto, o é sceso da una montagna.
Mi rendo conto che c'è qualcosa di definitivo in questo viaggio e
in questo arrivo. Domani entrerò nella città, quella vera,
globalizzata, coi Mc Donalds e i turisti, ma stasera mi arrendo a
questa visione da libro di fiabe.
Mi si é presentata, di colpo e inaspettata, l'occasione di fare
un salto indietro. Credo che non si ripeterà. Mi torna alla mente
quel libro di racconti orientali che leggevo da bambino, a letto,
appoggiandolo sulle ginocchia. Ricordo il cartone consunto del
dorso della copertina, che penzolava trattenuta dalla stoffa della
rilegatura. Disegnati su di essa c'erano i palazzi d'oriente che
sorgevano dal buio, tratteggiati con la porporina. Come quelli che
ho davanti a me, lamine d'oro infilate nella notte.
No, non é solo per questa birra - la birra cosmica più buona del
mondo - che siamo venuti qui. Quello era un obiettivo quasi
goliardico che ci eravamo dati prima di partire, per stemperare il
cosmico in cosmicomico. É un viaggio che ha aperto canali
interrati, ripescato oggetti caduti sul fondo: come la copertina
del libro, salvato per sempre dal macero dove sarà finito quasi
quarant'anni fa, e afferrato al volo, stanotte, dal tappeto
volante.
ALLUCINAZIONI BIZANTINO-CALVINIANE DI UN CICLISTA IN DEBITO
D'OSSIGENO
Dalla terrazza di un hotel lussuosissimo, dove ci siamo
intrufolati con la complicità di una "passeur" turca,
amica di Paolo, stiamo in silenzio davanti alla moschea azzurra.
É illuminata, a poche decine di metri da noi, e sembra
galleggiare nella buio senza luna, come una nave. Decine di
gabbiani volteggiano lenti attorno ai quattro minareti dalle punte
d'oro. Hanno un ritmo da piante acquatiche, scivolano lenti come
pesci argentati attorno a una scogliera, percorrono orbite
distanti e misurate. I loro richiami - simili a cigolii - fanno
sospettare che la struttura della notte non ce la faccia a reggere
il peso di questa fiaba, e che le carrucole dei tiranti si stiano
stancando. Ma le lente planate dei gabbiani hanno l'effetto delle
danze dei dervisci sul creato: servono a tenere questa notte turca
in equilibrio, preservano attorno ai minareti e alle cupole questo
pulviscolo da fondo oceanico. Senza le rotte aeree dei gabbiani la
Moschea Blu non riuscirebbe a stare ancorata in questa profondità
acquatica, acquisterebbe gravità, finirebbe schiacciata nel mondo
delle cose che hanno peso. E se l'architetto avesse costruito
tutto questo non per onorare la grandezza del nome di Allah, ma
semplicemente affinché i gabbiani gravitassero a misurata
distanza dalle guglie dorate, come pesci attorno ai pilastri
sommersi della notte, in scuro estivo di luna? Se l'opera non
fossero state le alte mura, ma le orbite ampie e intoccabili di
quegli uccelli? E se l'obiettivo vero del viaggio non fosse stato
raggiungere Bisanzio, ma l'apparizione di questa Città
Invisibile, che non avevo trovato nel libro, letto e riletto tante
volte? O semplicemente, il restare in silenzio, per cinque minuti,
davanti a questo "screen saver" salvafiabe su cui
fluttuano gli uccelli? Se fosse così, i diciotto giorni spesi per
comprare questi cinque minuti, sono stati il più onesto dei
prezzi.
Istanbul, 18.07.2001
TRIESTE -
ISTANBUL in BICICLETTA e-mail: emiliochecco@hotmail.com
0
1 2 3
4 5 6
7 8 9
10 11 12
13 14 15
16 17 18
19 20
 |
ORA E' ANCHE UN
LIBRO!
Emilio Rigatti
La strada per Istanbul
pp. 336- f.to 14x21 cm
foto a colori e mappe storiche
ISBN 88-85318-22-3
Editore Ediciclo
Euro 14,00
Acquista
il libro! |
|