LA SLAVONIA
03.07.2001 - 4-a Tappa - Da Ivanic Grad a Slavonski Brod (175km)
Altan e io, come sempre, ci siamo alzati attorno alle sei e mezza,
e dopo una colazione abbondante abbiamo studiato il percorso,
trascritto su di un post-it i nomi dei paesi che dovremo
attraversare, e abbiamo inforcato le biciclette. É la cerimonia
mattutina, sempre emozionante. È un po' come ripartire con le
ansie del primo giorno.
I roveri di Slavonia si intravedono a destra e a sinistra della
strada, tenuti lontani dalle coltivazioni di mais e grano. Quando
i campi sono più corti, si avvicinano alla strada come giganti, e
con la loro mole incutono una sorta di botanico rispetto. Il
sottobosco é cupo per l'ombra impenetrabile. Se esistono le
streghe e i lupi, Hansel e Gretel e i folleti, é lì dentro che
devono nascondersi. La strada é ondulata, il fondo a tratti é
buono, ma spesso é percorso da delle spaccature regolari, in
corrispondenza dei lastroni di cemento con cui era stata costruita
l'arteria, riasfaltata in seguito.
Le colline della Slavonia sono dolci come le onde il giorno dopo
una sciroccata, e una sorta di monotonia piacevole ci rilassa
dagli eccessi visivi dei due giorni precedenti. Sia chiaro, in
ogni momento sentiamo che ci stiamo allontanando, che continuiamo
a puntare a sud est. Ogni tanto ce lo ripetiamo: "Ma stiamo
davvero andando. Due settimane fa non ci credevamo, e meno che
meno le persone a cui lo raccontavamo."
Il mais si alterna al grano, e nei cortili ci sono solo alberi da
frutta e fiori. Il concetto di pianta ornamentale non sembra
penetrato in questa civiltà rurale. L'albero dev'essere bello, ma
deve lavorare anche lui, fare dei frutti di qualche sorta. Non ci
sono villaggi o paesi così come da noi. I villaggi sono allineati
lungo la strada principale, una casa dopo l'altra, senza soluzione
di continuità per centinaia e centinaia di chilometri. Non c'è
una seconda fila di abitazioni, e tra il cartello di inizio del
paese e la sua fine ci sono spesso diversi chilometri. Per
attraversare un paese da nord a sud ci vuole il taxi, da est a
ovest basta attraversare la strada. Ci chiediamo anche come
faranno gli ubriachi di qui a rientrare a casa dopo un giro di
osterie, con queste case tutte uguali. Forse le mogli dovranno
appendere fuori dalla porta una loro fotografia.
All'inizio della pedalata, subito dopo Ivanic Grad, ci sono ancora
molte case di legno. Sono modeste, ma ben tenute. Il paesaggio
risulta dal colpo d'occhio che si impadronisce del tutto, ma se si
presta attenzione a ogni singola dimora ci si rende conto che
questo insieme é costituito da cellule originali. Alcune case
sono più belle, intonacate, molte non lo sono, altre sono,
appunto, in legno. Molti i fiori nei giardini, alcuni dei quali
sono curati. Altri invece hanno un'aria di dignitosa
trascuratezza, immerse in un verde lasciato in esuberanza. Alcuni
orti hanno solo susini piantati in modo regolare, altre sono
abitate da piante da frutta diverse, che sembrano cresciute a
caso. L'erba, spesso, é lasciata crescere. L'erba non fa male, ed
é bella. Il tempo deve essere impiegato per lavorare su cose
utili. L'albero che più si vede nei paesi é il noce. Interi
filari costeggiano le strade. Ogni tanto tigli e ippocastani
ombreggiano la chiesa, o il monumento, ma é il noce a farla da
padrone. La vite esiste, e si fa il vino, ma di fichi non ne
abbiamo visto neppure uno.
Mi ricordo della campagna friulana quand'ero bambino. Spesso
troviamo sull'asfalto animali investiti dalle auto: volpi, faine,
furetti, porcospini. I boschi sono pieni di cacciagione, ci
spiegano, e qui vengono gli italiani a caccia.
L'ANDARE, OGGI.
Al di là del paesaggio, che in macchina sembrerebbe monotono
se percorso in macchina, c'è un'emozione profonda e continua che
nasce da vari elementi. La velocità bassa permette di osservare
ogni particolare, di rifletterci su, di tentare delle spiegazioni
e delle ipotesi attorno a ciò che vediamo. A volte, questo
eccesso di visione é stancante più del pedalare, e la sera, a
letto, le immagini si assiepano nella mente ingolfandola. Non si
riesce a digerire tutto, interi pezzi di Slavonia scompaiono,
perché non trovano un posto nel "file". Poi c'è questo
progetto che si sta realizzando così, vorticando le pedivelle
senza sosta, andando per otto ore al giorno di pedale con la sola
meta di arrivare a Istanbul. Fino alla Slovenia eravamo ancora in
un certo senso a casa, turisti, avven-turisti, o al massimo
viaggiatori.
Poi, dalla valle della Krka, siamo stati scodellati in modo
brusco, attraverso un confine ostile al ciclista, su una strada
dal traffico davvero pericoloso, e dal fondo micidiale. Per
arrivare a Zagabria e superarla c'era solo quella via, oppure
l'autostrada. Poi, grazie a una decisione da Von Clawsewitz delle
due ruote di Altan, abbiamo imboccato l'autostrada risolutrice,
che ci ha permesso di superare Zagabria, in un'ora e mezza di
spavento, tra macchine a 180 all'ora. Sono state tre ore davvero
sofferte, ma le avevamo messe in preventivo. Un viaggio del genere
non si fa senza pagare una tassa.
Poi il sole, il vento contrario, i chilometri, la bellezza
continua - per cui sentiamo una sorta di gratitudine senza un
oggetto preciso cui destinarla - ci limano qualcosa dello spirito
da esploratori che forse ci animava alla partenza. Dietro il
pittoresco scorgiamo spesso la povertà, sopra gli infiniti
rettilinei ripetono se stessi come una litania, il sole scotta, e
nonostante il "fattore venti" siamo cotti. Non so come
spiegarlo, ma forse capiamo cosa volesse dire essere viandanti nel
medioevo, o pellegrini. Questo continuo trascorre d'immagini,
questo andare oltre - abbiamo deciso di non visitare né chiese
né musei, contrariamente al solito, perché ciò che importa é
davvero il viaggiare - sciolgono le velleità turistiche. Capiamo
che il viaggio sta crescendo con una forza sua: e noi ci siamo
dentro.
PAOLO RUMIZ
Paolo non era potuto partire con noi, perché due giorni prima del
gran giorno, un bel quaranta di febbre lo aveva steso. Oggi, a
metà cammino, il cellulare ha squillato. Col suo accento
triestino inconfondibile, Rumiz ci ha annunciato: "Sto
arrivando su una macchina a noleggio. Datemi le coordinate che vi
raggiungo". Il telefonino squilla un'altra volta. E mi fermo.
Paolo dev'essere a pochi chilometri dietro di noi, se ci capiamo
bene. Mentre parlo con lui si avvicina un ragazzino e comincia a
parlarmi in italiano. "Abito a Verona da cinque anni -
racconta - e vengo qui per le vacanze". Finge d'inorridirsi
quando gli dico che insegno alle medie: e in quel momento arriva
Rumiz, a bordo di una monovolume a noleggio con autista. É una
situazione un po' surreale, con questo bambino, l'unico che sappia
l'italiano in questo paese lontano da noi, e Paolo che scende e
comincia a parlare, non capendo come mai questo ragazzino sappia
così bene la nostra lingua. Cerco di convincerlo che gliela ho
insegnata io, adesso. C'è molta allegria. Pacche sulle spalle e
abbracci. La carovana é al completo. A cena, birre abbondanti e
sliwovitze, e un clima da collegio che non ricordavo da tempo.
Domani, sveglia all'alba, e una tappa tranquilla - 94 chilometri -
fino a Vukovar. Io sento una stretta allo stomaco. Conosco già
Mostar e la valle della Neretva, e non amo questi luoghi
flagellati dal fuoco e dalla violenza. Domani, la carovana dei
pellegrini parte al completo.
Slavonski Brod, 03.07.2001
TRIESTE -
ISTANBUL in BICICLETTA e-mail: emiliochecco@hotmail.com
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