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 Bulgaria - Italia - Appunti di Viaggio - "Trieste-Istanbul in Bicicletta" (9) 
TRIESTE - ISTANBUL IN BICICLETTA (9) - di Emilio Rigatti
08.07.2001 - 9-a Tappa - Da Cuprija a Nis (110 km)


MORAVA

Giornata calda, fin dal mattino. Il giovane bottegaio che mi vende le bibite per le borracce, felice di poter usare uno scarno ed efficace inglese, mi dice che davanti al suo negozio, in battuta di sole, il termometro raggiunge i cinquantotto gradi. Siamo partiti un po' prima del solito, ma capiamo che dovremo anticipare ancora di più la sveglia per evitare di restare intrappolati nella stretta delle canicole che ci attendono.

Ci lasciamo dietro le spalle il ponte sulla Morava e la quota mille, mentre il contachilometri diventa da adesso uno strumento per visualizzare il conto alla rovescia. Lo controllo spesso, riempiendomi la testa di somme e sottrazioni, medie ipotetiche e presunte date d'arrivo.

Cuprja ha nel nome il ricordo della dominazione turca: in turco, "cuprja" vuol dire ponte, e la parola è rimasta in eredità agli Slavi con il caffè e la dzezva per prepararlo, con i dolcissimi "lokum", e con le svariate centinaia di termini che ritroveremo, quasi identici, quando arriveremo a Istanbul. Della sua antichità la città non conserva gran che, come molte di queste cittadine che attraversiamo. L'aspetto, spesso grigio e monotono, da edilizia economica e pianificata, è in parte riscattato dalle rigogliose vie alberate e dalla vita di strada, che ha già in parte la dinamicità concitata e i colori dell'oriente.

Usciamo dalla città come due bragozzi, sospinti verso sud da un vento vigoroso e tiepido, che s'infila nella valle della Morava e tira a specchio le foglie del mais che si piega sotto le raffiche.

Dopo Paracin e Drenovac inizia una lunga e lieve salita su quella che ribattezzo la collina dei susini. Ai bordi della strada sfilano centinaia di alberi selvatici carichi di piccoli frutti di due tipi, gialli e rossi. Un susino al volo per provarne il sapore, dolce e profumato, e poi la sosta per una scorpacciata che Checco abbandona quasi subito, perché i frutti sono piccoli e ci vuole pazienza per mangiarne una quantità sufficiente da sentirsi sazi.

Io mi ci dedico con una minuzia che non mi è propria, e dopo una decina di minuti riparto all'inseguimento di Checco, con la felice pienezza che segue le scorpacciate di frutta. Corriamo sul lato destro della valle, su e giù per dei saliscendi che ci regalano discese velocissime, anche per il soffio vigoroso di questo vento che spinge noi e le nuvole sempre più a sud.

Lo si capisce anche dai colori che cambiano: ad ogni oncia di meridione che mettiamo nel sacco dei chilometri percorsi, i boschi si fanno sempre più rari. Nuvoloni bianchi e disordinati macchiano la campagna bruciata d'ombre instabili, che vagano allungandosi sulle pendici delle alture, rinfrescando fugacemente i ciclisti in gloriosa andatura di poppa.


NIS

Laudata sì sorella bici, mi viene da dire, per questo viaggio stupendo, per queste immagini mutevoli, per la città rovente che si sta avvicinando tra due ali di fabbriche svuotate dalle bombe e di edifici nuovissimi, per il traffico puzzolente che ci guida verso il centro, dove arriveremo - almeno oggi - prima che il sole ci cucini del tutto.

La Nisava, il fiume che attraversa la città, scorre ordinato tra due argini lisci di pietre bianche davanti alla fortezza turca, anch'essa di blocchi candidi, che dei versetti del Corano proteggono da assalti che nessuno farà più. Oltre alla fortezza antica, di vetusto c'è rimasto poco, a Nis.

Il centro, in parte pedonale, è di un'architettura piatta e moderna, ma la gente cammina numerosa per le strade, animandole. Le stanze dell'Hotel Nis sono linde, appena ridipinte, tiepide e sopra la rumorosa via principale.

L'interdizione biblica di portare le bici di sopra, con dieci dollari al portiere, diventa cordiale collaborazione, e i mezzi vengono sistemati ai piedi del letto. Le nostre stanze sono calde, rumorose e - almeno questo - linde e dipinte di fresco. Non si può avere tutto: ma un letto e il sonno possono bastare, e i pellegrini si accontentano di poco.


CELE KULA

La macabra spettacolarità della Cele Kula, la torre dei teschi di Nis, sta proprio nell'esibizione del misfatto. È un monumento alla crudeltà trasparente, all'efferatezza che diventa messaggio intenzionale di minaccia, ed esibizione di forza.

Maggio 1809: i Serbi vengono sconfitti dai Turchi, e il loro comandante Hurksid pascià ordina che a cinquecento dei tremila morti lasciati sul terreno vengano tagliate le teste. A monito dei ribelli venne costruita una torre, quasi un cubo di quattro metri di lato, e senza neppure scarnificarle, le teste vi vennero murate in file sovrapposte.

Ad Alfonse de Lamartine dovette passare l'appetito, quando si accorse che la fresca ombra sotto cui si stava riposando era proiettata da questo spaventoso mozzicone di ferocia.

Attorno alla torre hanno costruito una cappella, e nel muro della costruzione restano solamente una cinquantina di teschi. Gli altri se li ripresero un po' alla volta le mogli e le madri dei defunti, che avevano potuto riconoscere i propri cari murati, prima che la decomposizione ne cancellasse i lineamenti.

La guida serba che ci parla della Cele Kula individua il male negli altri: nei Turchi di ieri, e nei Croati, Sloveni e Kossovari di oggi, "che solo hanno portato odio alla Jugoslavia", mentre i Serbi hanno dato sé stessi e il sangue. È una persona colta e gentile, l'infiammato nazionalista serbo, e conosce la storia e diverse lingue. Ma vede tutto attraverso la lente deformante dell'etnos, che indirizza le capacità operative dell'intelligenza alla ricerca del Male negli altri, e nel bene che è in noi. Gott mit uns, insomma, God on our side, Dio Javè e Allah sono con noi, armati di Cruise, kalasnikov, e benedetto chi uccide nel nome del Signore.

Non una parola su Srebrenica, non una su Milosevic. Lasciamo il nazionalista e saliamo con l'antieroe in taxi, che gettò la divisa alle ortiche per non combattere nell'armata jugoslava: anche questo succede nei viaggi disorganizzati e casuali come il nostro, nel corso di queste giornate così ricche che sembrano non finire mai. Paolo chiede al taxista di portarci nella mahala, nel vecchio quartiere turco.

"È questo tutto ciò che è rimasto", ci dice l'amico, scaricandoci a poche centinaia di metri dal nostro albergo. Cioè, poco più di nulla. Quattro case vecchie dai tetti sfondati, abitate solo alberi e gatti, all'ombra di condomini grigi e monotoni. Solo un'osteria sembra essersi salvata, con i tavolini sul marciapiede, affollati di ciarlieri serbi serali. Si affaccia su di un'area pedonale, circondata da edifici moderni e con un grande centro commerciale a più piani, triste come tutti i centri commerciali dei paesi poveri.

È quasi una zattera dove i sopravvissuti di un mondo quasi scomparso passano il tempo giocando a scacchi e bevendo birra. Paolo, che da bravo triestino ha un sensore speciale per le "bettolazze", dopo una breve ricognizione tattica ordina che qui si ponga il campo per la cena. Obbediamo.


MOCIA E BOMBE

Gli avventori di quest'osteria sono tutti comme il ne faut pas: abiti gualciti, barbe non rasate e bocche sdentate che sono una dichiarazione del reddito medio pro capite. Qualcuno ha pure la coda di cavallo e l'orecchino.

La tavolata a fianco, quattro cinquantenni dall'aria un po' freak, capelli lunghi, jeans rimboccati e sandali a dito, è incuriosita dai tre stranieri ciclisti. Tirano le orecchie, finché capiscono da dove veniamo: "Talijanskj? Cosa ci fate a Nis?"

Dopo uno scambio di battute i tavoli si uniscono e i quattro, che lavorano per radio e televisioni serbe, dividono con noi un piatto di mocia, un sugo grasso con ciccioli di manzo e agnello, troppo buono per non essere una micidiale pozione al colesterolo.

Raccontiamo loro del viaggio, ma poi terminiamo per parlare della guerra, che ha lasciato segni evidenti, specialmente in periferia, dove le fabbriche sono più numerose. In città le incursioni non hanno fatto molte vittime, ma nei dintorni si sono consumate delle vere e proprie tragedie.

A differenza del custode della Cele Kula, questi non sono nazionalisti, sono felicissimi che Milosevic stia dietro le sbarre, e non hanno paura di parlare di Srebrenica e dei massacri perpetrati dai miliziani di Pale.

Spiego a Lessi, uno di loro, che sono rimasto sorpreso nel sentire un'ospitalità calorosa dovunque, qui in Serbia. Come italiano, cittadino di un paese che pochi anni fa bombardava questo stato e questa città, mi aspettavo di essere trattato, almeno qualche volta, con freddezza, quantomeno con distacco. Non credo che se i Serbi avessero azzerato l'industria italiana, potrebbero girare tranquillamente girare in bici per Mestre, Milano o Pordenone, trattati con un'ospitalità antica, a due anni dalla guerra.

"Nella discoteca più "in" di Nis - mi dice Lessi - ci si ritrovava a ballare proprio durante i bombardamenti degli F 16, per stare assieme, per esorcizzare l'incubo che ci piombava addosso dal cielo. E sai che musica mettevamo? Zucchero e Dalla a tutto volume. Sappiamo che molti di voi erano davanti alla base di Aviano, a manifestare contro la guerra".

Ho in mente le foto dei ragazzini palestrati della NATO che caricano sorridenti le bombe, piene di graffiti di minaccia, sui loro aerei, sui loro giocattoli letali con cui centravano treni, fabbriche e città. E, per errore, cavi di funivie, com'è successo da noi. E guardo questi quattro ragazzoni di cinquant'anni, colti, pacifici e poveri che parlano il nostro stesso linguaggio.

Paolo oggi non ha pedalato, e in più ha un'inesauribile sete di ficcarsi negli attimi fuggenti che il caso gli offre: verrà accompagnato dai quattro a Radio Nis, dove inciderà un jingle pacifista da mandare in onda tra un programma e l'altro.

Noi: albergo, su per le scale con una gravità doppia di quella terrestre, porta, spazzolino, lenzuola. Telefono-casa non se ne parla nemmeno. Correrei il rischio di addormentarmi col cellulare aperto, mangiandomi la bici in titanio con la prossima bolletta "roaming" della TIM.

Il caldo, un lampione proprio davanti alla finestra e il rumore del traffico saranno sbaragliati e annientati senza difficoltà dalla stanchezza, anche oggi a prova di zanzare e di bombardamenti.


Nis, 08.07.2001

TRIESTE - ISTANBUL in BICICLETTA   e-mail: emiliochecco@hotmail.com

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ORA E' ANCHE UN LIBRO!


Emilio Rigatti
La strada per Istanbul
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ISBN 88-85318-22-3
Editore Ediciclo
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