TRACIA ALL'ALBA
16.07.2001 - 17-a Tappa - Da
Edirne a Corlu (126 km)
Apro la finestra e mi affaccio sull'alba di Edirne. Ancora
gabbiani, che volteggiano a centinaia nel cielo. Non si riescono a
vedere, ma si sentono i loro richiami. Il muezzin inizia la sua
preghiera, e l' "Allah u akbar" si mescola con il loro
vociare. Fa fresco, e abbiamo deciso di partire anche oggi poco
dopo le sei, per evitare lo stress del gran caldo. All'albergo Efe
di Edirne sono cosi gentili che si alzano alle 5.30 per prepararci
la colazione. Montiamo i bagagli sulle bici, e ci prepariamo alla
penultima tappa. Sentiamo che siamo arrivati, e che questo di oggi
sarà solo un trasferimento… Poca gente per la strada, le
moschee che prendono consistenza nella luce dell'alba. Quando
usciamo da Edirne l'ombra dell'ultimo minareto ci attraversa la
strada: è come la partenza per la penultima tappa di questo giro
dei Balcani.
Dei cani ci inseguono, poco convinti. Un benzinaio si sbraccia,
invitandoci al distributore per bere qualcosa, ci sembra di
capire. Le nostre tre ombre sono lunghissime, scendono per la
scarpata e si disegnano sul giallo dei campi appena mietuti. Il
sole, salendo sull'orizzonte, cambia i colori a questi campi. La
pianura tracia è un susseguirsi di ondulazioni, non molto
impegnative, ma continue, che ci costringono a montare sui pedali,
e ci regalano della discese riposanti. Ma l'andamento ondulato
della terreno stanca, e il paesaggio, per quanto bello, è
abbastanza monotono.il colore dominante è il giallo: giallo
chiaro dei campi appena mietuti; poi quello un po' più intenso
delle file di spighe disposte su file parallele; poi quello acceso
dei girasoli che cominciano ad annusare il sole. E ancora i bruni,
i marron, i marroni chiari quasi gialli, e ancora i gialli che
cambiano d'intensità con l'aumentare della luce. Stasera,
all'arrivo, potremmo dare ripetizioni di giallo anche a Van Gogh.
DERSU UZALA
Paolo Rumiz parte in fuga, e si allontana di qualche centinaio
di metri. E' Checco, ad un certo punto, a farmi notare che in
lontananza c'è un punto, una cosa, forse un oggetto pedalante non
identificato che si muove alla nostra stessa velocità. Un
ciclista? E' praticamente impossibile: l'ultimo, solitario, lo
abbiamo intravisto a Slavonski Brod, e quello precedente in
Slovenia. Si vede che anche Paolo è curioso, perché da distante
riusciamo a intuire che sta accelerando il ritmo, per raggiungere
la cosa. Ci riesce, la cosa si ferma, vediamo che si danno la
mano, e intanto ci avviciniamo. E' un ciclista ucraino. Pedala su
una bici senza cambi, con un basto da mulo da artiglieria da
montagna, con delle bottiglie di plastica da due litri infilate in
degli appositi gavoni cuciti nel suo basto spropositato. Ha una
camicia di viscosa aperta sul petto, che sventola e si gonfia
quando pedala, un fazzoletto con quattro cocche sulla testa, un
paio di pantaloni lunghi di una tuta, con le tasche chiuse da uno
spillo da balia. Sugli zaini c'è scritto : "Citoyen du
monde" in francese, ucraino e giapponese. La barbetta grigia,
la statura bassa e una pancetta da vodka lo fanno assomigliare un
po' a Dersu Uzala e un po' al magico Alverman. Ha un nome eroico:
Leonida. Il suo sguardo da bambino serio, di quelli che giocano
proprio convinti, è disarmante. Viene dall'Ucraina, e tornerà a
casa dopo aver fatto il giro del Mar Nero. Non ha soldi, dorme nei
campi, in una tenda, si cucina la un pasto al giorno con una
cucinetta da campagna che si è portato dietro.

In posa con Leonid Vladimirovich, citoyen du monde
Paolo si entusiasma, capisce che il vero guru, il mahatma dei
pedali, il majstor della strada e' lui. Cerca di rifiutare il
nostro invito a pranzo, ma insistiamo tanto che ala fine accetta.
Prima di entrare nel ristorante, si pettina a lungo la barba e i
capelli. Mangia poco, parla poco. Scopro che il mio serbo serve a
stabilire un contatto. Sì, viaggia spesso, ci spiega. E' un
minatore in pensione, sposato con figli, e ogni tanto prende la
sua bici che pesa come una locomotiva e parte: Caucaso, Crimea,
Uzbekistan, Alma Ata, Pamir…
Senza sponsor, senza soldi, con una bici che io non userei neppure
per andare a prender il caffè al bar. Ci salutiamo calorosamente,
noi deferenti verso questo piccolo uomo delle grandi pianure che
passa mesi da solo, in condizioni di mera sopravvivenza. Paolo
chiama degli amici alla Rai, poi un politico: vuole farlo venire
in Italia, dargli l'opportunità di girare per il nostro paese in
bici senza pagar il visto, che per gli ucraini è di trecento
dollari. "Avrei tanto voluto girare per il vostro paese, ma
non ho i soldi per il visto..." senza dirglielo, ci
impegniamo a farlo venire in Italia quanto prima.
Troviamo un hotel, senza infamia né lode, ma abbastanza pulito. E
andiamo a letto presto: domani il viaggio finisce. E vogliamo
arrivare a Istanbul prima del caldo. Sulla carta geografica,
studiamo una strategia di avvicinamento alla città. Se avessimo
saputo quello che ci aspettava il giorno dopo, avremmo cercato il
numero di un taxi
Istanbul, 17.07.2001
TRIESTE -
ISTANBUL in BICICLETTA e-mail: emiliochecco@hotmail.com
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