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APPUNTI DI VIAGGIO  
TRIESTE - ISTANBUL IN BICICLETTA (1) - di Emilio Rigatti 


La partenza da Ruda (Ud)
LA PARTENZA E IL PRIMO MIRACOLO DI SAN ALBERTO FIORIN

30.06.2001 - 1-a Tappa - Da Trleste a Radzrto (132km)

Guardo Checco Altan che pedala al mio fianco e gli dico: "Stiamo andando". Siamo partiti da pochi minuti, e ancora non ci crediamo: stiamo davvero andando verso Istanbul? La statale 14, che abbiamo percorso migliaia di volte, era dunque un pezzo della Via della Seta? Il vento forte ci pulisce le paure, il mais della bassa friulana, ai lati della strada, si piega sotto le raffiche, la sagoma azzurra del Carso, verso cui ci dirigiamo, s'intravede in lontananza. Il viaggio non é iniziato sotto buoni auspici. La mattina: un collegio docenti in un'aula troppo calda, e io con la testa altrove. Poi il pranzo di fine anno con i colleghi, in una pizzeria. Entrando nel cortile con la bici già carica, scivolo sul ghiaino, e i pedali non si sganciano. Mentre vado giù, allungo il braccio per attutire la caduta. Vedo, come in un film al rallentatore, la mia mano aperta e i guanti con la scritta "Cafe de Colombia", vecchi di tredici anni.

"Ecco -penso- mi succede come ad Alberto Fiorin". Rovino sulla ghiaia con bici e bagagli sopra di me. Mi tagliuzzo con i sassi, prendo un paio di colpi che mi verranno fuori dopo due giorni, in Croazia. Ma San Alberto Fiorin fa il miracolo: a parte le botte e le leggere ferite, gli ossi sono interi. Grazie, San Alberto Fiorin, che ci salvi dai osi roti e dal mal russin (peste suina). Però adesso stiamo andando, e dopo Monfalcone inizia la lunga salita sul Carso. Il paesaggio é cambiato di colpo. Dietro le spalle la pianura coi suoi pioppeti, il granturco e il grano appena sfalciato, e adesso, ai lati della strada i quercioli e i carpini sottili dell'altopiano carsico. Siamo ancora in Italia, ma la gente qui già parla sloveno. Le scritte sono bilingui, le scuole sono slovene con insegnamento dell'italiano, la comunità carsica ci tiene alla sua identità. Maria Devetak è anche Marija Devetak, morta all'età di settant'anni, sedamdeset godina starca. Come le banche, le farmacie e le strade, anche la morte -politically correct- è bilingue. I cartelli stradali hanno il doppio nome: Kriz-Santa Croce, Aurisina -Nabrezina. I fascisti spesso li deturpano con lo spray, cancellando la scritta in sloveno. Alcuni cartelli sono bucati da delle pallottole. Questa tensione antislava, seppur diminuita negli ultimi anni, si avverte ancora. Due ragazzini, che ci tagliano la strada in modo maleducato su delle mountain bike, cantano sulle note di "Bandiera rossa" una strofa sinistra: "Avanti popolo, alla Risiera, bandiera nera bandiera nera". La Risiera è stato l'unico campo di sterminio per ebrei in Italia, e i due adolescenti questa canzone devono averla imparata da qualcuno: forse al bar, forse a casa. Siamo partiti da pochi chilometri, ma già sentiamo che siamo nel viaggio: percepiamo anche questi episodi minimi, che sono il sale del nostro pedalare di tutti i giorni, in modo diverso dal solito, perché sono i primi di una sequela di diversità che ci accompagnerà fino a Istanbul. Queste strade le abbiamo percorse in bici mille volte, passando davanti al brutto aeroporto di Ronchi dei Legionari, sotto la ciminiera ad anelli bianchi e rossi del cantiere di Monfalcone, e poi su per il Carso, dopo Sistiana-Sesljan. Oggi, a dare un colore e un sapore diverso a queste strade é proprio il "dove andiamo". Non gireremo le bici per tornare. Oggi si va avanti, e devo dire che sento un po' d'inquietudine al basso ventre: come quando partivo per qualche viaggio in barca a vela, al momento di sciogliere gli ormeggi.


SLOVENIA, APPARIZIONE DI BELLINA, E SECONDO MIRACOLO DI SAN ALBERTO FIORIN

Passiamo il confine a Fernetti-Sezana, e la salita iniziata a Sistiana continua leggera ma costante, fino ai seicento metri di Senosece. In mezzo ai pini neri, ai carpini, alle querce, in un paesaggio che cambia continuamente, s'intravede già la sagoma del monte Nanos, ai piedi del quale dormiremo. Ad un tratto, ci sentiamo chiamare da una voce nota: é Flavio Bellina, che vent'anni fa é stato insegnante di matematica della figlia di Altan, e che oggi é mio collega alla scuola di Aquileia, nonché amico e compagno di pedale. Non ha resistito alla tentazione di accompagnarci per un tratto, e dopo il pranzo scolastico ha caricato la bici sulla macchina e l'ha scaricata prima del confine, lanciandosi al nostro inseguimento. Non so perché, gli sono grato per questo saluto pedalante. E' come se fosse uno dei tanti giri che facciamo durante l'anno, ma la situazione così diversa dà l'incontro ha un sapore un po' surreale. Come se niente fosse, parliamo degli sfalci del fieno, delle piante, della passione comune per susini e ciliegi abbandonati che saccheggiamo durante le nostre gite. Flavio e Checco Altan, degli autentici pirati uscocchi del fruttosio, si scambiano indirizzi di vigne, ciliegi, peri selvatici sparsi tra il Friuli, la Venezia Giulia e la Slovenia. Flavio magnifica il susino di Dutovlje come se parlasse del Campo dei Miracoli di Pisa, per non parlare di un certo ciliegio di San Floriano del Collio, in un campo evidentemente senza padrone, e quindi legalmente saccheggiabile.

Ad un certo momento Flavio guarda l'ora.
"Devo rientrare -dice- ho promesso a mia moglie che arrivavo prima delle sette". Una stretta di mano al volo e un augurio, poi Flavio saluta e gira la bici. Ci salutiamo come sempre, anche se oggi é diverso, perché noi non torneremo a casa. Mi volto e lo vedo diventare più piccolo, prima di sparire dietro una curva dopo l'ultimo saluto. Un piccolo strappo: e' come se l'ultimo pezzo dello Spirito Domestico restasse a poppavia. Il Nanos, antico elefante di pietra addormentato, ormai e' vicino.

Arriviamo a Razdrto alle sette, dopo settantadue chilometri. Qui dormiremo nell'agriturismo "Hudicevec", di Emilian. Prima di arrivare San Alberto Fiorin compie il secondo miracolo: una Jaguar in sorpasso ci punta contro velocissima, ci avverte con un paio di colpi di abbaglianti, e ci passa a pochi centimetri. Per un pelo. Sento Altan che commenta, dietro a me: "Dimentico sempre a casa la pistola a merda", e per un attimo siamo in una sua vignetta.

All'agriturismo c'è un matrimonio povero. Pochi invitati, un ragazzo che suona la fisarmonica, la gente vestita con l'abito buono della domenica. Sono sull'aia, in circolo, bevono del terrano, lanciano frizzi agli sposi, immagino maliziosi, e ogni tanto scoppiano a ridere. Mentre mangiamo, entrano e ci salutano, cordiali. Dopo cena ci sediamo fuori sulla panca, a guardare il panorama e i resti della sera che si spegne dietro il Nanos. Una boccaletta di terrano fresco e acidulo spalanca il nostro terzo occhio contemplativo, e stiamo lì, un po' catatonici, come se questa fosse una nostra vecchia consuetudine. Il papà di Emilian si avvicina, e forse il nostro atteggiamento da pensionati al sunset boulevard lo incoraggia a conversare. Ci racconta, in un italiano lento e preciso, di quando fu soldato di Mussolini, della sua meglio gioventù. Dopo l'8 settembre entrò nel nono corpus di Tito come partigiano, e di lì in avanti non racconta più nulla. Storie di confine, storie di una zona dove le differenze di pressione etnica hanno generato uragani di cui ancora si sentono le conseguenze. Le nostre bici trovano ospitalità nella stalla di Emilian, vicino alle mucche che ascoltano Mozart 24 ore al giorno, perché così danno più latte. Speriamo che faccia bene anche alle bici.


Radzrto, 30.06.2001

TRIESTE - ISTANBUL in BICICLETTA   e-mail: emiliochecco@hotmail.com

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ORA E' ANCHE UN LIBRO!


Emilio Rigatti
La strada per Istanbul
pp. 336- f.to 14x21 cm
foto a colori e mappe storiche
ISBN 88-85318-22-3
Editore Ediciclo
Euro 14,00

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Ultimo Aggiornamento: 13.05.2008
 

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