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APPUNTI DI VIAGGIO  
TRIESTE - ISTANBUL IN BICICLETTA (3) - di Emilio Rigatti 
     
POMPE E STRUZZI GLOBALIZZATI

02.07.2001 - 3-a tappa - Da Zuzemberk a Ivanic Grad (180km)

É da un internet café di Ivanic Grad che scrivo queste note. Il viaggio odierno è stato pieno di meraviglie, ma abbiamo anche pagato un'IVA d'orrori al 20%, come vedrete. L'Angelo della Diversità, quello che protegge i confini e le differenze, è stato particolarmente generoso, regalandoci cambi di paesaggio, ma anche piccole disavventure, che hanno fatto cigolare la mia capacità di assorbimento emotivo.

Ha piovuto tutta la notte, e i primi raggi del sole hanno fatto levare una cortina di vapori, che conferisce al questo primo luglio sloveno un'aria di settembre in Scozia. Le rovine del castello s'intravedono tra la nebbia, che rapidamente si dilegua. Fa fresco, quasi freddo. Ci accingiamo a quella che diventerà una devozione mattutina per 18 giorni, e cioè la sistemazione del bagaglio.

"Non è un po' giù di pressione, la ruota posteriore?". Checco ha ragione, e io metto mano alla mia pompa nuova, così -en passant- la provo. Il risultato è scoraggiante: la ruota si sgonfia del tutto e, sorpresa sgradita- anche la vecchia pompa di Checco non funziona. Maledico Roberto Ragogna, della cicli 4R di Palmanova, e il suo peana sul maledetto aggeggio, la miglior pompa del mondo. È proprio disegnato male, e non c'è verso di farlo funzionare, nonostante un quarto d'ora di tentativi. Il padrone dell'agriturismo ci procura una pompa a pedale, di quelle che servono per gonfiare i canotti. Dieci minuti di sforzi inutili: sudore, e rottura dell'attrezzo. Il padrone dell'agriturismo ci aiuta, e riusciamo a gonfiare la ruota quel minimo che basta per procedere, a rischio però di forare alla prima buca. In un'agraria ci prestano un compressore, e riusciamo a gonfiare la ruota. Potremo così raggiungere Novo Mesto, dove contiamo di trovare un negozio di biciclette.

"A costo di comprarne una di quelle grandi, e di portarmela dietro legata alla schiena", dico a Checco. Senza pompa non si può procedere, assolutamente. Mentre penso a una letteraccia da spedire stasera stessa a Roberto, vedo alla mia sinistra una decina di struzzi. E' il colmo: struzzi nella valle della Krka. Questa moda globalizzata dello struzzo sta penetrando anche in questi angoli di paradiso, così decido che vale la pena fare un paio di foto, mentre Checco continua a pedalare. Appoggio la bici, mentre gli struzzi accorrono quando vedono che mi avvicino alla recinzione. Salgo su un sasso, appoggio il gomito alla rete per non muovere la macchina fotografica -devo usare un tempo lungo perché c'è ancora poca luce e la pellicola ha solo 50 asa- e una forte scarica elettrica mi fa esplodere in un'imprecazione che spaventa i volatili, volatili per modo di dire. Il buongiorno comincia dal mattino, si dice. Quindi: aiuto.

A Novo Mesto troviamo un bel negozio di biciclette. Naturalmente, spiattello la storia del viaggio: "Ma bravi, ma che coraggio, ma che avventura splendida", ci complimentano. Il padrone del negozio mi mostra delle pompe, e per curiosità chiede di vedere la mia. "Mi sentirà, il mio amico del negozio, quando torno", dico al tale che armeggia con l'attrezzo. Me la restituisce e mi invita a provarla. Funziona così perfettamente che devo riconoscere che non ho mai avuto una pompa portatile in grado di gonfiare un pneumatico con questa pressione, credo attorno alle otto atmosfere.

"Vedi -mi spiega il tale con un tono in cui mi par di avvertire un lontano sarcasmo- bisognava svitare qui, e girare l'adattatore, che era dalla parte che si usa per le valvole dei motorini…" Cancello immediatamente dalla memoria il "file" con la lettera d'insulti a Roberto. Il meccanico mi guarda, e nel suo sguardo beffardo credo di leggere la seguente frase in sloveno con sottotitoli in italiano: "questi due gonzi, a Istanbul, non ci arrivano…"


FAREWELL SLOVENIA

La valle si allarga fino a che le montagne che la delimitano sono lontane, forse dieci chilometri. Il traffico è quasi inesistente. Castelli accompagnano il fiume: oltre che a Zuzemberk, ce ne sono a Soteska, a Otocec (spettacolare, su un'isola fluviale), a Mokrice, e in un paesino sonante d'acque che si chiama Bistra ("limpida"), dove la strada passa attraverso la corte del castello, circondata da mura. Studiamo il percorso sulla carta più volte, e ci pare che una stradina secondaria che segue il movimento sinuoso delle colline, abbandonando il corso del fiume, potrebbe essere interessante. E abbiamo fortuna, è l'angolo più suggestivo della valle: boschi scuri alternati da campi di mais in pendenza, piccoli borghi, crocifissi di legno ai bivi, alcuni molto belli e segnati dall'antichità. E soprattutto, un'aria da posto dimenticato, rimasto fuori dalla corrente principale del tempo. In certi borghi si ha l'impressione di passare per un aia, col fieno sull'asfalto e le mucche legate fuori dalla stalla. Poi, riappare il fiume, sotto di noi. 

Adesso pedaliamo a fianco dell' autostrada Lubljana-Zagreb, e tra non molto arriveremo al confine con la Croazia. Ecco di nuovo la Krka: si unisce con la Sava a Catez, e diventa un fiume vero, grande. Stiamo andando seguendo il flusso del grande sistema vascolare del Danubio. Ogni volta che guarderò le acque di un fiume, dovrò girare la carta geografica che ho in testa, perché scorrono tutti nella direzione opposta a quella cui sono abituato. Anche la lingua dei fiumi cambia, così come il paesaggio, il mangiare, gli alberi, i nomi di paesi, la lingua degli uomini…


CROAZIA

Per capire per dove bisogna passare il confine con la Croazia, ci mettiamo mezz'ora: infatti dei due valichi, uno è solo per residenti, e l'altro è un'autostrada. Non siamo né automobili né residenti, ma comunque ci tocca optare per l'autostrada. Ci mettiamo le bici in spalla, scavalchiamo diversi spartitraffico, passiamo in mezzo a delle baracche che fungono da uffici e ci presentiamo ai doganieri.

"A Zagabria?", rispondono ridendo alla mia domanda, "vai dritto per l'autostrada". Credo che mi prendano in giro, o che il mio pseudocroato non sia sufficiente per capire quello che mi hanno detto.

Il confine Croato è una specie di argine per far sì che i Balcani, con la loro scomposta orografia etnica, non risalgano la valle della Krka per riversarsi nella Padania e dilagare in Europa. Questa immagine mi sorge spontanea quando imbocchiamo la provinciale per la capitale. Di là, in Slovenia, il plastico perfetto, il paese di Heidi, con le sue casette di legno e i giardini pieni di fiori. Dall'altro, dieci metri dopo il confine, un paesaggio scomposto, frutto di una deregulation edilizia selvaggia, una strada da far west con un traffico pericoloso, in mezzo a una campagna spelacchiata e polverosa. La strada è fatta di grandi blocchi di cemento, e a ogni giuntura un "ta-pum" scuote ciclista e attrezzature. Ta-pum, ta-pum, ta-pum. Dopo mezz'ora siamo intronati, cerchiamo ristoro in un bar, dove studiamo la carta per cercare delle scappatoie. Ma Zagabria è come la fine di un cul-de-sac: non c'è modo di aggirarla, se non si decide di prendere o il treno o l'autostrada.

"Il treno -mi dicono alla stazione di un paesino- arriva fino alla capitale, e da lì in poi…be', dovrete informarvi".
"Le bici in vettura? Ma, non saprei, dovreste parlare col capotreno…"
Troppo complicato, i ciclisti non sono previsti dalla Slovenia in giù. Ma se non sono previsti, forse sono parzialmente invisibili, forse nessuno li considera, quasi fossero moscerini. E' Checco a trarre da ciò delle conclusioni strategiche ardite: "Andiamo in autostrada, ci sono passati anche gli amici bassanesi andando a Pechino. Così evitiamo Zagabria". E così, dalle chiare fresche e dolci acque di un'ora fa, eccoci qui, a farci sfiorare dalle BMW a 170 all'ora sull'asfalto bollente, pedalando come ad una cronometro per arrivare il più presto possibile a Velika Gorica, dove abbiamo deciso di uscire. Due mesi fa, in allenamento, avevo imboccato per errore la superstrada Tessera-Treviso, in pratica un'autostrada. Le macchine mi suonavano impazzite, la gente mi faceva gesti tipo "sei da metter in catene, vai fuori di qui". Invece oggi nessuno bada a noi, e anche la pattuglia della polizia cui tagliamo la strada si limita a un colpetto di clacson per avvisarci di stare più attenti. Finalmente appare l'indicazione dell'uscita di Velika Gorica, la prima uscita dopo la capitale croata.


SAVA

Il nome Sava mi piace. Fluisce dalle labbra come acqua, in un soffio breve. Sono sicuro che a questo suono dolce, d'ora in poi, si sovrapporranno le immagini di quelle ore pedalate sugli argini silenziosi e solitari, dalle golene scure e ombrose di pioppi e salici.

A Velika Gorica studiamo la carta, e scegliamo le strade più piccole, quelle che accompagnano il fiume, sinuose, segnate come di macadam. I paesi sono rari, e l'orientamento un po' problematico. Dobbiamo domandare informazioni ogni volta che incontriamo qualcuno, cosa che avviene molto raramente. Qui parlano un dialetto croato che faccio fatica a decifrare, e devo farmi ripetere tutto :"Polako polako, molim" Adagio, per piacere. Checco, per nostra fortuna, ha un senso dell'orientamento che continua a stupirmi, un istinto da uccello migratore che più di una volta, nel corso del viaggio, ci salverà da svarioni geografici. Dopo lo stress dell'autostrada, pedaliamo in una campagna silenziosa, gialla di grano. La strada, asfaltata in modo approssimativo ma sufficiente per le nostre bici, segue l'argine del fiume. C'è un'aria familiare, da argini dell'Isonzo. Checco si ricorda della sua casa d'infanzia, a Zenson di Piave, che si trovava proprio a ridosso del fiume. Qui, però, tutto è più grande: gli argini sono più alti, la vegetazione più rigogliosa, il silenzio più profondo. E anche l'andare è più lungo: nessuna provinciale rumorosa a spezzare il ritmo sospeso della pedalata, nessun paese. Case isolate, qualche borgo sull'orizzonte. Sono ore che facciamo trascorrere in silenzio, ipnotizzati dalla calma dopo lo stress, dal ritmo blando dei pedali che girano da soli. Immagini forti, che mi tornano in testa ogni volta che penso al viaggio.

Sull'argine vedo una donna che si avvicina, a piedi. Ha un vestito scuro e una cuffia bianca. Ma sì, è proprio una delle due donne che stanno davanti alla veduta di Delft di Vermeer. Le passo accanto, lei ha gli occhi bassi. Capisco il perché dell'associazione mentale con quella veduta: c'è la stessa atmosfera di serenità fuori dal tempo, di luce e tranquilla e quasi assente.

Due cardellini cominciano a giocare davanti alla mia bici. Mi precedono, mi volano sopra la testa, a fianco, e poi di nuovo davanti. Si posano sull'asfalto, e spiccano di nuovo il volo quando mi avvicino, e continuano ad accompagnarmi. Respiro un'aria surreale, magica, mi pare di pedalare sulle nuvole. La bici come sballo, dice Rumiz.

La chiatta, azionata dalla corrente del fiume, ci traghetta al di là della Sava: ancora un passo, un confine, un andare di là. Tre kune a Caronte, che non ride neanche se gli mostri il culo, e siamo sull'argine opposto, nella sera che avanza. Sotto di noi ci sono delle cascine, con tutti gli animali della vecchia fattoria, e le nostre fedeli ombre veloci che sussultano quando trovano un covone di fieno. Al primo paese, gli stancapiazze in canottiera ormeggiati al bar, sigaretta in bocca e panza da birra, insorgono come un sol uomo al nostro passaggio: "Venite qua, una birra! Chi siete? Dove andate? Ehi, voi, fermatevi!!" "A Istanbul", grido, e quelli rincarano i richiami. Non abbiamo voglia di fermarci, siamo stanchi, e un certo tono di scherno nella voce dei bevitori serali di birra ci consiglia di andare avanti. 

Dopo la curva il vociare si spegne, ma stavolta una quercia maestosa, che cresce al bordo della strada, riesce a bloccarmi d'imperio. Fermo lì, Rigatti, mi dice. Checco continua a pedalare, ma io scendo dalla bici, le giro intorno, la fotografo. Che albero, faccio fatica a farmelo entrare negli occhi. Poi, un rumore secco e ripetuto, come di legno contro legno, mi fa voltare la testa. Su di un palo della luce vedo le prime cicogne della mia vita, che protestano per il disturbo sbattendo i becchi. Una donna, vestito scuro a fiori e fazzoletto in testa, lavora china in un orto circondato da uno steccato di legno. Alza gli occhi, e quando vede che la guardo, torna ad immergersi nel lavoro. Le case sono in legno scuro, dalle fondamenta al tetto. I giardini, di una rigogliosità trascurata, mi ricordano quello di mia nonna, che era molto simile a questi. Sono nel 1960, a Fiumicello, ma mia nonna dov'è? La bici come satori, o come impegnativa per una visita psichiatrica. Checco è lontano che pedala con la sua cadenza inossidabile, in chissà quale anno della seconda metà del secolo scorso. Rimonto in sella e pedalo con foga, visto che devo risalire gli ultimi quarant'anni in due minuti e mezzo. A Ivanic Grad non dovrebbe mancare molto. Il contachilometri dice: 170 fino a qui.

E 180 fino all'hotel Ivanicanka, che in un primo momento ci pare una brutta conclusione di una giornata memorabile. Si trova all'ultimo piano di un grande magazzino, un cubo postmoderno di vetro e cemento. Il ristorante annesso è semideserto. Il grande magazzino è chiuso, e attraverso le vetrine vediamo i manichini con dei brutti vestiti. Portiamo le bici a spalla fino all'ultimo piano, consegniamo i passaporti, trattiamo col portiere per la sistemazione delle biciclette, che vorremmo chiudere in camera. Sarò io, per tutta la durata del viaggio, il rappresentante sindacale del gruppo per la sicurezza dei mezzi. Stavolta, strappo solo una sistemazione sul pianerottolo, con ancoraggio ai termosifoni.

Dopo la Zlatorog slovena, è la volta della Ojusko croata, o della Karlovacko in mancanza della Ojusko. Parlo della birra, la santa birra che ogni sera ci berremo in religioso silenzio, rinnovando l'evento archetipico della Prima Grande Birra bevuta dal Primo Uomo Assetato: ecce agnus dei…L'evento archetipico si ripete, e la Santa Birra è sempre quella dell'evento primordiale, una sostanza composta da sete, freddo e essenza dorata e amarognola. Come un filtro magico, tinge l'albergo en rose, ci restituisce un sorriso calmo, fa azionare la moviola della giornata. Le immagini partono, lentamente, poi sfumano, per poi affiorare di nuovo. A volte fanno risuonare ricordi d'infanzia, ma più spesso del ricordo resta solo un segno, che non riesce a catalizzarsi in qualcosa di leggibile. Resta lì, come un'impressione sospesa. Chissà cosa mi è successo, quarant'anni fa, che si aggancia a un odore, a uno scorcio, e cerca di venire a galla. 

Scorro le immagini forti della giornata: la donna di Vermeer, i cardellini, Caronte e la sua chiatta silenziosa, la vecchia nell'orto, i pioppi che il vento fa cambiare di colore, girando le foglie dal lato argentato. Da oggi, per quattro notti, non riuscirò ad addormentarmi prima delle quattro. Dovrò decidermi a prendere una stanza da solo, per poter scrivere senza disturbare Checco, che invece ha Morfeo dalla sua. Appena a letto, là sopra nella testa, qualcuno comincia a far casino: immagini, suoni, parole, come se le guarnizioni della memoria non tenessero a dovere. Se fossero i vicini chiamerei la polizia, ma in questo caso il solo rimedio è quello di vuotare la sentina scrivendo, scrivendo, scrivendo, usando la penna come una sessola. Le due tre-ore di sonno saranno sempre profonde e piene di sogni, concreti e pastosi come la plastilina. La stanchezza del risveglio sparirà al momento di montare in sella, per tornar fuori la sera, sommata a quella della giornata. 

Ma nonostante questi accumuli di fatica, dovrò aspettare Paolo Rumiz per farmi di nuovo delle dormite non stop. Paolo, a Vukovar, tra qualche giorno, mi suggerirà l'unico rimedio efficace. "Bel mio, a letto si va solo quando si è scritto tutto, altrimenti non si dorme." Avrà ragione. Dopo l'adozione del protocollo "svuotamento sentina", posso lasciare che la stanchezza torni a fare il suo dovere, ancorandomi ogni sera sul fondo di un sonno oceanico.


Ivanic Grad, 02.07.2001

TRIESTE - ISTANBUL in BICICLETTA   e-mail: emiliochecco@hotmail.com

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Emilio Rigatti
La strada per Istanbul
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ISBN 88-85318-22-3
Editore Ediciclo
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Ultimo Aggiornamento: 13.05.2008
 

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