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 BAJ GANJO DA JIRICEK  
 di Aleko Konstantinov

- Quello che ha raccontato Tzvjatko - fece il timido Ilco - è capitato dopo, perché io so che baj Ganjo già da prima era stato a Praga e v'era rimasto lungo tempo e aveva venduto essenza di rosa in quantità. Volete sentire?
- Se si tratta di baj Ganjo, non chiedere nemmeno, racconta! - rispondemmo noi.
- Va bene. Allora ascoltate. Arriva baj Ganjo, da Vienna, a Praga. Alla stazione scende, bisacce ad armacollo, esce sulla strada. I vetturini accorrono e gli offrono i loro servigi, lui gli fa un segno con la testa che non vuole. Quelli lo capiscono come un segno affermativo e subito una carrozza si para davanti a baj Ganjo. Baj Ganjo si stizza, da' in escandescenze e gesticola rabbioso. Tutto ciò viene notato da una guardia la quale ordina ai vetturini di allontanarsi. Baj Ganjo sta pensando chi potrebbe informarlo dove abita Jirecek, il nostro storiografo. Jirecek ha vissuto in Bulgaria, ama i bulgari, baj Ganjo andrà da lui : " Buon giorno " - " Che il Signore ti dia del bene" e magari lui lo invita a casa sua; perché spendere i propri soldi negli alberghi? Mentre così pensa gli compare davanti un facchino in berretto rosso che gli propone di portargli le bisacce. Baj Ganjo gli chiede se sa dove abita Jirecek, il facchino dice che no, non lo sa, ma ritiene che si possa facilmente trovare e protende di nuovo le braccia per prendere le bisacce. Baj Ganjo non gliele cede, uno, perché dentro ci sono le fiale e quello poteva darsela a gambe e secondo, lo vedeva così ben vestito che chissà poi come l'avrebbe pelato.
- Vostra Grazia, andate avanti, io dopo di voi -disse educatamente baj Ganjo; - lasciate le bisacce, le porto io.
Una tale buona creanza non veniva senza un calcolo: avrebbe ben predisposto il facchino verso di lui dimostrandogli nello stesso tempo che lui non era un qualche grosso riccone e non pensasse dunque a spillargli troppo.
Vanno; ai crocevia domandano dove abita Jirecek;
finalmente uno, rendendosi conto che si trattava del professor Jirecek indica loro dove devono chiedere;
chiedono e trovano.
Baj Ganjo dice al facchino un " Buona salute e tante grazie " ed entra diretto in casa di Jirecek.
- Oh, oho! buon giorno, baj Jirecek, come stai? Stai bene, sì? - esclama baj Ganjo col più amichevole tono, appena entra nello studio del padrone di casa.
Quest'ultimo gli porge la mano, meravigliato, lo invita a sedersi mentre si adira con la propria memoria che non gli suggerisce chi è questo cortese amico.
- Non mi riconosci? - cerca di ricordargli baj Ganjo, mischiando ora il "voi" ora il "tu". - E non eravate ministro a Sofìa?
- Eh, io pure sono di là - conclude trionfalmente baj Ganjo. - Questo si chiama esser compaesani, come no! he, he, he! Ti ricordi quell'articolo sul giornale " Slavjanin " ?
- Sì, sì mi ricordo - risponde con trattenuta condiscendenza Jirecek.
- Eh, quanto fango ti han buttato addosso! Eh, ma tu infischiati, e che gli vuoi dar retta? ... Ma come vi ho decantato, io! ... Jirecek così, Jirecek colà, gridavano quelli; "perdonate", faccio io, "non è così".
Jirecek conosce bene i bulgari, perciò non si stupisce affatto della familiarità di baj Ganjo. La conversazione continua su questo tono alcuni minuti, alla fine passa su un terreno più pratico. Baj Ganjo si mette a lodare l'appartamento del professore; allude con bastante evidenza che " in fondo, qui c'è posto anche per far accomodare un forestiero", gli parla dell'ospitalità dei bulgari, gli manifesta il suo dispiacere che "vedi, gli altri non sono come noi bulgari; una volta entrato un forestiero in una casa bulgara, avrà da mangiare, da bere, da dormire ". Jirecek cerca di instillargli il convincimento che l'alloggio è stretto anche per la sua famiglia.
Baj Ganjo fa il sordo e continua a sviluppare il tema dell'ospitalità bulgara. Da tale tema il discorso devia poi verso il commercio di baj Ganjo. Egli comunica al padrone di casa che ha portato l'essenza di rose da vendere e gli dichiara: " Domani, se vuoi accompagnarmi in giro per tutte le fabbriche, io non ho niente in contrario; tu mi traduci, perché io non so la lingua, ah?". Jirecek si affretta a rispondere che non conosce alcun fabbricante di essenze poiché le sue occupazioni sono di tutt'altro genere e che, a parte questo, non ha tempo, però gli dirà dove si radunano gli studenti bulgari e qualcuno di loro potrà fargli questo servigio.
- Via, come volete - soggiunge baj Ganjo - non ti voglio forzare. Darò anche alla signora (è in casa?) una fiala di essenza. Conosco anche lei, io. (Jirecek non può capacitarsi di quale signora intenda dire). E se avete qui parenti, amici, dite loro che ho portato l'essenza di rosa. Non è mica vergogna. Io capiterò più d'una volta qui da voi, discorreremo della Bulgaria e poi, se a voi fa piacere, sono d'accordo anche di fermarmi da voi, finché rimango a Praga. Ah?
- Scusate, ma . ..
- Dicevo, proprio se vi fa piacere - chiarisce imbarazzato baj Ganjo - anch'io mi trovo meglio all'albergo, ma così, mi son detto, Jirecek è dei nostri...
- Vi ringrazio del riguardo; vi avrei trattenuto di vero cuore a casa mia, ma non dispongo di stanze in più. Oggi però siete nostro ospite e pranzerete con noi.
- Pranziamo, perché no? - acconsente baj Ganjo - anche vostra Grazia, si dice, anche voi avete sempre mangiato, se non alla mia, alla tavola bulgara.
Jirecek era occupato in un lavoro urgente che, con la venuta di baj Ganjo si era interrotto. Egli stava sulle spine e non sapeva quale delicata maniera trovare per togliersi temporaneamente da quel suo facondo ospite. Suona, compare un servitore al quale ordina di comunicare ai famigliari che hanno un ospite dalla Bulgaria. Poco dopo entra la madre di Jirecek. Baj Ganjo si alza appena dalla sedia, si porta due volte la mano alla fronte ed esclama condiscendente: "Oh, salute, va bene, eh? qua la mano, così, alla bulgara. Sempre bene la salute? Mi fa piacere".
La signora lo accoglie cortesemente e, con una serie di domande dimostra il suo vivo interesse per la patria dell'ospite.
- Eh, dite un po' la verità - chiede baj Ganjo -dov'è più bello, a Praga o a Sofia? - La signora rimane perplessa, lei non era stata mai a Sofia, e intanto baj Ganjo guarda Jirecek con un sorrisetto astuto quasi volesse infondergli il suo punto di vista sulle donne:
"Embe', una donna ... di che vuoi parlare con lei?".
- Sua Grazia oggi pranza con noi - si rivolge Jirecek a sua madre e quindi la prega, in tedesco, di condurre baj Ganjo nell'altra stanza in modo che egli possa continuare il proprio lavoro.
La signora invita baj Ganjo nella camera accanto. Baj Ganjo guarda con occhio penetrante Jirecek, guarda le bisacce di fiale e fa i suoi calcoli, accigliato: "Si son detti qualcosa in tedesco, chi lo sa! Ma non credo. In fondo, è stato ministro da noi. E che, i ministri non sono anche loro una buona lana? Eppure, questo qui non lo credo proprio", dopo di che si rizza titubante e, dietro l'indicazione della signora s'avvia verso la stanza attigua, ma giunto alla soglia si volta e cerca di leggere sulle facce dei padroni di casa le loro intenzioni e nota qualche muto segnale che in realtà in quel momento i due si stavano scambiando. Quei segnali significavano:
vedi di occuparlo in qualche maniera, ma per un bel po', perché ho un lavoro urgentissimo. Ma baj Ganjo li interpreta diversamente.
- Queste cose qui vi possono impicciare - fa, indicando con gli occhi le bisacce.
- Ma per nulla, vi prego non preoccupatevi - risponde Jirecek.
- Comunque sia, vi impicciano, lo so io. Aspetta, che le porto nell'altra stanza - e tende la mano per prenderle, ma i padroni garbatamente si oppongono.
- Mica per paura, ma dicevo, così... Entrano in salotto e la signora chiude la porta dietro a sé, perché non si oda rumore nello studio. Ella quasi si prodiga a svagare baj Ganjo con qualcosa di divertente: gli presenta vari album, gli mostra dei quadri, gli schiera davanti una quantità di illustrazioni, ma la mente di baj Ganjo è in tutt'altro luogo ed egli, alle cortesie della signora con simulata indifferenza risponde:
- Non mi va, guardate voi. Eh, quanti ne ho visti io di quadri e ritratti come questi! Non fate caso se sono giovane!
Baj Ganjo osserva impaziente il suo enorme orologio d'argento e comincia un discorso interessantissimo e giusto a proposito:
- Io ho una gran curiosità di conoscere l'Europa. Ecco, adesso, diciamo come esempio, da noi, arriva mezzogiorno, si siedono a pranzare. Da noi si usa diversamente. Voi quando pranzate, per esempio?
- Noi pranziamo alle 5, di solito, ma oggi possiamo pranzare anche prima. Scusate, vi lascio soltanto un minutino - disse la signora ed uscì dall'altra porta.
Baj Ganjo resta solo nel salotto, guarda assorto i quadri, ogni tanto sputa sul tappeto (non che abbia lame, ma chissà. .. ), ci strofina sopra con gli stivali e tende l'orecchio ad ogni minimo rumore dello studio. Sente che, ad un certo momento Jirecek si alza dalla sedia, fa alcuni passi e si ferma: "Io pure, però, imbecille che sono, perché non le ho portate di qua le bisacce". Baj Ganjo sta sulle spine; alla fine non resiste più, si alza, avanza pian piano sul tappeto verso la porta dello studio, china l'orecchio al buco della serratura e ascolta; sente soltanto il proprio frequente respiro e il pulsare del sangue alle orecchie. Ma anche così baj Ganjo non si da' pace; non vede niente dalla serratura sicché, premendo esitante là maniglia, apre la porta, infila guardingo la testa dentro e vede Jirecek accucciato vicino alle sue bisacce, davanti ad uno scaffale di libri, Bàj Ganjo gli sogghigna in faccia:
- Hi, hi, hi, lavorate? Hi, hi, hi, fammi dare una sbirciatina, mi son detto. Niente, niente, lavorate, chiudo subito.
Jirecek lo guarda stupito, senza che gli passi pel cervello il perché di tale singolare curiosità.
Il desinare è pronto. Passano nella stanza da pranzo e si siedono a tavola: i genitori di Jirecek, sua sorella, baj Ganjo e lui. Baj Ganjo, prima di cominciare a mangiare si fa il segno della croce e intanto abbozza un sorrisetto col quale vuol dimostrare ai signori che lui non è gentucola sempliciona e che sino a quel punto non ci crede, ma che, tuttavia, non fa mai male (col diavolo, ci siamo intesi bene, ma ci vuole anche un po' d'incenso a Dio - per i tempi duri).
- Io sono "leberale", del partito "leberale" -spiega - ma di tanto in tanto, eh, un segno di croce me lo faccio, non è male, siamo uomini... Questo che cos'è? minestra? Ah, mi piace la minestra. La ciorbà è un mangiare turco. Anche da noi ora si mangia più minestra. Ah, pardon, scusate, vi ho sporcato la tovaglia ... tz, tz, tz... ecco là, ahimè, purché non si veda!
Tutto preso dal desiderio di farsi vedere una persona civile, baj Ganjo non riuscì a tener ritto il piatto di minestra che la padrona gli porgeva e un bel po' se n'era versata sulla tavola e mentre cercavano di impedirglielo egli ne raccolse in parte col cucchiaio e la riversò nel piatto. La signora non voleva permettergli di mangiare quella minestra, ma lui per delicatezza cinse il piatto con le due mani e non lasciò che la cambiassero.
- Io ho dei peperoncini nelle bisacce - dichiarò ad un tratto baj Ganjo. Egli ardeva dal desiderio di tritarsi un bel peperoncino nella minestra, che al suo stomaco sembrava così scialba, ma aveva soggezione, non avessero a prenderlo per uno zotico, e perciò voleva prima scandagliare il parere dei padroni.
- Davvero? Avete i peperoncini? - fece Jirecek.
- Come no, me li porto sempre io, lo sapete che la " Bulgaria dolce madre " non può essere senza un che di piccante - dice ironico baj Ganjo e senza più aspettare si alza, corre nello studio, trascina in là le bisacce, vi si rannicchia sopra voltando le spalle agli ospiti e porta in tavola due peperoni.
- Due ci bastano per tutti e cinque, sono piccanti da far spavento - dichiara sbattendo nel suo piatto mezzo peperone coi semi e offrendo poi garbatamente il resto ai signori. - Tiè, accomodatevi, tritateveli, he-he-he, alla bulgara! No, no, tritateli, date retta a me, sentirete che roba. Del resto lo sapete, il bello non sta nel forzare. Aspettate, mi trito il mio e vi farò vedere quel che si dice minestra.
E difatti baj Ganjo la rese a tal punto piccante che uno non avvezzo si sarebbe avvelenato. E cominciò a sorbire, eh sì, ma un bulgaro che sorbisce, non scherza: trecento cani che si azzannassero non ce la farebbero a soffocare il rumore. Grosse gocce di sudore gli vergavano la fronte, dirette a colare nel piatto. Baj Ganjo sorbiva d'un colpo dalla punta del cucchiaio, deponeva questo e intingeva nel piccante umore due-tre bocconi di pane; riprendeva il cucchiaio, sorbiva, col naso dentro e ancora due-tre bocconi.
- Datemi un altro pezzetto di pane. Voi mangiate proprio senza pane - si meraviglia baj Ganjo. - Ma al bulgaro dategli pane, noi mangiamo molto pane; non per vantarmi, ma con una ciorbà simile, pardon, con una minestra simile io mangio un intero samun di pane. Scommessa!
Non scommisero, ma anche senza scommessa baj Ganjo fece piazza pulita di un bel po' di pane.
- E questo vinello dove lo prendete? - va curiosando baj Ganjo e non perché lo interessi la risposta, ma così, per trovare la scusa per qualche altro bicchiere.
- Lo compriamo - risponde il padrone di casa - è buono?
- Aha! roba pura! E lo comprate, eh? Passate qua la bottiglia. Il mio stomaco si è così infuocato dai peperoncini che è un ferro rovente, a versarci sopra tutta la bottiglia si metterebbe a friggere dentro. Eh, da noi, il vino è a mezzo leva l'occà', una bottiglina di quell'oro - oh qui ti voglio... Oh, un rutto, scusate; un po' da screanzato, sicuro, ma che volete, siamo uomini, come fai a trattenerlo! ...
Il pranzo in casa Jirecek grazie a baj Ganjo riuscì piuttosto vivace. Il caffè fu loro servito in salotto. Baj Ganjo in segno di gratitudine per il saporito e soprat-tutto lutto lauto pasto volle offrire al padrone di casa una sigaretta, ma, guarda caso, il tabacco o non era nelle bisacce? A vero dire la tabacchiera ce l'aveva in tasca lui, ma bisognava pure trovare una scusa per fare una visitina alle bisacce, come si fa a lasciar le fialette così in casa di estranei: a questo mondo ne succede d'ogni colore.
Baj Ganjo non ammette rifiuti, neanche dirlo: "ma come, anima mia, può essere che uno non fumi tabacco bulgaro?!".
E si mise a fumare baj Ganjo e prese a sorbire beatamente il caffè. Ecco qua, quello che si dice sorbire! ... Trovarti in tale delizioso stato d'animo, a trascorrere ore con un interlocutore, startene in una stanza dove nessuno sente quello che dici e poi, anche se sente non ti capisce, - in tali favorevoli condizioni trattenerti dal parlare di politica - questo è al di là delle forze di baj Ganjo. Egli non resistette più e riversò la propria anima:
- Ebbene, baj Jirecek, dimmi, Tua Grazia, tu sei " leberale ", o conservatore, che cosa sei ? Ma mi sa tanto che sei per la conserva, a quanto vedo. Io anche, a dirtela qua, non mi riesce di capire né gli uni né gli altri, ma, via, perché togliergli la soddisfazione... capisci, qui è un dare e avere, non si scherza negli affari. .. E poi a dirti la pura verità... (mica ci ascolta qualcuno qua, no?), a dirti la pura verità - e gli uni e gli altri son tutti spudorati, dal primo all'ultimo! .. . Dai retta a me, non aver paura! Spudorati dal primo all'ultimo! Però che ci vuoi fare? Pedate agli spigoli? I più forti sono loro... E io ci ho pure i miei affarucci, contratti, e qualche causa in tribunale - no, non si può. Se non sei con loro l'affare è bell'e spacciato. Senza dire che mi garberebbe anche di essere eletto deputato, o sindaco. C'è il suo tornaconto esserci dentro. La gente ha fatto i soldi, lo sai tu? Sì, d'accordo, ma se non gli fai tanto di cappello, neanche il diavolo potrà farti eleggere. È così. Io sono impastato di queste cose, vuoi che non le capisca...
Chissà mai se Jirecek ne avrà dubitato.


Traduzione di Lavinia Borriero

Il presente brano è pubblicato allo scopo di presentare il libro.

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Ultimo Aggiornamento: 17.10.2008
 

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