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Piangete per Parigi, la capitale
della depravazione, della civiltà, la scuola dello spionaggio e
della schiavitù; piangete, filantropi dei palazzi dei vampiri,
dei grandi tiranni – dei monumenti della stupidità e della
barbarie, costruiti con le teste tagliate di tanti antesignani,
di tanti insigni pensatori e poeti, con le ossa rosicchiate di
tanti martiri del pane quotidiano, - piangete! – i pazzi nessuno
li può consolare, i furiosi nessuno li può calmare!
Maledite i comunisti, che hanno rovinato la vostra capitale e
sono morti con le parole, per voi, banditesche: libertà o
morte, pane o piombo ! Sputate sui loro cadaveri e sui cadaveri
di quelle vittime della civilizzazione che abbracciavate e che
state abbracciando nelle vesti di vostre mogli, sorelle, madri e
che oggi chiamate depravate furiose, perché hanno avuto ancora
la forza di prendere il fucile e di salvarsi dai bordelli della
corruzione !
Lanciate sulla tomba di Dombrovski fango e pietre, per il fatto
che non è diventato servo di qualche testa incoronata, ma
paladino di una idea grande, di un alto traguardo e si è opposto
a petto duro ai traditori della Francia e ai colpevoli di tanti
mali dell’umanità.
Tutto il mondo ha pianto Parigi, ha maledetto i comunisti, e la
nostra povera giornalista non è rimasta indietro, anche lei ha
pianto per l’insensato e ha maledetto il ragionevole. Pianto
ridicolo! Come se da Nimvrod a Napoleone, da Cambise a Guglielmo
la guerra non rappresentasse lo stesso spettacolo, lo stesso
fine con gli stessi mezzi.
Come se Napoleone, nel nome della civilizzazione, e Guglielmo,
nel nome della provvidenza divina, non avessero fatto più male,
più barbarie nel 19-simo secolo, che, p.e. Alessandro Magno con
le sue guerre tanti secoli fa.
Ma là è la barbarie, là sono i rimproveri e le dannazioni, là,
dove lo schiavo, l’uomo, quando non sentite le sue parole, la sua
ragione, si butta all’estremo e lotta all’ultimo sangue, fin
quando gli permettono i mezzi, che sono miseri, perché minimi,
ma minimi solo perché glieli hanno portato via i padroni. Allora
l’uomo viene chiamato bandito, depravato, vile e barbaro! Tali
erano anche i comunisti.
Il cristianesimo ha i suoi martiri, ha chiamato lo schiavo "figlio di Dio, figlio dell’umanità", li ha anche la rivoluzione,
nel "fare del vagabondo un cittadino", li ha e ne avrà il
socialismo, il quale "vuole fare dell’uomo oltre che figlio di
Dio e cittadino – non un ideale, ma un uomo vero, il quale riesce
a far dipendere la città da se stesso e non lui dalla città.
Il cristianesimo, la rivoluzione e il socialismo – la monarchia,
la costituzione e la repubblica – questi sono fatti ed epoche
storiche, i quali può negare solo quella mente che non riconosce
il progresso dell’umanità.
La scuola, e solo la scuola, dice nonna Macedonia, salverà
l’Europa dalla rivoluzione sociale – la scuola, e solo la
scuola, ripetiamo noi, la preparerà per questa rivoluzione; però
non la scuola di Zlatoust e Lojola, di Guglielmo e di Napoleone,
ma quella di Fourier e di Proudhon, di Cuvier e di Newton – e la
scuola della vita.
I comunisti sono martiri perché non sono importanti i mezzi
della loro lotta per la libertà, ma l’idea stessa di questa
lotta. "Anche la libertà avrà i suoi gesuiti", dice Heine.
Ora, la nostra giornalista trattenga le lacrime, come lo farà
per la capitale europea - per piangere altre capitali, altre
crudeltà e sofferenze, quando lo schiavo griderà al suo padrone: chi sei tu, perché piangi? Sei uomo o donna, o ermafrodito –
animale o pesce? ... E sarà giorno – giorno primo.
Dal giornale "Parola degli emigranti bulgari", dedicato alla
Comune di Parigi, 1871
[Traduzione: Sonia Domoustchieva]
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