- Un momento, vi racconto io il mio incontro con baj
Ganjo - fece Stojco.
- Bene, racconta - esclamammo all'unisono, sapendo che Stojco le sa
narrare storielle del genere.
- Anche questo capitò a Vienna. Sedevo una mattina al caffè Mendel,
avevo ordinato il tè e preso a dare un'occhiata ai nostri giornali
bulgari. M'ero addentrato in un interessantissimo articolo nel quale
si dimostrava in che modo si potesse rimaneggiare notevolmente la
costituzione, addirittura disfarla pur rimanendo essa intatta .. .
Stavo così leggendo, assorto e d'improvviso mi sento strillare
all'orecchio un "O-o-o-o! Buon giorno!" e una mano sudata
afferrare la mia destra. Alzo gli occhi: un signore dalle larghe
spalle, occhi neri, capelli neri e perfino pelle nera, baffi
all'insù, zigomi sporgenti, mento non sbarbato, vestito (come
pensereste?) in redingotta, sbottonata, di sotto il panciotto un
due-tre dita di fascia rossa, con una camicia bianca (bianca al modo
nostro), senza cravatta, un nero kalpak di sghimbescio, alti stivali
e un bastone di Vratza sotto l'ascella. Un uomo giovane: poteva
avere, poteva avere tutt'al più trent'anni.
- Scusate signore - dico io con umile sorpresa - io non ho il
piacere di conoscervi.
- Che? Non mi conoscete, si darebbe il caso? Tu sei bulgaro, no?
- Bulgaro.
- Eh?
- Eh?
- Allora, alzati, andiamo a spasso. Che vuoi marcire qua? Io mi
chiamo Ganjo. Alzati!
Non c'era bisogno che mi dicesse il nome, Ganjo!
- Scusate signor Ganjo, non sono libero ora.
- E come fai a startene al caffè se non sei libero? Non stimai
necessario dargli una spiegazione. Ma lui non mostrava il minimo
desiderio di lasciarmi in pace e:
- Alzati, accompagnami ai bagni. Dove sono qui i bagni ? - mi
assalì -
Aho! Accompagnarlo ai bagni! Cominciai a sentirmi i diavoli addosso,
però mi contenni e non solo mi contenni, ma mi venne pure da
ridere. Era evidente che baj Ganjo aveva proprio bisogno d'un bagno:
puzzava d'acido da lontano. Non c'era altro da fare. Un compatriota
- si deve soddisfarlo. Pensai poi che avrei approfittato anch'io
dell'occasione per prendere una doccia. Faceva un gran caldo.
Partimmo dirigendoci verso uno stabilimento di bagni estivi con
grande piscina. Lungo la strada, ogni qualvolta ci imbattevamo in
qualcosa di più notevole, stimavo necessario di indicarla e di
illustrarla a baj Ganjo, osservai però che egli mi ascoltava
malvolentieri e a mala pena buttava fuori ogni tanto un "Ah, è
così?" oppure "si, lo so" con cui voleva mostrarsi
ai miei occhi non tanto ignorante. Oppure mi troncava la parola per
farmi qualche domanda del tutto incongruente con quanto gli andavo
spiegando. Gli narro ad esempio qualche cosa a proposito del
monumento a Maria Teresa tra i musei sulla piazza, e lui mi tira per
la manica:
- Guarda, guarda quella là in sottana azzurra, eh? che te ne pare?
Ma mi vuoi dire come fate voi a riconoscerle, quale è così e quale
non lo è? Quante volte mi sono sbagliato, io! - baj Ganjo completa
il suo argomento con una strizzatina astuta.
Arrivammo ai bagni. Il cuore mi si comprimeva come se presentissi
quello che sarebbe accaduto. Prendiamo i biglietti alla cassa. Baj
Ganjo reclamava il "resto" agitando le dita che allungava
fin dentro lo sportello. La cassiera gli consegna la rimanenza
sorridendo, baj Ganjo le incolla addosso due occhi di triglia e
prende il denaro con un colpettino di tosse tutto speciale che le fa
capire i suoi sentimenti. Lei scoppia a ridere, baj Ganjo estasiato
si arriccia il baffo sinistro e dondola la testa:
- Ce fromoza es domnèta'. Di', Stojco, domandale se sa il romeno.
Stij rumunesti? le chiese lui stesso.
In quel momento entrò un altro cliente e noi sgusciammo nella sala
comune. Corridoio circolare. Intorno camerini per spogliarsi,
nascosti da tende. In mezzo, la piscina divisa dal corridoio da un
basso steccato. Nella piscina si scende per alcune scalette.
Prendemmo, baj Ganjo ed io, due cabine adiacenti. Io feci presto a
spogliarmi ed entrai nella tiepida vasca. Nell'acqua, composti e
silenziosi, alcuni tedeschi si stiravano i muscoli e facevano
aspirazioni. Baj Ganjo indugia a lungo e dietro la tenda della sua
cabina si ode un ansimare, un percuotersi di oggetti di vetro; alla
fine la tenda si scosta ed egli appare come madre natura l'aveva
fatto, il petto villoso, le impronte delle calze sulle gambe:
reggeva per i capi annodati un fazzoletto, pulito fino a un certo
punto, con le preziose fiale che non si fidava di lasciare nel
camerino. " Che ne sai tu se le pareti sono solide, capace uno
di sfondare un'asse ... affogati pure, dopo". Si mette a
perlustrare le pareti del corridoio in cerca d'un chiodo per
appendere il suo fagotto; egli pensa che, se parete è, deve pure
averci qualche chiodo, e si volta verso di me:
- Questi ignoranti di tedeschi, ma che proprio non ci arrivino a
pensare di piantare almeno un chiodo, e poi vengono a dire che siamo
noi gli ignoranti.
Persuasosi profondamente della rozzezza dei tedeschi, baj Ganjo con
aria incerta depose il fazzoletto con le fiale sulla soglia della
sua cabina per averlo davanti agli occhi finché si bagnava.
- Sentimi bene, tu, giovanotto - si rivolse ancora a me - tu stando
in acqua puoi anche dare un'occhiata alle fiale e guardare me,
guarda che trovata! - E nel dire queste parole baj Ganjo alzò un
piede e montò sul parapetto ...
Sospingendosi, tirò su anche l'altra gamba, si rizzò, si fece il
segno della croce e urlò:
- Guarda ... via! Signore aiutateci... hop! ... - e si lanciò
nell'aria, le gambe flesse a ciambella e plaf! in piena vasca.
Fiotti d'acqua esplosero in alto e s'infransero sulle teste dei
tedeschi sbalorditi dallo stupore:
cerchi d'onde balzavano dal centro verso i bordi, traboccavano,
tornavano a sommergersi e quando l'acqua dopo alcuni secondi si
acquietò e s'illimpidì, ciascuno dei presenti poté distinguere il
faticoso gesticolare di baj Ganjo sotto l'acqua. Egli si risospinse
in alto, stese le gambe, poggiò sul fondo, si eresse con gli occhi
chiusi e gli orecchi tappati, si scrollò di dosso l'acqua - ffu!
-sprizzò via l'acqua lungo i penduli mustacchi - ffu! -spremette
l'acqua dai capelli e dalla faccia, aperse gli occhi, mi guardò e
dette in una risata:
- Ha, ha, ha ... Eh? Che hai da dire? Non potei rispondergli nulla
perché lui si buttò orizzontale sull'acqua e, battendo con le
braccia la superfìcie prese a nuotare alla "ghemidzija":
pljaf! una bracciata a destra e due zampate indietro; pljaf! una
bracciata a sinistra, e altre due zampate indietro. L'intera piscina
ribollì. Come fossimo sotto una cascata. Le onde fustigavano i
bordi, catene di gocce sprizzavano fin sulle pareti di fronte.
- Cosi si chiama, alla "ghemidzija" - urlò tra i flutti
il trionfante baj Ganjo; - e adesso aspetta, mostriamogli il "vampor",
come lo dicono.
E voltatesi sulla schiena cominciò a vibrare tali spietati colpi di
piede sulla superfìcie della schiumante acqua da far volare gli
schizzi sino al soffitto. Egli roteava rapido le braccia per
raffigurare la ruota di un battello. " Tupa-lupa, tupa-lupa,
fiiijuuu " baj Ganjo si mise a fischiare.
I tedeschi stavano pietrificati ai loro posti. Con ogni probabilità
essi avevano preso il mio amico per un qualche orientale arrivato di
fresco e non ancora entrato in manicomio, notai infatti sui loro
visi non tanto indignazione quanto compassione. Ma baj Ganjo
evidentemente lesse sulle loro facce un'infinita meraviglia per la
sua arte e perciò, salito d'un balzo la scala, si eresse a gambe
divaricate, guardò con alterigia i tedeschi, cominciò a battersi
eroicamente il villoso petto e gridò vittorioso:
- Bulgar! Bulga-a-r! - battendosi di nuovo il petto con maggiore
energia.
Il tono superbo col quale pronunciò tale commendatizia parlava da
sé: quel tono diceva: "Eccolo, lo vedete, il bulgaro! È lui,
tale e quale com'è. Voi l'avevate solo inteso dire, l'eroe di
Slivnitza, il genio balcanico! Eccolo ora davanti a voi, tutto
intero, dalla testa ai piedi, al naturale! Vedete quali prodigi è
in grado di fare. E fosse solo questo! Eh, di quante altre cose non
è capace! Sono tangheri i bulgari, eh? Ma davvero! ... Razza di
giudei!".
- Beh, chiedi se hanno un po' di sapone - mi disse baj Ganjo quando
si fu un po' raffreddato il suo entusiasmo patriottico, - non vedi
che cosa sembrano le mie gambe ...
In verità quelle gambe non rappresentavano un troppo conveniente
modello per l'Apollo del Belvedere. I segni delle calze erano
stampati sulla pelle, già di per sé sudicia e coperta di peli. Del
resto con la sporcizia li meravigli ben poco i bulgari: non puoi far
immaginare, sia pure alla più accesa fantasia, qualcosa di più
sporco di quello che ti può presentare la realtà medesima ...
Con queste parole Stojco finì il suo racconto.
Traduzione di Lavinia Borriero
Il presente brano è pubblicato allo scopo di presentare il libro.
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