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Il cane si recς dalla
volpe, nel bosco, e le tenne questo discorso:
- Ti sembrerΰ impossibile, amica mia, ma non ho piω casa. Sono
costretto a girare il mondo e a chiedere l'elemosina.
- Che ti θ capitato? Avevi un padrone ricco, se non sbaglio;
abitavi in un palazzo.
- Un padrone perfido, proprio perfido. Io l'adoravo. Gli ero sempre
attorno, gli leccavo le mani, abbaiavo per dichiarargli il mio
affetto. Il gatto, invece, chiuso nel suo egoismo, non gli faceva
carezze, non rispondeva ai suoi richiami, se ne stava quasi sempre
in disparte, misterioso e superbo. Usciva quando gli faceva comodo,
ritornava dopo lunghi giorni di assenza. Ebbene, lo crederesti? Il
padrone mi ha scacciato e continua, invece, a ospitare il gatto
egoista. Puoi concepire piω nefanda ingiustizia?
La volpe conosceva gli uomini. Era una vecchia volpe esperta della
vita. Non si stupμ nι si indignς.
- Amico cane, - disse - anche l'affetto, quando non sa esprimersi
con la misura suggerita dalla divina saggezza, puς dar noia. A
questo, se si manifesta con linguaggio troppo enfatico, si
preferiscono gli accenti pacati dell'indifferenza.
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