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APPUNTI DI VIAGGIO  
TRIESTE - ISTANBUL IN BICICLETTA (4) - di Emilio Rigatti 
     
LA SLAVONIA

03.07.2001 - 4-a Tappa - Da Ivanic Grad a Slavonski Brod (175km)

Altan e io, come sempre, ci siamo alzati attorno alle sei e mezza, e dopo una colazione abbondante abbiamo studiato il percorso, trascritto su di un post-it i nomi dei paesi che dovremo attraversare, e abbiamo inforcato le biciclette. É la cerimonia mattutina, sempre emozionante. È un po' come ripartire con le ansie del primo giorno.

I roveri di Slavonia si intravedono a destra e a sinistra della strada, tenuti lontani dalle coltivazioni di mais e grano. Quando i campi sono più corti, si avvicinano alla strada come giganti, e con la loro mole incutono una sorta di botanico rispetto. Il sottobosco é cupo per l'ombra impenetrabile. Se esistono le streghe e i lupi, Hansel e Gretel e i folleti, é lì dentro che devono nascondersi. La strada é ondulata, il fondo a tratti é buono, ma spesso é percorso da delle spaccature regolari, in corrispondenza dei lastroni di cemento con cui era stata costruita l'arteria, riasfaltata in seguito.

Le colline della Slavonia sono dolci come le onde il giorno dopo una sciroccata, e una sorta di monotonia piacevole ci rilassa dagli eccessi visivi dei due giorni precedenti. Sia chiaro, in ogni momento sentiamo che ci stiamo allontanando, che continuiamo a puntare a sud est. Ogni tanto ce lo ripetiamo: "Ma stiamo davvero andando. Due settimane fa non ci credevamo, e meno che meno le persone a cui lo raccontavamo."

Il mais si alterna al grano, e nei cortili ci sono solo alberi da frutta e fiori. Il concetto di pianta ornamentale non sembra penetrato in questa civiltà rurale. L'albero dev'essere bello, ma deve lavorare anche lui, fare dei frutti di qualche sorta. Non ci sono villaggi o paesi così come da noi. I villaggi sono allineati lungo la strada principale, una casa dopo l'altra, senza soluzione di continuità per centinaia e centinaia di chilometri. Non c'è una seconda fila di abitazioni, e tra il cartello di inizio del paese e la sua fine ci sono spesso diversi chilometri. Per attraversare un paese da nord a sud ci vuole il taxi, da est a ovest basta attraversare la strada. Ci chiediamo anche come faranno gli ubriachi di qui a rientrare a casa dopo un giro di osterie, con queste case tutte uguali. Forse le mogli dovranno appendere fuori dalla porta una loro fotografia.

All'inizio della pedalata, subito dopo Ivanic Grad, ci sono ancora molte case di legno. Sono modeste, ma ben tenute. Il paesaggio risulta dal colpo d'occhio che si impadronisce del tutto, ma se si presta attenzione a ogni singola dimora ci si rende conto che questo insieme é costituito da cellule originali. Alcune case sono più belle, intonacate, molte non lo sono, altre sono, appunto, in legno. Molti i fiori nei giardini, alcuni dei quali sono curati. Altri invece hanno un'aria di dignitosa trascuratezza, immerse in un verde lasciato in esuberanza. Alcuni orti hanno solo susini piantati in modo regolare, altre sono abitate da piante da frutta diverse, che sembrano cresciute a caso. L'erba, spesso, é lasciata crescere. L'erba non fa male, ed é bella. Il tempo deve essere impiegato per lavorare su cose utili. L'albero che più si vede nei paesi é il noce. Interi filari costeggiano le strade. Ogni tanto tigli e ippocastani ombreggiano la chiesa, o il monumento, ma é il noce a farla da padrone. La vite esiste, e si fa il vino, ma di fichi non ne abbiamo visto neppure uno.

Mi ricordo della campagna friulana quand'ero bambino. Spesso troviamo sull'asfalto animali investiti dalle auto: volpi, faine, furetti, porcospini. I boschi sono pieni di cacciagione, ci spiegano, e qui vengono gli italiani a caccia.


L'ANDARE, OGGI.

Al di là del paesaggio, che in macchina sembrerebbe monotono se percorso in macchina, c'è un'emozione profonda e continua che nasce da vari elementi. La velocità bassa permette di osservare ogni particolare, di rifletterci su, di tentare delle spiegazioni e delle ipotesi attorno a ciò che vediamo. A volte, questo eccesso di visione é stancante più del pedalare, e la sera, a letto, le immagini si assiepano nella mente ingolfandola. Non si riesce a digerire tutto, interi pezzi di Slavonia scompaiono, perché non trovano un posto nel "file". Poi c'è questo progetto che si sta realizzando così, vorticando le pedivelle senza sosta, andando per otto ore al giorno di pedale con la sola meta di arrivare a Istanbul. Fino alla Slovenia eravamo ancora in un certo senso a casa, turisti, avven-turisti, o al massimo viaggiatori.

Poi, dalla valle della Krka, siamo stati scodellati in modo brusco, attraverso un confine ostile al ciclista, su una strada dal traffico davvero pericoloso, e dal fondo micidiale. Per arrivare a Zagabria e superarla c'era solo quella via, oppure l'autostrada. Poi, grazie a una decisione da Von Clawsewitz delle due ruote di Altan, abbiamo imboccato l'autostrada risolutrice, che ci ha permesso di superare Zagabria, in un'ora e mezza di spavento, tra macchine a 180 all'ora. Sono state tre ore davvero sofferte, ma le avevamo messe in preventivo. Un viaggio del genere non si fa senza pagare una tassa.

Poi il sole, il vento contrario, i chilometri, la bellezza continua - per cui sentiamo una sorta di gratitudine senza un oggetto preciso cui destinarla - ci limano qualcosa dello spirito da esploratori che forse ci animava alla partenza. Dietro il pittoresco scorgiamo spesso la povertà, sopra gli infiniti rettilinei ripetono se stessi come una litania, il sole scotta, e nonostante il "fattore venti" siamo cotti. Non so come spiegarlo, ma forse capiamo cosa volesse dire essere viandanti nel medioevo, o pellegrini. Questo continuo trascorre d'immagini, questo andare oltre - abbiamo deciso di non visitare né chiese né musei, contrariamente al solito, perché ciò che importa é davvero il viaggiare - sciolgono le velleità turistiche. Capiamo che il viaggio sta crescendo con una forza sua: e noi ci siamo dentro.


PAOLO RUMIZ

Paolo non era potuto partire con noi, perché due giorni prima del gran giorno, un bel quaranta di febbre lo aveva steso. Oggi, a metà cammino, il cellulare ha squillato. Col suo accento triestino inconfondibile, Rumiz ci ha annunciato: "Sto arrivando su una macchina a noleggio. Datemi le coordinate che vi raggiungo". Il telefonino squilla un'altra volta. E mi fermo. Paolo dev'essere a pochi chilometri dietro di noi, se ci capiamo bene. Mentre parlo con lui si avvicina un ragazzino e comincia a parlarmi in italiano. "Abito a Verona da cinque anni - racconta - e vengo qui per le vacanze". Finge d'inorridirsi quando gli dico che insegno alle medie: e in quel momento arriva Rumiz, a bordo di una monovolume a noleggio con autista. É una situazione un po' surreale, con questo bambino, l'unico che sappia l'italiano in questo paese lontano da noi, e Paolo che scende e comincia a parlare, non capendo come mai questo ragazzino sappia così bene la nostra lingua. Cerco di convincerlo che gliela ho insegnata io, adesso. C'è molta allegria. Pacche sulle spalle e abbracci. La carovana é al completo. A cena, birre abbondanti e sliwovitze, e un clima da collegio che non ricordavo da tempo. Domani, sveglia all'alba, e una tappa tranquilla - 94 chilometri - fino a Vukovar. Io sento una stretta allo stomaco. Conosco già Mostar e la valle della Neretva, e non amo questi luoghi flagellati dal fuoco e dalla violenza. Domani, la carovana dei pellegrini parte al completo.


Slavonski Brod, 03.07.2001

TRIESTE - ISTANBUL in BICICLETTA   e-mail: emiliochecco@hotmail.com

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Emilio Rigatti
La strada per Istanbul
pp. 336- f.to 14x21 cm
foto a colori e mappe storiche
ISBN 88-85318-22-3
Editore Ediciclo
Euro 14,00

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Ultimo Aggiornamento: 08.08.2008
 

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