La raccolta
Il libro (Lev Trotsky Le guerre
balcaniche 1912-1913, edizioni Lotta Comunista, Milano, 1999) che
presentiamo raccoglie gli scritti di Trotsky sulle guerre
balcaniche, in gran parte redatti come corrispondente di guerra
del Kievskaja Mysl' ("Il pensiero di Kiev"), definito da
Trotsky "giornale radicale con venature marxiste" (1) al
quale aveva cominciato a collaborare dal giugno 1908, per
mantenersi a Vienna dove si trovava in esilio. Scriverà nella sua
autobiografia: "Naturalmente in un giornale pubblicato
legalmente e che non apparteneva al partito, non potevo dire tutto
quello che avrei voluto dire. Ma non scrissi mai quello che non
volevo dire" (2). La raccolta, tradotta per la prima volta in
italiano, riproduce un analogo volume nell'originale russo (uscì
nel '26) che costituiva il sesto volume delle opere complete di
Trotsky, serie interrotta dall'avvento dello stalinismo. Il volume
è integrato da altri materiali tra i quali corrispondenze per
giornali (come il Den' di Pietroburgo, quotidiano della sinistra
liberale), interventi a congressi, ecc. riguardanti le guerre
balcaniche. Il libro non ordina gli articoli in maniera utile
(cioè cronologica) a comprendere i passaggi del pensiero di
Trotsky e la progressione dell'impatto che la guerra ebbe su di
lui, avendo preferito il curatore un raggruppamento per
"argomenti". Trotsky ci restituisce un quadro vivissimo
delle guerre balcaniche e il libro costituisce anche un'ottima
lezione sul mestiere di "corrispondente". Trotsky
applica una tecnica di indagine inesorabile che scandaglia varie
figure sociali, cogliendo di queste i tratti psicologici e
politici essenziali; incontra e interroga il povero contadino
così come l'ufficiale, il ministro ed il rivoluzionario, l'ebreo
e il turco, gente altolocata e miserabili delle periferie. Il
tutto con notevoli capacità narrative (si legga a mo' di esempio
"Una visita in Dobrugia" da pag.373).
Trotsky si trovava all'epoca in
una fase di forte opposizione a Lenin visto da lui come il
"colpevole" della scissione (formalizzata nel gennaio
1912) del Partito Socialdemocratico Russo. Proprio al fine di
riunificare menscevichi e bolscevichi Trotsky aveva organizzato
nell'agosto del 1912 una conferenza che fu però disertata dai
bolscevichi. Trotsky si trovò così in compagnia dei soli
menscevichi coi quali, dal punto di vista delle posizioni
politiche, condivideva assai poco. Scriverà nella sua
autobiografia:
"La Kievskaja Mysl' mi
propose di andare nei Balcani come corrispondente di guerra. Era
una proposta tanto più gradita in quanto la conferenza di agosto
si era conclusa con un aborto. Sentivo il bisogno di sottrarmi,
almeno per qualche tempo, alle faccende dell'emigrazione russa.
Alcuni mesi passati nella penisola balcanica in tempo di guerra
furono per me un grande insegnamento"(3).
Trotsky nei Balcani
Trotsky era stato solo per brevi
periodi nei Balcani a partire dal 1910, in particolare a Sofia e
Belgrado (alcune sue impressioni su questi viaggi sono riportate
nella prima parte del libro): sono dunque questi i suoi due punti
di riferimento geografici. In complesso si occuperà di Balcani
per un anno, ma con vari e prolungati ritorni a Vienna, anche se
dai suoi biografi e dallo stesso libro non è facile dedurne con
precisione gli spostamenti.
È certo che Trotsky entra in
Serbia all'inizio dell'ottobre 1912 e prosegue subito per Sofia,
in Bulgaria, dove soggiorna sino alla fine di novembre. È
precisamente ad ottobre che scoppia la prima guerra balcanica che
vede Serbia, Bulgaria e Grecia unite contro l'Impero Ottomano che
dominava ancora una parte consistente dei Balcani (le regioni
attualmente occupate da Albania, Kosova, Macedonia, nord della
Grecia, sud della Bulgaria). All'inizio di dicembre Trotsky è a
Belgrado dove permane sino alla fine del mese, periodo in cui si
firma un armistizio, presto rotto a gennaio con la ripresa della
guerra. Nell'aprile del 1913 Trotsky è in Bulgaria. Nel maggio
1913 si arriva ad un accordo di pace a Londra che sancisce i
rapporti di forza usciti dalla guerra, con qualche compensazione:
alla Serbia va Kosova e parte della Macedonia, alla Grecia la
parte meridionale della Macedonia, alla Bulgaria parte della
Tracia. Viene creato anche il principato indipendente
dell'Albania. Nel giugno dello stesso anno la Bulgaria,
insoddisfatta per non aver avuto la Macedonia per la quale era
entrata in guerra, attacca la Serbia dando inizio alla seconda
guerra balcanica. Greci, serbi, romeni e turchi si coalizzano
contro la Bulgaria costringendola alla resa nel giro di un mese.
Trotsky è in Romania a luglio e poi a settembre. Diciamo che
Trotsky, per gli impedimenti di censori e militari contro i quali
non smetterà mai di protestare, non fu un corrispondente di prima
linea, ma era sul posto quando scoppiavano gli avvenimenti
essenziali e grazie ai suoi pressanti interrogatori di
prigionieri, feriti, reduci, ecc. si ha un'idea molto viva anche
di cosa era il fronte e di cosa vi accadeva.
Il metodo: l'importanza delle
dinamiche nazionali.
Da questo libro possiamo ricavare
utili dati storici (non solo sulla guerra, si vedano ad esempio le
note sulla natura, le potenzialità e i limiti strutturali dei
partiti socialisti balcanici), ed anche insegnamenti di metodo,
essenziali tra l'altro per capire oggi come interpretare le
vicende balcaniche, ma più in generale come affrontare la
questione nazionale. Ci dilungheremo qui di seguito su
quest'ultimo aspetto, avendo ben presente che proprio lì si
situano le difficoltà interpretative (a dir poco) nelle quali si
é imbattuta la sinistra del nostro Paese nel dover approcciare le
guerre balcaniche degli anni novanta. Nell'analisi della realtà
balcanica Trotsky utilizza costantemente due piani interpretativi:
quello nazionale e quello di classe. Non li sovrappone, non
stabilisce ordini di importanza, non li mescola. Dà per scontato,
si direbbe, che la questione nazionale goda di una propria
autonomia e concorra al pari delle determinazioni economiche a
spiegare gli avvenimenti storici. Un ottimo esempio di questo
approccio é costituito dalla breve ma brillante esposizione della
dinamica che portò alla rivoluzione dei "giovani
turchi". Le categorie di nazione e lotte nazionali vengono
utilizzate per spiegare il corso della rivoluzione:
"I Giovani Turchi tuttavia
si sono recisamente rifiutati di seguire questa strada [quella di
uno stato federale]. Rappresentando la nazionalità dominante
[corsivo nostro n.d.r.] e avendo il controllo dell'esercito
nazionale, aspirano a essere e restare dei
nazionalisti-centralisti" (p.33).
Le dinamiche nazionali e di
classe portano questo particolare ceto di intellettuali ad essere
l'espressione allo stesso tempo della borghesia e della
nazionalità dominante. Ma proprio per non essere riusciti a dare
risposte sui due piani, tre anni più tardi Trotsky scriverà:
"Dai racconti dei
prigionieri appare in tutta evidenza il grado di disgregazione al
quale è giunto il corpo degli ufficiali turchi. Elevati al potere
da un'ondata di generale malcontento, gli ufficiali si sono
immediatamente posti in contrasto con i gruppi culturalmente più
avanzati del paese, cioè con l'insieme della popolazione
cristiana. Non hanno degnato della benché minima attenzione le
questioni sociali e si sono di conseguenza isolati dalle masse.
Eccoli dunque trasformati in una casta di potere che ordisce in
segreto le proprie trame, condannata all'inevitabile degenerazione
e al decadimento interno" (p.217).
Il metodo utilizzato dunque è
quello di considerare come attori dei cambiamenti sociali non solo
le classi, ma anche le nazioni. Un'abitudine che era data per
scontata dal marxismo classico, ma che purtroppo è andata
completamente perdendosi. Naturalmente le questioni nazionali non
sono le uniche determinanti nella congiuntura turca: "Dopo
(corsivo nostro n.d.r.) quella nazionale s'affaccia la questione
sociale" (p.33) dove Trotsy descrive la questione contadina,
quella operaia, ecc. E sintetizza con una frase quello che
dovrebbe essere l'approccio costante di un metodo interpretativo
che vuol essere materialista senza scadere nel meccanicismo:
"Implacabilmente essa [la
storia] suscita lo scontro tra le forze vive del paese, attraverso
aspre lotte, le costringe a produrre una risultante"(p.35).
L'importanza della questione
nazionale emerge chiaramente anche nelle innumerevoli pagine
dedicate a singole nazionalità: quelle indignate contro la
discriminazione degli ebrei (la visita al quartiere di Juc-Bunar
di Sofia, pp.235-239 e il pezzo sulla "questione
ebraica" in Romania dove gli ebrei costituivano 1/3 degli
abitanti della città e a proposito dei quali Trotsky critica
l'Unione degli Ebrei Romeni, perché capitolarda proprio sul piano
dei diritti nazionali, pp.348-356), quelle ammirate nei confronti
dei volontari armeni che agli ordini del "leggendario"
Andranik combatterono al fianco dei bulgari una guerra un po' meno
sporca (pp.261-270, mentre la "questione armena" é
affrontata alle pp.253-261), quelle incuriosite dedicate ai
rivoluzionari macedoni (pp.246-252). Altre pagine vibranti sono
dedicate alla denuncia di spartizioni territoriali che
prescindevano totalmente dalla volontà dei popoli, come fu il
caso dei bulgari del "Qadrilatero" della Dobrugia
passati sotto la Romania, quando questa aveva "assalito alle
spalle" la Bulgaria durante la seconda guerra balcanica, o
dei macedoni per i quali i contadini bulgari avevano combattuto ed
erano morti a migliaia (come gli stessi macedoni), per ritrovarsi
con una terra passata dall'occupazione turca a quella greca e
serba (pp.322-326).
Ma Trotsky non si limita
ovviamente all'indignazione. Da ciò che osserva fa derivare delle
conseguenze politiche, e quando scrive a proposito dei socialisti
romeni assegna loro compiti che riguardano anzitutto le questioni
nazionali irrisolte:
"Solo il partito dei
lavoratori della Romania attribuisce alla questione ebraica la
debita importanza. Esso ne fa una questione di lotta per la
democrazia, inseparabile dall'abolizione del dominio politico ed
economico dell'oligarchia semifeudale. Oltre al partito dei
lavoratori non esiste in Romania un'altra forza democratica,
organizzata e cosciente dei propri compiti. Ma questo non
significa l'isolamento del partito socialista. Al contrario, al
partito si pone l'obiettiva necessità di assumere la guida di
tutti quei soggetti oggi politicamente passivi, la cui esistenza e
sviluppo sia però incompatibile con l'attuale regime. Sono
innanzitutto i contadini romeni scossi nel profondo dalla guerra,
poi le masse lavoratrici ebree che l'Unione sul terreno
dell'illusione politica e delle umiliazioni; infine la popolazione
democratica della Dobrugia, la quale domani o dopodomani dovrà
preoccuparsi di decidere l'atteggiamento da tenere nei confronti
dell'ordine politico vigente in Romania"(p.340).
Piccoli imperialismi.
È interessante anche l'uso che
Trotsky fa del termine "imperialismo", più tardi
utilizzato da gran parte dei marxisti solo nella sua accezione
economica (per cui "imperialisti" sarebbero solo i Paesi
industrialmente avanzati che godono di un surplus dovuto allo
sfruttamento dei Paesi capitalisti dipendenti). Trotsky utilizza
il termine anche per designare quelle piccole potenze che, pur
essendo capitaliste dipendenti (diremmo noi oggi, ma all'epoca
Trotsky le chiamava "arretrate"), hanno una politica
espansionista "non nazionale", intendendo con ciò uno
stato che non ha come obiettivo l'unificazione nazionale
(obiettivo considerato legittimo), ma la conquista territori dove
risiedono altre nazionalità. Così Trotsky definisce
"imperialismo" quello greco ("quello di più antica
data"), il romeno e il bulgaro. E quello serbo:
"si è dimostrato
assolutamente incapace di procedere lungo la via normale, vale a
dire nazionale. L'Austria-Ungheria racchiudeva nei suoi confini
più della metà dei Serbi e sbarrava la strada alla Serbia. Essa
ha quindi puntato verso la via più facile, cioè in direzione
della Macedonia. Le conquiste nazionali decantate dalla propaganda
serba sono state in realtà pressoché insignificanti. Più ampie
appaiono invece le conquiste territoriali fatte dall'imperialismo
serbo. I suoi confini racchiudono ora mezzo milione circa di
Macedoni, oltre al mezzo milione di Albanesi che già
imprigionavano. Che strepitoso successo! Bisogna però aggiungere
che quel milione di cittadini ostili potrebbe dimostrarsi fatale
per l'esistenza della Serbia storica..." (p.321).
La questione balcanica
Trotsky vede l'origine dei
problemi balcanici nell'intrecciarsi di due fattori: l'irrisolta
questione nazionale e le manovre delle potenze europee tese a far
sì che questi problemi continuassero a rimanere insoluti, perché
nazioni frammentate producevano stati fragili e dunque più
controllabili:
"[nella questione d'Oriente]
bisogna distinguere due aspetti: il primo è quello delle
relazioni fra le nazioni e gli stati della penisola balcanica, il
secondo è quello del conflitto degli interessi e degli intrighi
delle potenze capitalistiche europee nei Balcani. Le due questioni
non coincidono. [...] Le frontiere di questi piccoli stati della
penisola balcanica sono state disegnate non in relazione alla
conformazione geografica o alle necessità delle nazioni, ma come
risultato di guerre, intrighi diplomatici e interessi
dinastici" (p.58). I serbi ad esempio "sono dispersi in
cinque stati diversi".
Il significato della guerra
dei Balcani
Sulla base del metodo di cui
sopra Trotsky cerca di dare una caratterizzazione della guerra dei
Balcani. Il suo significato nel proporsi iniziale é progressista,
ma le direzioni imperialiste degli eserciti slavi distorcono
questo potenziale:
"L'attuale guerra nei
Balcani esprime l'aspirazione del frammentato slavismo balcanico a
una qualche forma di aggregazione che fornisca basi più ampie
allo sviluppo economico e politico. In ultimo, a questa
aspirazione non ci si può opporre, essa è storicamente
progressiva e suscita la simpatia della massa del popolo sia
dell'Europa occidentale che orientale" (p.160). "La
guerra balcanica ha cause profonde, radicate nelle contraddizioni
economico-nazionali e statali di questa sorprendente penisola,
benignamente favorita dalla natura e crudelmente mutilata dalla
storia. Lo sviluppo economico ha accresciuto il senso di identità
nazionale e stimolato l'esigenza di autodeterminazione nazionale e
statale. […] Sarebbe sbagliato ritenere che la guerra sia stata
fomentata artificialmente dall'alto. No, I'iniziativa del governo
si è incontrata a metà strada con un'ondata di sentimenti
patriottici dal basso" (p.171).
La questione nazionale spiega di
nuovo lo stato d'animo dei due principali eserciti che si
scontrano nella prima guerra balcanica:
"Certo è però che i
soldati bulgari giudicano questa guerra giusta e necessaria.
L'hanno fatta propria. Questo è il fatto fondamentale. Per loro,
la memoria dell'antico dominio turco è ancora molto vivo, più di
quanto non sia il ricordo della servitù della gleba per il
contadino russo. E nel paese confinante, in Macedonia, quel
dominio è ancora in piedi. Il flusso dei rifugiati macedoni
impedisce ai Bulgari l'oblio, anche per un solo giorno. Il
terribile fardello del militarismo è stato accettato da tutti i
Bulgari,fino all'ultimo contadino. Sono convinti che il fardello
sia stato caricato sulle loro spalle dalla Turchia, e in
particolar modo dal regime dispotico vigente in Macedonia"
(p.216). "L'esercito turco mostra un'immagine diversa. Non ha
obiettivi popolari in questa guerra, che possano suscitare nelle
masse un sacrificio volontario. L'esercito è stato del resto
strumento di un sommovimento rivoluzionario che non ha arrecato
alcun beneficio al popolo. […] I Giovani Turchi hanno arruolato
Bulgari, Greci e Armeni nell'esercito. Nel contempo, diventati i
signori dell'impero, hanno fatto tutto quello che era in loro
potere per indurre la popolazione cristiana, che di quell'impero
era suddito, a odiare il nuovo regime come quello vecchio. Oltre a
ciò, I'inclusione dei cristiani nell'esercito ha minato la
convinzione che l'Islam sia il solo e unico vincolo morale fra
Stato ed esercito. Nella mente del soldato musulmano si è dunque
insinuata la piùgrave incertezza spirituale" (p.217).
La prima guerra balcanica però
non può essere definita di "liberazione", poiché fin
da subito insieme agli elementi progressivi di autodeterminazione
erano intrecciati, a causa delle direzioni politiche che questi
popoli si ritrovavano, a obiettivi imperialisti. Dunque la seconda
guerra balcanica che palesemente non aveva nulla di progressivo,
si presentava comunque come logico sviluppo delle premesse poste
dalla prima:
"L'emancipazione dei
contadini macedoni dalla sudditanza al latifondista feudale era
indubbiamente un fatto necessario e storicamente progressivo. Ma
questo compito è stato intrapreso da forze che avevano a cuore
non gli interessi dei contadini macedoni, ma i loro avidi
interessi di conquistatori dinastici e di predatori borghesi"
(p.281).
Il bilancio complessivo delle
guerre balcaniche é perciò assai critico:
"Va dunque detto che i nuovi
confini della penisola balcanica, a prescindere da quanto possano
reggere, sfregiano e lacerano i corpi palpitanti di nazioni
totalmente dissanguate, esauste. Nessuna di queste nazioni
balcaniche è riuscita a rimettere assieme i cocci dispersi. Nello
stesso tempo ognuno degli Stati balcanici, Romania compresa,
racchiude oggi nei propri confini una compatta, ostile minoranza.
[...] Sono questi i frutti di una guerra che ha divorato fra
caduti, feriti e morti per malattie almeno mezzo milione di
uomini, senza risolvere neppure uno dei problemi fondamentali
dello sviluppo balcanico" (p.321).
Le atrocità della guerra
L'impatto con la guerra é per
Trotsky sconvolgente. Come giustamente osserva Broué
"all'inizio di un secolo che per molti sarebbe stato quello
guerre e delle rivoluzioni, il giovane rivoluzionario, al pari del
resto del della maggior parte degli uomini della sua generazione,
non aveva mai visto la guerra" (4). Lo stesso Trotsky scrive
in questa raccolta:
"La concezione astratta,
moralistica, umanitaristica dei processi storici è del tutto
sterile. Lo so perfettamente. Ma questa massa caotica di
acquisizioni materiali, di costumi, di abitudini e di pregiudizi
che chiamiamo civilizzazione ci ipnotizza, ci ispira una falsa
fiducia nell'idea che l'umano progresso abbia già realizzato le
conquiste maggiori. D'un tratto, la guerra ci rivela che
procediamo ancora a quattro zampe e che non siamo tuttora usciti
dal grembo dall'era barbarica della nostra storia. Abbiamo
imparato a portare le giarrettiere, a scrivere intelligenti
articoli progressisti, a il caffè e la cioccolata Milka. Ma
quando si tratta di affrontare seriamente il problema della
convivenza di poche tribù in una fertile penisola dell'Europa,
non sappiamo escogitare altro metodo che il reciproco sterminio su
scala di massa" (p.160).
Alcune corrispondenze di Trotsky
ci rimandano subito alle più recenti vicende balcaniche. Trotsky
ad esempio riporta in prima persona il racconto di un combattente
serbo, che, parlando della conquista del Kosova, descrive le
atrocità dei suoi commilitoni. Da un amico serbo apprende invece
gli orrori della pulizia etnica antialbanese in Macedonia (nella
corrispondenza "Dietro la cortina, i crimini dello
sciovinismo" p.146). Trotsky si indigna per la sorte dei
prigionieri turchi, spesso eliminati fisicamente (p.202) e a Stip,
in Bulgaria, rimane impressionato dal racconto di un interlocutore
che narra di come
"le abitazioni dei Turchi e
degli Ebrei, cioè metà della popolazione, sono abbandonate.
Tutti i negozi e le case di questa zona della città sono state
saccheggiate e persino distrutte. I furti e gli assassini sono
all'ordine del giorno. [...] Ti si spezza il cuore nel vedere
pacifici contadini turchi assassinati senza una ragione, derubati
delle loro proprietà, le mogli e i figli ridotti alla fame; fra
Radovise e Stip circa duemila rifugiati turchi, in gran parte
donne e bambini, sono morti di fame, letteralemente di fame"
(p.208).
Trotsky condusse una vigorosa
campagna contro la congiura del silenzio dei giornali russi che
tendevano a mettere a tacere, in nome della "solidarietà
slava" i crimini da "pulizia etnica" di bulgari e
serbi a danno di albanesi e turchi. Per questo Trotsky attaccò
l'ideologia panslavista, copertura ideologica degli interessi
nazionali russi (p.52, p.57). Dalla sua autobiografia leggiamo:
"Nei miei articoli impegnai
una battaglia contro la impostura slavofila, contro lo sciovinismo
in genere, contro le illusioni della guerra, contro i metodi
scientificamente organizzati di imbottimento dei crani. La
redazione della Kievskaja Mysl' ebbe il coraggio di pubblicare
l'articolo in cui raccontavo le atrocità commesse dai bulgari
contro i prigionieri turchi feriti e denunciavo la congiura del
silenzio della stampa russa. Ne seguì un'ondata di indignazione
sulla stampa liberale. Il 30 gennaio [1912 n.d.r.] presentai a
Miljukov una interpellanza "extraparlamentare" sugli
atti di barbarie commessi da "slavi" contro turchi. Con
le spaIle al muro, Miljukov, difensore istituzionale della
Bulgaria ufficiale, cercò inutilmente di trarsi d'impaccio con
balbettamenti. La polemica durò alcune settimane. Era inevitabile
che i giornali governativi insinuassero che dietro lo pseudonimo
di Antid Oto si nascondeva non un emigrato, ma un agente
dell'Austria-Ungheria" (5).
In questa interrogazione Trotsky
scriveva:
"[di fronte alle atrocità]
non avete per caso concluso che i Bulgari in Macedonia e i Serbi
nella vecchia Serbia, nella loro premura di correggere le cifre
delle statistiche etniche e a dire il vero non molto favorevoli a
loro, si siano dedicati, per dirla schietta, a uno sterminio
sistematico della popolazione musulmana nei villaggi, nelle città
e nei distretti?" (p.409)
E conclude con una argomentazione
che sarebbe molto utile leggesse chi si é tappato gli occhi di
fronte alle pulizie etniche di quei regimi che non si sa a che
titolo vengono considerati da certa sinistra più
"progressisti" di altri (la Serbia contro i kosovari, la
Russia contro i ceceni):
"Che senso ha sollevare la
questione di fatti anomali in un periodo anomalo di transizione,
proprio adesso che la guerra è finita e il dispotismo turco è
stato liquidato? chiede il signor Miljukov. Che senso ha questo
alzare la voce contro le atrocità bulgare e serbe? Questa piccola
domanda [...] rivela con evidenza, chiarezza ed efficacia
l'invalicabile abisso politico che divide il mondo dei Miljukov
dal nostro. Noi politici e giornalisti socialdemocratici spesso
dobbiamo impiegare uno stile popolare per far capire alle larghe
masse dei lavoratori i più semplici avvenimenti politici e
sociali. Ma non riteniamo sia necessario spiegare che senso ha una
protesta contro uomini trionfanti che schiacciano sotto i loro
stivali vecchie e bambini (p.415) […] Ci sono persone capaci di
darsi una oggettivistica grattata di naso, mentre uomini ebbri di
sangue, aizzati dall'alto, massacrano gente indifesa. Individui,
gruppi, partiti o classi capaci di fare ciò sono condannati dalla
storia a marcire e a essere divorati vivi dai vermi. Viceversa: un
partito o una classe che con forza e senza esitazioni (come un
organismo vivente reagisce per proteggersi gli occhi quando sono
minacciati da un pericolo esterno) si solleva contro ogni azione
abominevole dovunque essa venga compiuta, un tale partito o classe
è intimamente sano" (p.416).
La federazione balcanica
Quale soluzione vede Trotsky per
la questione balcanica? Due i suoi nemici: le potenze europee, e
di qui dunque la sua parola d'ordine della non interferenza, e
poi, in maniera sempre più chiara a mano a mano che procede la
guerra, le direzioni imperialiste degli stati balcanici. La
soluzione é quella della formazione di una "Federazione
democratica dei Balcani". È bene precisare la natura sociale
della federazione a cui pensava Trotsky: questa doveva servire
sostanzialmente a rispondere alla questione nazionale, inquadrata
dai marxisti dell'epoca, come una questione
"democratica", e dunque di urgenza immediata. Trotsky,
conscio della debolezza del movimento operaio ed anche desideroso
di battersi per obiettivi che fossero se non realistici, per lo
meno percepiti come tali da larghe masse, dunque nemmeno accennò
ad una federazione socialista dei Balcani.
"L'unica via d'uscita da
questa sanguinosa confusione balcanica, da questo caos di Stati e
nazioni, è l'unione di tutti i popoli della penisola in una sola
entità economica e politica, fondata sull'autonomia nazionale
delle parti costituenti. […] Solo uniti, questi popoli possono
respingere le vergognose pretese dello zarismo e dell'imperialismo
europeo. L'unità statale della penisola balcanica può essere
raggiunta in due modi: dall'alto, mediante l'espansione di un solo
Stato balcanico, il più forte, a spese dei più deboli. È questa
la strada che porta alla guerra di sterminio e all'oppressione
delle nazioni più deboli, e che consolida le monarchie e il
militarismo. Oppure dal basso, con l'unione dei popoli stessi: è
questa la strada che porta alla rivoluzione, all'espulsione delle
dinastie balcaniche e ad alzare la bandiera della repubblica
federale balcanica"(p.59).
Che dire di questa posizione?
Certo, é facile oggi ironizzare sul realismo o meno di questa
parola d'ordine, visto gli avvenimenti di questo secolo. In
realtà i due tentativi di riunire alcuni popoli balcanici in una
federazione sono falliti nel sangue e nella tragedia ed hanno
costituito la copertura (con la prima Jugoslavia in maniera
drammaticamente evidente, un po' meno con quella di Tito) della
dominazione nazionale serba. Ma se guardiamo una carta etnica
della regione all'epoca di Trotsky (6) ci accorgiamo che la sua
frammentazione non era molto diversa da quella della Bosnia prima
della pulizia etnica, ed anche la Turchia era largamente
multietnica. Dunque all'epoca era abbastanza difficile immaginarsi
una prospettiva di formazione di stati nazionali, senza pulizia
etnica. Così come ieri siamo stati favorevoli ad una Bosnia
multietnica perché non divisibile secondo linee nazionali, allo
stesso modo era allora ragionevole prospettare una federazione
balcanica. Oggi le cose sono molto diverse. I Balcani non sono
più etnicamente a macchia di leopardo. Decenni di guerre hanno
raggruppato le nazionalità, mentre alcune sono letteralmente
sparite (ad esempio gli ebrei). Nei Balcani una politica
democratica oggi deve chiedere il completamento del processo di
formazione degli stati nazionali, processo possibile senza pulizie
etniche. Non é la dispersione della nazione albanese ad esempio
ad impedire la sua unificazione, ma solo la volontà delle grandi
potenze e degli imperialismi balcanici: gli albanesi di Macedonia,
del Kosova e dell'Albania infatti abitano un territorio contiguo,
ma diviso da confini imposti. Solo se si risolveranno le questioni
nazionali pendenti (divisione della nazione ungherese, di quella
albanese, di quella turca, tra le altre) si potrà uscire dalla
"sanguinosa confusione balcanica".
(1) Lev Trotsky La mia vita
Mondadori, Milano, 1976, p.232
(2) Lev Trotsky La mia vita Mondadori, Milano, 1976, p.232
(3) Lev Trotsky La mia vita Mondadori, Milano, 1976, p.229
(4) Pierre Broué La rivoluzione perduta Vita di Trockij, Bollati
Boringhieri, Torino,1991, p.117
(5) Lev Trotsky La mia vita Mondadori, Milano, 1976, p.230
(6) ve n'é una precisa e dettagliata riferita al 1900 in Paul
Robert Magocsi Historical Atlas of East Central Europe University
of Washington Press, 1993
tratto dalla rivista "Balkan"

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della Bulgaria | Bibliografia
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