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Agli inizi del sec. XX,
la borghesia dei Paesi balcanici si preparava intensamente alla
guerra. Il rapido sviluppo del capitalismo esigeva la conquista di
nuovi mercati e di nuove terre e la realizzazione di queste mire
veniva a coincidere con gli interessi della lotta di liberazione
nazionale delle popolazioni di Macedonia, Tracia, Kossovo, Albania,
ancora soggette agli ottomani e in attesa che i Paesi balcanici
liberi venissero loro in aiuto.
E nella primavera del
1912 Bulgaria, Grecia, Serbia e Montenegro formano l'Alleanza
balcanica contro la Turchia.
Il 17 ottobre 1912
hanno inizio le operazioni militari e in soli 25 giorni gli ottomani
vengono sconfitti. Le truppe bulgare che agivano contro il grosso
delle forze avversarie raggiungono il Mar di Marmara e l'Egeo, poi
assediano e prendono d'assalto la fortezza di Odrin (Adrianopoli).
Le truppe greche, serbe e montenegrine, sostenute da reparti bulgari
conseguono grandi successi sui fronti di Macedonia, Epiro e Albania.
La Turchia viene sconfitta e chiede la pace. In tal modo, dopo 550 anni di schiavitù, tutti i popoli della
Penisola balcanica vengono liberati dalla soggezione.
Indipendentemente
dalle mire dei governi monarchico-borghesi, alla guerra balcanica,
obiettivamente, deve essere attribuito un significato progressivo in
quanto pone fine alla supremazia militare e politica ottomana sui
Balcani e spiana la via per l'ulteriore sviluppo delle relazioni
capitalistiche in tutti i Paesi della Penisola.
Ma la guerra non è ancora terminata e già gli alleati vengono a
contesa per la spartizione delle terre conquistate. Le Grandi
Potenze aizzano i Paesi balcanici l'uno contro l'altro.
Così, contrariamente
alla volontà di questi ultimi, scoppia la guerra interalleata
(giugno-luglio 1913) in cui l'esercito bulgaro si schiera contro le
truppe greche, serbe e montenegrine. Ma in Bulgaria irrompono truppe
ottomane e romene, per cui il governo bulgaro è costretto a
chiedere l'armistizio. A Bucarest viene firmato un trattato di pace
che mutila letteralmente la Bulgaria in quanto lascia ai Paesi
vicini territori usurpati. E' questa la prima catastrofe nazionale
del popolo bulgaro. Nell'ottobre 1915, lo zar Ferdinando appoggiato dal governo
traditore trascina la Bulgaria nella prima guerra mondiale dalla
parte della Germania degli junker, con la speranza di rientrare in
possesso delle terre perdute durante la guerra precedente.
Solo il partito
socialdemocratico operaio (socialisti stretti) si oppone decisamente
a questo intervento, dichiarandosi contrario alla causa sanguinaria
della monarchia, esprimendo la sua ferma volontà di lottare per la
pace e il socialismo. I deputati socialdemocratici al Parlamento
votano contro i crediti a fine bellico.
Contro l'intervento della Bulgaria dalla parte della Germania si
dichiara anche il capo dell'Unione dei contadini, Alexandar
Stamboliiski; ma i suoi ammonimenti suonano troppo arditi
all'orecchio dello zar Ferdinando e questi lo fa imprigionare. L'esercito bulgaro viene schierato sul fronte occidentale, contro la
Serbia, sul fronte meridionale contro la Grecia e sul fronte
settentrionale contro la Romania; qui, sul fiume Saret, le truppe
bulgare si scontrano con le truppe russe. Nonostante il valore dimostrato dai soldati bulgari, nonostante i
successi iniziali, la situazione sul fronte e nell'interno del Paese
permane grave. I lunghi anni di guerra avevano sfinito il popolo,
l'economia era stata seriamente danneggiata e l'industria era in
crisi. I tedeschi saccheggiavano il Paese e gli speculatori
approfittavano della guerra per accumulare ricchezze mediante
ignominiose speculazioni.
La notizia del trionfo della Rivoluzione socialista d'ottobre
accende le idee rivoluzionarie al fronte e nelle retrovie. I soldati
rispondono con entusiasmo all'appello del partito socialdemocratico
operaio bulgaro: "seguire l'esempio dei fratelli russi!"
In seno all'esercito cominciano le ribellioni che vengono
ferocemente soffocate dal comando zarista. Sul fronte danubiano i
soldati bulgari fraternizzano con i soldati russi, nell'interno del
Paese hanno luogo imponenti manifestazioni contro la guerra e la
fame "per la pace e per il pane". Anche Gheorghi Dimitrov
viene imprigionato per le sue idee antibelliche.
La situazione al fronte e nelle retrovie si fa sempre più
insostenibile. I soldati al fronte vogliono l'insurrezione e che
venga instaurato un governo repubblicano. Le truppe dell'Intesa nel settembre 1918, riescono a sfondare il
fronte a Dobro Polè; è la scintilla che fa scoppiare
l'insurrezione. I soldati insorti raggiungono Kiustendil e
sbaragliano il quartiere generale; altri reparti insorti, attraverso
Gorna Giumaià si dirigono alla volta di Radomir dove proclamano la
repubblica. A capo dell'insurrezione si mette Raiko Daskalov. La
direzione del partito dei socialisti che aveva lanciato l'appello di
insorgere e i suoi membri che avevano sollevato l'insurrezione,
avendone poi sottovalutato le possibilità, restano passivi. La
posizione è errata, non solo, ma fatale per l'esito
dell'insurrezione. Gli insorti intanto avanzano, raggiungono e prendono Vladaia, nei
pressi di Sofia, ma qui le truppe del governo, appoggiale dalle
truppe tedesche, hanno ragione degli insorti. Migliaia di soldati
vengono fucilati o imprigionati.
Gli Stati dell'Intesa, per rafforzare la posizione della monarchia e
soffocare ogni tentativo rivoluzionario da parte delle masse si
affrettano a chiedere l'armistizio. Benché soffocata, l'insurrezione incide favorevolmente sulla
situazione in quanto la Bulgaria esce dalla guerra, lo zar
Ferdinando abdica in favore del figlio Boris e abbandona il Paese.
Per la seconda volta la Bulgaria è trascinata nell'abisso della
catastrofe nazionale dalla borghesia e dalla monarchia.
tratto da Spas
Russinov - "Bulgaria"
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