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Sofia, 24 settembre. Nella
centralissima via Stomboliski, a due passi dall'albergo Balkan,
tre uomini e una ragazza distribuiscono volantini, distanziati di
una ventina di metri l'uno dall'altro. Sono le cinque del
pomeriggio, ora di punta per la capitale bulgara. Gli operai
escono dalle fabbriche, gli impiegati dagli uffici e tutti,
incuriositi e cortesi, prendono i foglietti. L'abbigliamento dei
quattro - maglioni, blue jeans e minigonna - non lascia adito a
dubbi: sono occidentali. E ancora meno dubbi lascia il contenuto
dei volantini, di due tipi. Tre brevi frasi in bulgaro, l'uno:
"Basta con la NATO, basta con la guerra nel Vietnam, basta
con l'occupazione della Cecoslovacchia"; un lungo appello in
russo e in tedesco ai paesi del Patto di Varsavia perché ritirino
le truppe dal territorio cecoslovacco, l'altro.
Centinaia di fogli passano di mano in mano, vengono letti con
estrema attenzione perfino dai soldati e dai vigili urbani.
Trascorrono ben quindici minuti prima che un uomo e una donna in
borghese arrivino trafelati e blocchino la diffusione. L'uomo
prende per il collo il più giovane dei quattro, gli sputa in
faccia e gli grida più volte: "fascista". La risposta
è pronta: un sorriso cordiale, un cenno di diniego e poi
"no, no, socialista".
I quattro sono italiani: Marco Pannella, 38 anni, giornalista, ex
segretario del partito radicale; Marcello Baraghini, 24 anni,
pubblicista, membro della direzione del partito radicale: Antonio
Azzolini, 25 anni, studente universitario, del direttivo della
federazione romana del partito radicale; Silvana Leonardi, 28
anni, insegnante, socialista libertaria. La loro azione non è
isolata. Alla stessa ora, nello stesso giorno, altri gruppi di
giovani distribuiscono analoghi volantini a Mosca, Varsavia e
Budapest. L'iniziativa è della "War Resister's International"
(Internazionale dei Resistenti alla Guerra), l'associazione
pacifista che da anni si prodiga in una continua azione di
sostegno dei disertori politici e dei renitenti alla leva degli
Stati Uniti.
"Operazione Europa orientale". La WRI ha le carte in
regola. Può organizzare il volantinaggio in Europa orientale
contro l'occupazione della Cecoslovacchia perché la sua posizione
e la sua azione rispetto all'aggressione americana nel Vietnam
sono note in tutto il mondo. L'organizzazione della Conferenza di
Stoccolma sul Vietnam, del luglio 1967, e la prossima
mobilitazione di pacifisti europei contro il quartier generale
della NATO, a Bruxelles, non sono che due esempi. Ed altrettanto
esemplare è la più recente storia del presidente della WRI,
l'inglese Michael Randle, condannato a 18 mesi di carcere nel 1961
per aver organizzato una dimostrazione alla base dei bombardieri
americani di Wethersfield e ad un anno nel 1967 per aver preso
parte all'occupazione dell'Ambasciata greca a Londra, subito dopo
il colpo di Stato dei colonnelli. Quanto ai volontari
dell'"Operazione Europa orientale", basta a rilevare che
a Mosca il volantinaggio è stato eseguito dall'americana Vicki
Rovere, più volte arrestata negli USA per le sue proteste contro
gli esperimenti atomici, e dall'inglese Andrew Papworth,
organizzatore di campagne antimilitariste nelle basi americane in
Gran Bretagna; a Budapest dall'americano Bob Eaton, capitano della
"Nave di Pace" quacquera che ha trasportato l'anno
scorso ad Haiphong rifornimenti e medicine per i combattenti del
Vietnam, e dall'indiano Satitsh Kumar, premio Nehru (sovietico)
per la letteratura e accolto a Mosca come eroe nazionale in una
sua famosa marcia Calcutta-Washington per il disarmo.
Il curriculum degli italiani non è meno ricco. Pannella e
compagni portano nei certificati penali il segno della lunga serie
di reati commessi nel corso della loro attività politica di
militanti di sinistra. E, per quel che più conta, il partito
radicale è stato il primo gruppo politico della sinistra europea
a protestare con cartelli e striscioni d'inequivocabile sapore
socialista - contro l'occupazione della Cecoslovacchia; il
promotore, al termine di undici lunghi giorni di digiuno di
protesta, di quel "Comitato Antiatlantico per la
Cecoslovacchia" che ha poi ricevuto l'adesione di numerose
personalità e di militanti della sinistra italiana, da Riccardo
Lombardi a Wladimiro Dorigo. L'opinione dei radicali sui fatti di
Praga è che comunisti, socialisti, democratici europei non
debbano limitarsi alla - pur importante e decisiva - condanna
dell'intervento sovietico; ma cercare d'influire in prima persona
sugli avvenimenti, adottando tutte le iniziative politiche che
possano aiutare i dirigenti cecoslovacchi nella loro difficile
prova e il mondo socialista a scuotersi di dosso le strutture
autoritarie e militariste che stanno all'origine dell'occupazione.
Anche la War Resister's - alla quale il partito radicale aderisce
per l'Italia, insieme con il Movimento Nonviolento per la Pace -
è dello stesso avviso. Così, gli scopi dell'iniziativa sono
stati definiti in quattro punti: "1) rispondere all'appello
del popolo cecoslovacco che richiedeva un'azione internazionale in
appoggio alla sua causa; 2) infrangere, sia pur minimamente, la
barriera del silenzio e della distorsione delle notizie sui fatti
di Cecoslovacchia; 3) dimostrare che l'opposizione all'occupazione
è profondamente sentita dai movimenti socialisti e pacifisti
occidentali; 4) solidarizzare con le proteste aperte e coraggiose
svoltesi nell'Unione Sovietica, nella Repubblica Democratica
Tedesca, in Polonia e in Ungheria contro l'autoritarismo dei
vertici dirigenti". E così, il 22 settembre, con le borse e
le valigie cariche di volantini, Pannella, Baraghini, Azzolini e
Silvana Leonardi lasciavano Roma per Sofia, in transito turistico
- come s'affrettavano a spiegare a doganieri e poliziotti - verso
Istanbul.
Il 23 sera i quattro arrivano nella capitale bulgara. Solo Silvana
conosce qualche parola di russo, sufficiente appena a decifrare i
misteriosi caratteri cirillici che appaiono dappertutto.
Frettolosa ricerca di una pensione, un po' di tempo per capire
com'è fatto il centro della città e poi a dormire. L'indomani i
compiti vengono divisi. Per tutta la mattina Marcello e Antonio
girano per Sofia, lasciando alcune migliaia di volantini sulle
panchine e nelle buche per le lettere, nei bar e nei ristoranti,
mentre Marco e Silvana scrivono alla WRI e stilano un appello al
Comitato Centrale del partito comunista bulgaro che non
riusciranno mai a far pervenire perché nessuno in città sembra
conoscere l'indirizzo richiesto. Nel primo pomeriggio ancora
volantinaggio clandestino a coppie e poi, alle cinque la
manifestazione in via Stomboliski.
I servizi di sicurezza all'opera. I tre uomini vengono fermati e
accompagnati in un posto di polizia. Silvana riesce a distribuire
volantini ancora per dieci minuti, finché ha uno scontro verbale
con un agente in borghese che le sequestra il pacchetto. Poi
sembra dimenticata ed ha tutto il tempo di recarsi alla stazione,
dove attende inutilmente per sei ore in una sala d'aspetto
d'essere fermata. Verrà finalmente presa in piena notte in uno
scompartimento ferroviario diretto a Belgrado. La prima reazione
dei poliziotti è di stupore. Ma chi diavolo sono questi quattro
guastafeste? Leggono e rileggono i foglietti in tre lingue,
vogliono sapere se si tratta di un'organizzazione internazionale
anti-socialista, di fascisti, di agenti della Cecoslovacchia. Poi
entrano in scena i servizi di sicurezza, inequivocabili funzionari
in impermeabile scuro che prelevano i quattro e li trasportano in
auto alla periferia di Sofia, nella sede della polizia segreta,
dove saranno trattenuti ancora un giorno, fino all'espulsione dal
paese.
Sono 24 ore di continue discussioni e di interrogatori
correttissimi. Ad occuparsi dei quattro è addirittura il vertice
del servizio. Affiancato da un interprete, dirige le operazioni il
colonnello Petrov, che ogni tanto va a riferire ad un superiore.
Poco prima del rilascio compare una terza persona, sempre in
borghese, a chiedere con gentilezza: "Sono stati abbastanza
corretti i miei funzionari?". La tesi dei quattro è
semplice: "Siamo dei radicali, dei socialisti. Non crediamo
di aver commesso alcun reato perché siamo certi che la
Costituzione di un paese socialista non possa non garantire a
chiunque il diritto alla manifestazione della propria opinione.
Siamo decisamente contrari all'aggressione americana nel Vietnam
ed alla politica dei blocchi militari. E' per lo stesso motivo che
condanniamo anche l'intervento in Cecoslovacchia delle truppe del
Patto di Varsavia". Di rimando, granitica, la posizione
ufficiale di Mosca sulla controrivoluzione in atto a Praga e
l'accusa: "Siete venuti a interferire negli affari interni
d'un paese socialista". Non mancano particolari divertenti.
Quando Pannella accenna alle posizioni del PCI e del PCF sulla
Cecoslovacchia è interrotto da risa di scherno e
dall'inequivocabile equivalente di "Buoni,
quelli!".
Un altro funzionario, invece, cerca di convincere Silvana Leonardi
che a richiedere l'intervento delle truppe sovietiche sia stato
nientemeno che il Presidente della Repubblica cecoslovacca,
generale Svoboda. "L'abbiamo visto con i nostri occhi in
televisione" aggiunge. E ancora: "Siete voi occidentali
ad essere male informati".
E poi, inaspettatamente, uno per volta, i quattro sono
accompagnati in un salone pieno di giornalisti, di corrispondenti
della radio, di cameramen televisivi: una conferenza stampa
organizzata dai servizi di sicurezza per mostrare al popolo i
provocatori occidentali. Pannella si rifiuta di rispondere ai
rappresentanti della stampa bulgara. "Nel mio paese chiarisce
- è chi convoca le conferenze stampa a rispondere. Io non ho
convocato niente, anzi sono stato convocato. Quindi non ho nulla
da dire. Avrei si delle domande da porvi, ma non credo che abbiate
intenzione di rispondermi". Gli altri tre accettano la strana
intervista e chiariscono ancora una volta i motivi ispiratori
della loro azione.
L'ultimo atto è l'espulsione: grandi automobili scure che
accompagnano, due per volta, i quattro fino al confine con la
Jugoslavia, l'ingiunzione agli "italiani banditi" a non
tornare più in Bulgaria, l'autostop fino a Belgrado, il
ricongiungimento in questa città. Sorte non diversa è stata
riservata ai gruppi di Mosca, di Varsavia e di Budapest. Più
difficile la posizione dei volontari in Ungheria, che sono stati
affiancati nella manifestazione da numerosi studenti ungheresi e
che - forse per questo - hanno rischiato un processo per attività
sovversive. Ma alla fine sono stati rilasciati anche loro.
"Il Tempo" ha ragione. Ad impresa conclusa, due rilievi
emergono spontanei. Anzitutto, il costo dell'operazione è stato
minimo. Certo, c'era anche il rischio che i volontari di Sofia,
Mosca, Varsavia e Budapest fossero sottoposti a processo e
condannati a pene detentive. Ma non è andata così e, a conti
fatti, il prezzo di uno o due giorni di forzata ospitalità nei
palazzi dei servizi segreti non può considerarsi irrisorio. E
confermare la validità delle iniziative politiche individuali ed
autonome, che vengono dal basso e non nascono handicappate dalle
esitazioni verticistiche delle grosse formazioni partitiche. Non
c'è poi dubbio che il successo dell'operazione sia stato
superiore ad ogni aspettativa. Limitiamoci alla Bulgaria. I
quattro sono riusciti in poche ore a diffondere circa 5.000
volantini che - presumibilmente - sono stati letti da molte
migliaia di cittadini, mentre gran parte della popolazione è
stata raggiunta dall'informazione, sia pure distorta, che
giornali, radio e televisione hanno fornito volontariamente. Il
raffronto per chi aveva appena scorso uno dei volantini dev'essere
stato certamente facile. Senza poi trascurare le grane regalate ai
dirigenti del servizio di sicurezza bulgaro e l'eco
dell'avvenimento nell'opinione pubblica occidentale. Un bel
risultato per chi è partito per Sofia con un paio di blue jeans e
una borsa di volantini sottobraccio.
Un ultimo rilievo, infine, riguarda proprio l'opinione pubblica e
i mezzi d'informazione del nostro paese. Altrove, i quotidiani
sono usciti con titoli di scatola mentre il ronzio delle riprese
televisive non ha dato pace ai volontari della WRI. Qui da noi le
cose si sono svolte un po' più in sordina. Ma si è capito - ed
è questo che conta - che l'iniziativa veniva da sinistra, era
un'iniziativa pacifista e socialista. "In realtà - scrive Il
Tempo in proposito - gli organizzatori delle manifestazioni,
distintisi sinora nella ben nota quotidiana azione antioccidentale
che giova esclusivamente alla politica dell'URSS, dimostrano
palesemente la preoccupazione per gli effetti deleteri che
l'invasione della Cecoslovacchia ha avuto sul comunismo
internazionale, cosicché la manifestazione stessa assume tutto
l'aspetto di un alibi precostituito...Lo stesso tenore dei
manifestini distribuiti dimostra, del resto, che la preoccupazione
principale dei radicali e dei loro fiancheggiatori è che l'azione
russa rafforzi l'Occidente. In quei manifestini infatti si afferma
che l'ingiustificata invasione della Cecoslovacchia farà
inasprire la guerra del Vietnam, rafforzare la NATO, favorire i
candidati della destra alle elezioni americane". A suo modo,
e con il suo linguaggio, Il Tempo ha perfettamente ragione.
Fonte: Notizie Radicali, 06.10.1968
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Storia
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