IL GIORNO PIÙ LUNGO
07.07.2001 - 8-a Tappa - Da Smederevo a Cuprija (110km)
Un amico colombiano, compagno di viaggi di laggiù, un giorno in cui ci toccò di patire come bestie, mi disse: Quando si fanno cose come queste, hay que pasar trabajo..." Cioè: bisogna pagare un qualche prezzo, prima o dopo arrivano i momenti difficili. Oggi, dopo le riprese per la televisione jugoslava, con interviste ai tre, riprese sulla strada da tutte le posizioni (anche un po' imbarazzante, alla lunga), infiliamo i nasi in un vento contrario da manuale: teso, con rinforzi, senza la minima intenzione di mollare. E in più, la zona dopo Smederevo é la più triste che ci tocca di vedere. Le case sono costruite senza un piano regolatore, e senza che una qualche tradizione o regola non scritta ne coordini la sistemazione sul territorio. É una zona devastata dall'emigrazione, e alcune case sono poverissime - quelli che son restati - altre sono esageratamente grandi, e senza gusto. Chi si é fatto affrescare un camion sulla parete esterna, chi ha fatto costruire una torre Eiffel di alluminio nel giardino, chi ha imitato gli chalet del paese dove é emigrato, chi ancora ha messo ha guardia della casa due grandi leoni di alluminio marrone, modello Persepoli. Macchine con la targa tedesca, o austriaca. Al passaggio, chi ci saluta lo fa in tedesco, perché per qualche ragione, veniamo individuati come tali. Il fondo stradale é pessimo, a tratti di pavè puro, altrove con buche. E il vento non molla, neppure un secondo. Paolo Rumiz, reduce da un'influenza bovina, ha un momento di disperazione, perché oltre al vento e al fondo stradale lo tormenta un dolore ai diti del piede, ricordo di una frattura. Lo supera e si rimette prua al vento.
MILLE E NON PIÙ MILLE
Dopo Markovac la strada pende quota e comincia a correre a un paio di decine di metri sopra il livello dei campi. Gli abitati riacquistano coerenza, le case sono allineate lungo la strada, i campi sono coltivati, e dopo Lapovo ci attende uno strappo in una valle verde e con poche abitazioni. Scolliniamo verso la pianura ampia, e sullo sfondo ci appare, bianca, la cittadina di Jagodina (Jagoda vuol dire fragola). Vi arriviamo in picchiata, senza pedalare, e raccogliendo le forze per gli ultimi chilometri. Manca poco a Cuprija, dove dormiremo, e la vicinanza ci dà energie. Io mi accorgo che l'odometro sta per toccare i mille chilometri: avviso Checco e Paolo, e quando scattano i tre zeri siamo proprio all'incrocio che conduce a Brdska Krcma, che tradotto vuol dire Osteria di Montagna.
CIRCOLO UFFICIALI
A Cuprija ci raggiungono degli amici di Paolo che lavorano all'ambasciata a Belgrado, con la Caritas, Marzia, Emiliano e Fabio. Troviamo una piccola pensione con giardino, che pare quasi altoatesina, e ceniamo in cortile al suono delle zanzare che si cremano sulla zanzariera elettrica. Gli amici hanno portato del vino friulano, e ceniamo al lume delle candele, con un grande allegria. la fatica diciamo pure bestiale ci ha reso allegri: piacer figlio d'affanno, diceva il nostro. É l'effetto "circolo ufficiali": dopo una giornata del genere, mi apre di essere in licenza nelle retrovie, ben trattato perché ho fatto il mio dovere, tirando il fiato tra un attacco e l'altro. La differenza é che ai soldati, quelli veri, gli toccava di farlo volenti o nolenti. Almeno noi, ce lo siamo andati a cercare. Checco cita un proverbio brasiliano :"A galhina que come pedras, sabe u cù qui tem". Cioè; la gallina che mangia sassi, deve saper anche che in qualche modo dovranno uscire.
SERBIAN GRAFFITI
Molti episodi minimi, per la fretta con cui son costretto a scrivere, restano nella penna. Alcuni schizzi dal viaggio.
Borracce. Io bevo Coca Cola, Checco e Paolo acqua non gasata. Perciò io ho sempre la borraccia appicicaticcia. E il vento, le macchine, la polvere sollevata dal traffico istoriano la plastica con disegni astratti. Poi pagliuzze, peli, qualche piuma, fanno sicuramente ombra a qualche colonia di streptococchi in vacanza. Ad una sosta, afferro la borraccia, che fa davvero schifo, la depilo come posso, almeno da dove devo bere, e tracanno. Checco commenta: Se ti vedono i NAS, hai rogne.
Gli alberghi di stato, che Paolo chiama i Paleo. Sono rimasti fermi all'epoca di Tito, e bisogna dire che un po' d'incentivi al personale non nuocerebbe alla loro immagine. I paleo-camerieri vacillano a ogni richiesta che esca dalla norma. Chiedo il latte caldo a parte, per mettermelo nel caffè a mio modo. La cameriera mi guarda con odio, e sento trambusto nelle cucine. Lo schema classico é sconvolto. Chiedo un caffè turco, perché l'espresso lo fanno male. Tirano fuori gli occhi di due spanne: "Ma guardi che lo deve pagare" . Lo pago, rispondo. Stupore, e dispetto. Torna col caffè turco, io pago. Poi chiedo due uova all'occhio. Mi portano un uovo sodo - obbligatorio per tutti - mentre Checco e Paolo si vedono recapitare, oltre all'uovo d'ordinanza, due uova ALL'OCCHIO a testa, naturalmente non ordinate.
Dopo una settimana di dolore, il soprasella é tornato a girare come un diesel, come quando eravamo a casa. É una specie di samsara del fondoschiena. E ho un'unghia del piede reincarnata.
Cuprija, 07.07.2001
TRIESTE - ISTANBUL in BICICLETTA e-mail: emiliochecco@hotmail.com
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