SU UN PACCHETTO DI CAMEL
15.07.2001 - 16-a Tappa - Da Harmanlis a Edirne (66km)
Ieri sera, in un ristorante come un nido di cicogne: su di una
piccola terrazza esposta al vento caldo, ma secco. I tetti di
Edirne appena visibili, perché il sole, adesso, é impegnato a
disegnare i profili delle moschee come lui solo sa fare: con
precisione e nitidezza, sfumando le luci dal rosso acceso - in
basso - passando per rosa azzurri indaci fino al nero dell'Est,
che inseguiamo da quasi tre settimane. Quando uno stormo di
gabbiani comincia a sfilare pochi metri sopra di noi, per decine
di secondi, ci sembra che questo Spielberg celeste stia andando
giù un po' troppo duro, con gli effetti speciali. i gabbiani,
quando sorvolano la terrazza, vengono illuminati da un faretto,
poi tornano a infilarsi nel buio.
I gabbiani, il tramonto, i minareti che spuntano dappertutto, in
questa Siena del mondo islamico. É troppo, e Checco fa un gesto
al cielo, come dire: ma và, ma basta, non strafare, si vede che
stai premendo troppo sull'acceleratore. lavora con modestia,
signore dei paesaggi per turisti, sennò ci sembra di essere sul
coperchio di una scatola di cioccolatini, o su un pacchetto di
Camel, ridisegnato da un Salvador Dalì redivivo. Paolo ogni tanto
prende appunti, ci intervista sulle impressioni della pedalata
odierna, che é stata per me quella dell'arrivo in oriente. O no?
EST IS EST?
Dopo l'irritante confine turco - sette confini al prezzo di
uno, con funzionari maleducati, che guardavano noi e le bici come
se avessero pestato a piedi scalzi una cosa viscida - mi era scesa
un po' questa voglia d'oriente. Paolo ci aveva avvisato, che
questi son rognosi. e giù appunti, il Paolo, registrando il
numero spropositato di volte che ci tocca tirare fuori il
passaporto, annotando le scortesie di questo straordinario
apparato poliziesco e burocratico del confine. Il doganiere
bulgaro ci aveva salutato con un sorriso da reclame: "È
perché sapeva quello che ci toccava dopo", commenta Checco.
Paolo impreca in triestino, e scrive su un quadernetto che
sostituisce il magnetofono, a bagnomaria con le trote del Rodope,
come sappiamo.
Appena ci sfiliamo di dosso l'impressionante sequela di
genuflessioni burocratiche, i camionisti turchi in attesa di
angherie - a loro tocca più dura che a noi - ci salutano, quasi
tutti. Il primo che vedo é un uomo basso con la faccia da caffè
paulista, con un sorriso da poterci pattinare sopra: "You are
welcome!" mi urla al volo. Abbaio qualcosa in tono cordiale,
perché il turco é proprio un codice fiscale, un'istruzione di un
Seiko in giapponese. E poi ancora espressioni augurali, a
giudicare dal tono dalla voce, che ci fanno piacere. Non bisogna
confondere la gente comune con politici, militari, bande armate,
lo abbiamo imparato in altri luoghi, durante questo viaggio. Le
ruote girano, e appaiono i primi paesi, le moschee, e le sintesi
verticali dei minareti. siamo in oriente?
In effetti segni d'oriente li abbiamo trovati anche altrove: le
moschee a Sofia e a Novi Sad, la valle dei turchi (?) sulla via di
Velingrad. E poi la musica araba, già ascoltata a Cuprija (e in
turco "kupruru" vuol dire ponte), che ci ha
accompagnato, mista al rock, fino ad oggi.
Ma se vogliamo essere pignoli, il primo segno dell'Est lo abbiamo
rilevato già in Slovenia, dove si beve il caffè alla turca. Chi
é stato più ad Est ancora, mi ha raccontato che l'Est, più a
Est, diventa una vera dose per adulti di Est. Ma bisogna star
attenti con la posologia. Ma per me é la prima volta, e devo
prendere le dosi così come consigliato dalla ricetta. Ero gia
stato in Egitto più volte, e in Israele: ma l'Est, per me, é
stato questo progetto, e soprattutto il modo di arrivarci.
L'Egitto in aereo, é un po' un Est dove sono entrato passando per
i libri di storia dell'arte, un Est che sa ancora di Ovest.
Calvino, credo di averlo ricordato da qualche parte in queste
note, diceva che una città prende forma dal deserto che le si
oppone (che città era? non ricordo). Ma anche - mi pare - dal
mezzo e dalla velocità con cui ci avviciniamo a essa. Perché il
mezzo é di per sé un'intenzione, un desiderio di dare una forma
particolare alle cose a cui vogliamo avvicinarci. Per cui - e
termino il pippotto epico-teorico - quando ho visto profilarsi tra
i pioppi -ci hanno accompagnato per tutta la strada a est, i
pioppi - i quattro minareti della moschea di Sinan Mimar mi son
detto: ecco, ho pedalato proprio per vedere questo dal sellino
della mia bici, per passare su un ponte, per poi schivare un bus
che mi nasconde - e poi mi ripresenta più vicini, e da un'altra
prospettiva - i minareti, le cupole, che si muovono col mio
pedalare, che adesso sono sopra di me, che navigano nel cielo
della Tracia che oggi ci regala nuvole pastose e complicate.
Questo oriente é nato da questo generatore di prospettive che é
la bicicletta, dinamo e generatore di casualità ed eventi: senza
programmazione.
EDIRNE
Edirne é una città importante, ci ha lavorato questo grande
architetto di cui apprendo il nome solo adesso: giannizzero e
combattente, divenuto architetto di core nel XVI secolo, Sinan
Mimar lavorò tutta la vita con l'ossessione delle grandi moschee
classiche di Istanbul. Non so molto di arte islamica, ma le
proporzioni, l'uso raffinato dei materiali - pietre di vario
colore, cotto e pietra, stilemi occidentali, come le strisce
sovrapposte bianco-rosso mattone - ci trasformano in turisti
estasiati. Una giornata così deve finire vicino al cielo: nel
ristorante per cicogne, la birra da mezzo, e Spielberg che strafà
con tramonto e gabbiani. Allah u akbar!!!
Edirne, 15.07.2001
TRIESTE -
ISTANBUL in BICICLETTA e-mail: emiliochecco@hotmail.com
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