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 LA CHALGA E LA NOSTRA SCELTA DI CIVILTÀ 
di Claire Levy (Kler Levi)
La musica pop-folk in Serbia e Bulgaria di Andrea Ferrario

Un'interpretazione della musica popolare bulgara
di Vesa Kurkela

Alcuni brani di chalga in formato MIDI


Detelini
Jak Kjuchek
Tazhen e zhivota
Ti pak si tuk











Il tema su cui mi soffermo riguarda l'acceso dibattito causato dal manifestarsi di un fenomeno musicale fortemente percepibile nella vita quotidiana dei bulgari durante gli anni più recenti - un fenomeno che iscriverei sia nella continuità di "quanto è balcanico", sia nella continuità di quella che il mondo chiama "world music".

In tale fenomeno possiamo osservare l'interagire di diversi dialetti etnici; osserviamo, con altre parole, un'integrazione sui generis di musiche con differenti radici etniche locali, e non una "ghettizzazione" o marginalizzazione di diversi etnos minoritari. Non sono molte le tribune dalle quali le questioni relative all'odierna etnomusica, detta anche etnopop, folkpop o, più semplicemente chalga, possono essere trattate seriamente. E comunque, quando vengono trattate in tale modo, ciò avviene il più delle volte con un accento negativo.

Non farò propaganda "a favore" o "contro" le caratteristiche di valore del fenomeno. Per me personalmente, e spero anche per altri, una tale questione non esiste, perché sono convinta che - come d'altronde è stato già da lungo tempo concettualizzato dalle scienze umane moderne - parlare di concetti universali mirati a definire ciò che sarebbe "alto" o "basso", "elevato" o "volgare", sarebbe semplicemente un anacronismo. Invece di fare questo, esporrò una serie di episodi sintomatici, che danno segnali preoccupanti riguardo all'accanita intolleranza nei confronti di questo fenomeno, cioè della musica "chalga"; una reazione che, mi sembra, non è unicamente espressione di gusto estetico personale, ma di un atteggiamento ostile nei confronti di coloro che si fanno portatori di tale musica.

Questa ostilità è in qualche modo in contraddizione con i concetti della comune scelta di civiltà che i bulgari hanno fatto dopo il 1989, visto che tale scelta avrebbe dovuto significare, oltre a molte altre cose, anche il rispetto della cultura dei "diversi". E questo indipendentemente dal fatto che tali "diversi" appartengano a culture lontane o - e sottolinerei in particolare questo caso - siano qui, intorno a noi, come parte di ciò che ci circonda...

CASO PRIMO: L'ESPERIENZA DI UNA COPPIA ANONIMA

Un mio amico, acceso appassionato di chalga (ci tengo a sottolinearlo: è un intellettuale), ha invitato una giovane signora a ballare al "Fajton" - il dance-club della capitale specializzato in musica chalga, noto tra l'altro per la sua buona reputazione, contrariamente alle voci secondo cui, nei locali in cui si fa questo tipo di musica, accadono cose indicibili. La signora ha risposto: "Non vado alle serate chalga, preferisco la latino music". Il cavaliere ha cercato di convincerla: "Non pensi che una buona chalga sia da preferire rispetto a una cattiva latino music? Proprio come una buona latino music è da preferirsi rispetto a una cattiva chalga?...". "No", taglia corto lei, "io sono per i valori europei".

Sono pronta ad ammettere, naturalmente, che la signora potesse avere avuto anche altri motivi per rifiutare l'invito. Ma in ogni caso dalla sua risposta non risulta chiaro in che modo, esattamente, i valori europei possano essere legati alla musica dance latinoamericana - le sue parole, comunque, sono state a modo loro eloquenti, manifestando in maniera inequivocabile un pregiudizio nei confronti di tutto ciò che abbia odore di zingaresco, orientale, serbo e in generale balcanico.

Le parole della giovane signora trasudano del panico morale al quale è in preda la cosiddetta "élite culturale" della cultura bulgara e fanno emergere una strana interpretazione della "scelta di civiltà" (o piuttosto di quel cliché da manifesti pubblicitari, che nell'ultimo decennio ha preso rumorosamente a risuonare nello spazio pubblico dei bulgari, senza approfondire più di tanto la domanda di cosa nei fatti debba significare la scelta di civiltà - e che spesso dà origine, come in questo caso, a situazioni comiche, che sembrano essere prese direttamente dalla "Civiltà dei malintesi").

D'altra parte sospetto che la passione del mio amico per la chalga (è un americano, ma conosce il bulgaro in maniera sufficiente per cogliere i messaggi verbali, ivi inclusi quelli delle canzoni più censurabili) possa essere interpretata nello spirito della nostra tipica diffidenza ("vedi, ci considerano degli aborigeni..."). Il fatto è che l'amico in questione, di natura cosmopolita, e con il quale abbiamo discusso più volte del tema, può divertirsi ascoltando i "Gipsy aver" e ridere di tutto cuore (ma senza accondiscendenza) quanto sente "Radka piratka", con non meno ammirazione di quando ascolta Duke Ellington o Louis Jordan e senza preoccuparsi di potere essere accusato di avere cattivo gusto.

Personalmente penso che il timore che qualcuno vi ritenga non civilizzato sia probabilmente frutto di una bassa stima di se stessi - ma la cosa strana è che un tale atteggiamento lo si osserva più che altro presso persone con una stima di sé molto alta: "gente di cultura", come li chiamano, umanitaristi, culturologi, e addirittura orientalisti, che tacciono imbarazzati quando qualcuno si azzarda a dire che nella chalga ci può essere qualcosa di valore.

CASO SECONDO: RIPORTATO NEI MIEI APPUNTI COME "AZIONE DELL'ELITE 'ARTISTICA'"

Nel dicembre del 1999 mi è stato chiesto di firmare una "petizione di cittadini" rivolta al Parlamento, con la quale si chiedeva di ripulire (!) gli ambienti intonativi dello spazio culturale bulgaro dalla presenza di intonazioni "volgari" e - lo si noti - "straniere" rispetto alle intonazioni bulgare a causa delle loro radici che affondano nei gruppi etnici minoritari.

L'iniziativa della petizione era stata presa da alcune note personalità della cultura, tra le quali - incredibile! - anche alcuni nomi di musicisti pop e rock oggi famosi, che fino a poco tempo fa avevano provato sulla propria pelle i colpi di simili azioni di censura "nazionali". La bozza di documento veniva motivata con la preoccupazione di evitare un'eventuale "zingarizzazione" e "turchizzazione" della nazione bulgara...

Il rifiuto di apporre la mia firma sotto tale petizione continua a mantenere aspri i miei rapporti con alcuni dei suoi promotori - ma quello che importa non è questo e (a quanto ne so) il progetto di petizione si è perso da qualche parte lungo il suo iter. La cosa più importante è invece che - così come la signora del primo caso - alcuni dei rappresentanti di questa "élite artistica" non hanno evidentemente intuito in alcun modo cosa significhino i valori dell'Europa moderna.

CASO TERZO: LA SOLLECITUDINE AMMINISTRATIVA PER PRESERVARE LA POPOLAZIONE DAI CATTIVI INFLUSSI

Non si può negare che tutti i media abbiano fatto molto per fare conoscere e rendere popolare un avvenimento che ha una lunga tradizione e un indiscutibile significato culturale: il festival folk di Koprivstica. Non si può negare nemmeno il merito delle autorità statali competenti a livello locale nel salvaguardare i partecipanti e i visitatori del festival dagli "influssi culturali dannosi": e non c'è nulla di più dannoso - dal punto di vista della "unica politica giusta" nella sfera della cultura popolare oggi - di due minacce, diffusesi oltretutto in misura allarmante: la chalga e il popfolk.

Per questo i cantanti, i suonatori, i musicisti e, più degli altri, gli intonatori indirizzatisi verso Koprivstica, che prestavano occhio e orecchio ai media, sono stati adeguatamente tranquillizzati: i più autorevoli rappresentanti delle strutture di potere locali hanno dato ampia eco alla propria decisione che sull'intero territorio del festival i due sopraindicati rampolli della cultura di massa, pericolosi per la salute culturale della società, sarebbero stati ufficialmente vietati.

Questo divieto non è stato in alcun modo il motivo che mi ha spinto a non partecipare al festival di Koprivstica, ma la mia curiosità riguardo a come il divieto sarebbe stato messo in atto e a quale sarebbe stata la sua efficacia è stata comunque soddisfatta da un noto studioso della world music, la cui passione per le modalità di espressione contemporanee della tradizione folk bulgara è di lunga data e ampiamente comprovata: il prof. Timothy Rice. Senza nascondere il suo divertimento rispetto alle preoccupazioni per l'igiene culturale nel corso del festival, Rice mi ha raccontato come egli stesso abbia provato sulla propria pelle tali preoccupazioni. Passeggiando per il luoghi del festival, tra le audizioni ufficiali in corso sui rispettivi palcoscenici, egli ha notato una libera commerciante dalla pelle scura che offriva cassette con musica rom per chi voleva distrarsi. Il professor Rice ha pertanto selezionato un prodotto e ha chiesto alla commerciante di fargliene ascoltare qualche brano sul registratore. Fin qui tutto normale, ma nel chiasso che vi era tutto intorno non è riuscito a cogliere in maniera del tutto chiara il messaggio musicale che ne proveniva e ha chiesto di alzare il volume. Il brano gli è piaciuto e stava giusto per pagare e per andarsene... quando al suo fianco sono comparsi dei difensori dell'ordine in uniforme, i quali hanno ordinato alla commerciante non solo di fermare la musica vietata, ma anche di fare rapidamente - per dirla in modo quasi folclorico - baracca e burattini.

Non vorrei considerare i casi in questione come un campione tipologico rappresentativo in mezzo all'abbondanza di episodi simili. Ma in qualche modo essi attualizzano e problematizzano il concetto di idea nazionale come proiezione del legame "mio-altro", che a sua volte si riflette in un meccanismo socio-psicologico di integrazione-esclusione nell'elaborazione di quello che viene chiamato mainstream, cioè dell'opinione pubblica privilegiata e tollerante, che crea i fili conduttori nella modellazione della psicologia nazionale, della mentalità e degli atteggiamenti di comportamento.

Non è difficile trarne la conclusione che questa opinione pubblica modellante continua a marginalizzare non i "diversi lontani", quanto piuttosto i "diversi vicini". E questo in termini musicali vuol dire che oggi da noi è più prestigioso seguire i modelli che si osservano, per esempio, nella produzione di Britney Spear e di Marilyn Manson, oppure in un folklore "puro" visto come qualcosa unicamente da museo, mentre le miscele "chalga" del tipo di quelle realizzate, per esempio, da Sofi Marinova, dai Gipsy Aver, da Glorija o dai musicisti della Ku-Ku Band continuano a provocare, nel migliore dei casi, una "sindrome delle sopracciglia alzate", vale a dire l'alterigia sanzionata dalla cosiddetta élite culturale.

Per concludere, dirò: che lo vogliamo o no, il mondo oggi si sta globalizzando. E quanto più intenso è questo processo, tanto più sembra diventare concreta la necessità di conservare frammenti di memoria, verificati nell'esperienza di diversi etnos vicini e lontani. Il mondo, il mondo occidentale, ha inventato la strategia della world music - proprio per appoggiarsi alle differenze nell'esperienza conservata in luoghi diversi del pianeta, per ricomporre elasticamente ogni volta un nuovo puzzle di frammenti etnici, salvandosi allo stesso tempo dalla propria egemonia, caratterizzata fino a poco tempo fa - almeno in campo musicale - dalla dominazione dei suoni angloamericani.

L'"altro" e il "proprio" si scambiano facilmente i ruoli, oppure si mischiano sotto il segno di un traffico multietnico sempre più vivace, che attraversa le barriere geografiche e culturali. L'uomo moderno di oggi ha imparato ad apprezzare il "diverso" - non solo come fonte di esoticità, ma anche come provocazione nei confronti della propria identità culturale. Nel suo modo di vedere, le concezioni centralizzatrici nell'arte sembrano antiquate. Il pluralismo culturale, etnico ed estetico assegna in modo sempre più percettibile ruoli nel gioco postmoderno dell'arte...

Allo stesso tempo noi ci troviamo qui messi di fronte a una situazione paradossale. Da una parte, le fondazioni danno soldi per progetti che devono studiare le minoranze in base a diversi indicatori e le studiano più come formazioni esotiche che come gruppi con pari diritti e mobili nel contesto di ciò che è "bulgaro". Anche questa strategia ha la conseguenza, più che altro, di favorire una stereotipizzazione dell'immagine di questi gruppi.

Dall'altra, il dialogo multietnico reale ed effettivo, che si verifica del tutto spontaneamente, almeno nell'ambito della musica, senza l'aiuto di programmi speciali dello stato, viene il più delle volte inutilmente ideologizzato e in pratica viene denigrato dalla stessa élite culturale, che altrimenti non risparmia le proprie dichiarazioni di facciata a sostegno del pluralismo etnico e della tolleranza. Mi domando: qual è, alla fine, la vera scelta di civiltà dei bulgari?...

Claire Levy (Kler Levi) è una musicologa che lavora presso l'Istituto di Ricerca Artistica dell'Accademia delle Scienze Bulgara. E' tra i pochi ricercatori bulgari che hanno problematizzato i diversi aspetti della musica e della cultura popolare, ivi inclusi il pop, il rock, il jazz e la world music. Nel 1994-1995 ha lavorato a un progetto di ricerca presso la Indiana University, USA, come borsista della fondazione "Fullbright". Dal 1999 è membro del comitato esecutivo dell'Associazione Internazionale per la Ricerca nel campo della Musica Popolare (IASPM). E' autore di una serie di studi e di articoli pubblicati in Bulgaria e all'estero.

(dal settimanale bulgaro "Kultura" del 2 febbraio 2001 - traduzione di A. Ferrario)

Tratto dalla rivista "Balkan" N°4

Si ringrazia la redazione di "Balkan" per aver gentilmente concesso la pubblicazione di questo articolo.


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