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 Bulgaria - Italia - Appunti di Viaggio - "Trieste-Istanbul in Bicicletta" (10) 
TRIESTE - ISTANBUL IN BICICLETTA (9-10) - di Emilio Rigatti
09.07.2001 - 10-a Tappa - Da Nis a Pirot (67 km)


PLOCA


"Non andate per Ploca, non è strada per biciclette. E poi non c'è nessuno se vi dovesse succedere qualcosa." La premura degli abitanti locali la conosco bene: se avessi seguito i consigli che mi sono stati dati in buona fede nel corso della mia carriera di ciclista, avrei dovuto rinunciare a metà dei miei viaggi.

Interrogo un po' poliziescamente il cortese sconosciuto, stringendolo con domande più precise. Mi dice, tra le altre cose, che su quella strada c'è andato solo una volta, anni fa. "Ci sei andato, ma come?" "In jeep", mi risponde. Se ci è passata una jeep, mi dico, non vedo perché non ci possiamo passare anche noi, magari facendo qualche pezzo con le bici in spalla.

L'aria, qui, è più fresca che non a Nis, profuma d'erba e di terra, e la vallata, ampia e silenziosa, ha l'incanto sospeso dei luoghi solitari al mattino. Durante le fioriture di primavera dev'essere uno spettacolo, con tutti questi alberi da frutta, sparsi un po' dovunque.

Una donna, in abito scuro e col fazzoletto in testa, è seduta ai piedi di un noce, assieme a una bambina. Mi guardano passare, ma non salutano, e abbassano gli occhi. È già un comportamento quasi musulmano, che ritroveremo nelle campagne turche e bulgare, una riservatezza che si rompe solo quando le donne sono molte, e tutte assieme. Allora, sentendosi sicure, rispondono gioiosamente al saluto cinguettando tutte assieme di colpo, come fanno i passeri quando frullano tra i rami.

La strada aumenta gradualmente la pendenza, e i versanti della valle, ricchi di boschi, si avvicinano, trasformandola quasi in un gola. Un cartello ci avverte che stiamo entrando nel parco nazionale del Klisura, e che il cammino che percorriamo è l'antica via militaris romana. L'ingresso al parco è segnato da una magnifica fontana in pietra squadrata.

È grande, con varie canne da cui esce un'acqua freschissima, e delle nicchie quadrate di cui non capisco la funzione, ma che la fanno rassomigliare alle fontane inca, disseminate nel Valle Sagrado vicino al Cuzco, in Perù. Mentre riempiamo le borracce notiamo che attorno alle canne sono poste delle ghirlande d'erba e fiori di campo intrecciati tra loro. Un uomo, forse un boscaiolo, si ferma a bere e a rifornirsi d'acqua, e gli chiedo il significato di quell'usanza dal sapore pagano. "E' perché l'acqua non si stanchi mai di correre, d'estate e d'inverno", mi spiega prima di riprendere il cammino. Mi rimprovero per non avergli chiesto come, quando e chi officia questo rito minimo e poetico di offrire fiori all'acqua corrente perché continui a sgorgare.

L'asfalto termina, sostituito da un macadam pietroso e poco adatto alle nostre gomme lisce. Incontriamo anche un gruppo di uomini e donne che lavorano ad una carbonaia, in un prato solitario, che mi spiegano che il processo che trasforma la legna in carbone dura tre giorni.

Riprendo a pedalare, e quando la pendenza si avvicinerà al 10% dovremo smontare tutti e tre, e spingere le bici su per la salita. Ma il panorama, che aumenta di respiro mano a mano che ci avviciniamo al colle e l'aria leggera, diventata quasi fredda, ci rendono la salita non difficile. In cima, a quota 590 secondo l'altimetro, ci concediamo una sosta, di cui approfitta Paolo per sistemare con temperino, rametti e nastro isolante, la borsa che finisce sempre tra i raggi. Il manufatto, di cui disapprovo in silenzio l'estetica e la concezione tecnica, si rivelerà invece efficace e funzionale, resistendo fino alla fine del viaggio.


HRUSKA

Il fondo stradale è pieno di grossi sassi sporgenti, e quindi dobbiamo rinunciare all'ebbrezza della discesa veloce, lavorando costantemente di freni. La strada solitaria s'innesta nuovamente sulla Nis-Sofia, che corre nel fondovalle della Nisava a fianco della ferrovia.

Pirot è ormai a pochi chilometri, le ore di luce sono ancora molte, e così decido di deviare dalla principale e scalare il solitario passo della Hruska, mentre Checco e Paolo proseguiranno dritti fino alla fine della tappa lungo la statale.

A Bela Palanka, paese agrario vivace e moderno, una giornalaia mi riempie le borracce, mi tranquillizza sul fondo stradale e mi indica la strada, che parte in decisa salita proprio a cinque metri dalla sua edicola, davanti alla stazione dei bus.

Poco dopo l'attacco, sotto il sole che comincia a graffiare, mi troverò in un paesaggio assolutamente carsico. La terra, infatti, è rossa, e gli alberi -querce, pini neri, ginepri, rosa canina- sono bassi e modellati dal vento come nei crinali del Carso battuti dalla bora. Ogni tanto ci sono delle radure, certamente usate come pascolo, perché ci sono le tracce degli animali che però non si vedono. Ci sono i rumori e gli odori del Carso, e la stessa atmosfera infuocata dei meriggi sul monte Lanaro o sul San Michele. Le cicale e l'alito del vento tra i pini neri e i quercioli saranno l'unica compagnia durante la salita, assolutamente solitaria e meravigliosamente lenta.

La lentezza, che Calvino non incluse nelle sue lezioni americane, è un valore come la leggerezza e la molteplicità, favorisce il pensiero, alimenta le idee, ci riporta a una velocità perduta da dove le cose si vedono.

Il passo di Hruska, a oltre seicento metri, è un'assoluta sorpresa: il Carso termina in poche decine di metri, e mi ritrovo improvvisamente in Carnia, o in una valle alpina. Il colle è una sorte di lunga vallata verde a "u", senza case, coi fianchi in morbida salita, disseminata di boschi, di alberi alti e di splendidi noci, tormentati dal vento. Lungo questa strana valle di vetta, se così si può chiamare, uomini e donne risposano a gruppi all'ombra di alberi, intenti al pranzo e al riposo meridiano.

Prima di scollinare passo attraverso una doppia fila di bei noci antichi che fiancheggiano la strada. La discesa non sempre è velocissima per il fondo stradale che a tratti è sconnesso, e nel paesino di Gijlian, che attraverso come una meteora, vengo acclamato al volo da una masnada di bimbi intenti a una partita a calcio sulla strada.

Iniziano vaste coltivazioni a frutteti e mais, e la città di Pirot si scorge in lontananza. Una fortezza medievale rivela l'antichità dell'insediamento, che come quasi tutte le città che abbiamo attraversato ha subito una rapida modernizzazione nel secondo dopoguerra. Una brutta e razionale architettura di piano ha trasformato il centro in una zona con ampi spazi pedonali, piazze, viali alberati. Ma l'anima stradereccia e piazzarola della gente di qui, che sa decisamente d'oriente e di sud come a Sarajevo e a Istanbul, riscatta il grigiore di qualche piano quinquennale edilizio che ha cambiato il cuore antico di questi centri.

Camminano, i pirotesi, affollano i bar e le piazze, consumano i marciapiedi, fanno la spesa, si godono l'ombra dei viali alberati che gli architetti di regime hanno deciso di salvare, in un momento di saggezza. Fa caldo, e mi metto in caccia degli amici e della meritata birra. Di sicuro, quei due devono essere in qualche "bettolazza" col mezzo di bionda sul tavolino.


RISARANNO FAMOSI?

All'ufficio postale, dove mi sono recato in caccia di un internet point, la biondona cinquantenne dietro il vetro mi spiega, facendo ballonzolare la sigaretta appiccicata al labbro inferiore, che un collegamento in rete l'hanno solo quelli della radiotelevisione locale.

"Se vuole li chiamo e per vedere se le affittano la linea". Telefona, e dopo uno scambio di battute riattacca. "Sì, può usare il loro computer, gospodin, la stanno aspettando".

A duecento metri di distanza, mi spiega, davanti alla Banca di Belgrado, c'è una ragazza che mi accompagnerà negli studi della radiotelevisione locale. Eccola lì, la ragazza che mi aspetta, sotto il sole inclemente del sud, sorridendomi per farmi capire che è proprio lei che cerco. La seguo in un attico soffocante, con un'infinità di stanzette, piene di monitor, strumentazioni elettroniche, cavi.

Lo studio principale, invece, è una gran sala dove campeggia uno sfondo fotografico con un'isola tropicale, di quelle che si vedono sulle scatole di cioccolatini e sui depliant delle agenzie di viaggi.

Mi fanno accomodare davanti ad un computer, una ragazza mi collega alla rete, e mi lasciano solo a lavorare per un'ora. Ogni tanto, arriva da non so dove un giovane con un caffè fumante. Io preparo il diario di viaggio per gli amici di Bulgaria-Italia, scrivo a mia moglie e rispondo a quelli che mi hanno inviato dei messaggi e-mail.

Alla fine chiedo quanto devo per l'utilizzo della linea, ma uno dei tecnici, con una certa timidezza mi chiede: "Si figuri, non ci deve niente. Il computer glielo abbiamo prestato con piacere. Ma lei… potrebbe rilasciarci un'intervista sul vostro viaggio in bicicletta fino a Istanbul?"

Come avranno fatto a capire che sono un ciclista, maledizione.
"Beh - mi risponde il ragazzo - lei è vestito da ciclista, ha il casco in mano, e ieri abbiamo visto la trasmissione di "Ovo je Srbija". Elementare, Watson.

La giornalista, giovane slanciata e carina, mi fa una specie di interrogatorio preliminare per avere una traccia per l'intervista che registreremo tra poco.

Ed eccomi in piedi, abbastanza imbarazzato, davanti alle palme finte dello sfondo, con la giovanissima pirotese che inizia a pormi delle domande sotto l'occhio lucido della telecamera. L'intervista dura più di mezz'ora, e quando terminiamo noto che tra il cameraman e i tecnici circola una certa ilarità.

"Vuole rivedere il nastro con noi?", mi chiede la giornalista. "Volentieri", rispondo, e così ci sistemiamo davanti ad un televisore per visionare l'intervista. Già dai primi secondi noto che sono assolutamente poco fotogenico. Ho la faccia bruciata, i pantaloncini corti da ciclista mi conferiscono un'aria ridicola, e per il nervosismo continuo ad ammiccare, a tormentarmi i baffi, a grattarmi la testa come una scimmia.

Un sorrisetto aleggia sulla bocca della giornalista, e quando, nel corso dell'intervista, mi chiede: "E allora signor Rigatti, dove e quando s'incontrerà con sua moglie", mi rendo conto che ho capito fischi per fiaschi. Rispondo diligentemente : "Mia moglie l'ho conosciuta a Bogotà nel 1989…", e giù, sparo ai pirotesi innocenti un duecento secondi di autobiografia non richiesta.

Sento che i tecnici che sono alle mie spalle, guardando l'intervista con noi, ridacchiano, e mi metto a ridere anch'io. La giornalista, mi ripete la stessa identica domanda, ma questa volta capisco bene e rispondo correttamente. Ma quando mi chiede come mai abbiamo deciso di andare a Carigrad, che in serbo vuol dire "Costantinopoli", tiro fuori i bulbi oculari come uno spiritato ed esclamo : "Stalingrad? Ma noi non andiamo a Stalingrad!"

Non mi ero reso conto, sul momento, di questo svarione. I tecnici, la giornalista e io veniamo colti da un attacco di risa incontrollata. La cassetta viene fermata per permetterci di sfogare il fou rire che ci travolge, e quando proseguiamo la visione le cose non migliorano.

I fischi per fiaschi, le lucciole per lanterne e avanti Savoia si snocciolano per tutto il corso dell'intervista. Arrivano delle birre, delle patatine e, ovviamente, "the show must go on". Quando l'intervista termina abbiamo le lacrime agli occhi, e tutti mi battono le mani sulle spalle come se avessi stabilito un qualche record mondiale. "Volete che la registriamo di nuovo?", chiedo. Ovviamente no, non se ne parla nemmeno: la trasmetteranno in versione integrale domani sera, quando ormai, per fortuna, saremo a Sofia.


Pirot, 09.07.2001

TRIESTE - ISTANBUL in BICICLETTA   e-mail: emiliochecco@hotmail.com

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ORA E' ANCHE UN LIBRO!


Emilio Rigatti
La strada per Istanbul
pp. 336- f.to 14x21 cm
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ISBN 88-85318-22-3
Editore Ediciclo
Euro 14,00

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