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di Giuseppe
Dell'Agata
(Università di Pisa)
Il 22 e il 23
ottobre 2005 l’Associazione Bulgaria-Italia ha organizzato a
Reggio Emilia, per iniziativa del suo presidente Paolo Modesti e
di Milena Koceva e in collaborazione con l’ARCI e col Centro
Interculturale Mondoinsieme, due giornate dedicate al cinema
bulgaro. Sono stati proiettati i film “Il
ladro di pesche” (Kradecăt na praskovi) di
Vălo Radev (1964) e “Mila da Marte”
(2004) (Mila ot Mars) dell’esordiente giovane regista Zornica
Sofija. Le proiezioni sono state precedute da due lezioni, dense
e ricche di spunti storico-critici, tenute da Sergio Micheli, il
massimo esperto italiano di cinema bulgaro. Nel presentare le
due pellicole Micheli ha passato in rassegna la storia del
cinema in Bulgaria, illustrandone i migliori risultati e
scandendone le diverse fasi artistiche e produttive in
collegamento con le vicende storico-politico-ideologiche del
paese. I riferimenti ad incontri e ad aspetti di lavoro in
comune con registi ed attori bulgari hanno messo in luce la
simpatia per quel cinema e il ruolo militante di Micheli come
studioso e come divulgatore di una cinematografia che in anni
passati era in Italia pressoché sconosciuta. Giuseppe
Dell’Agata, slavista e bulgarista dell’Università di Pisa, ha
illustrato la struttura e i significati della povest (romanzo
breve o racconto lungo) che è alla base dell’idea e della
sceneggiatura del film omonimo e che è opera di uno dei grandi
classici della prosa bulgara del Novecento,
Emilijan Stanev.
Stanev, che era nato a Tirnovo nel 1907, scrisse Il ladro di
pesche a Sofia tra il 1946 e il 1947. Singoli capitoli
dell’opera apparvero su riviste di quegli anni e nel 1948 fu
edito il testo completo. La critica accolse Il ladro di pesche
con una qualche freddezza e con riserve; veniva imputata
all’autore una sua pretesa estraneità e distanza dai compiti
collettivi e dal fervore politico-ideologico richiesto dalla
temperie dell’indirizzo staliniano in campo letterario, a favore
invece dell’attenzione a temi amorosi, passionali e
“individualistici” (1). In seguito fu
unanimemente considerato uno dei capolavori della prosa bulgara
novecentesca e trovò spazio anche nell’insegnamento della
letteratura nelle scuole.
Stanev ha rivelato che il primo nucleo ispiratore della figura
della protagonista risaliva ad un incontro inaspettato avuto da
bambino a Tirnovo con una bellissima signora bionda, con un
vestito celeste e mani bianchissime, moglie di un militare, che
gli era parsa come una creatura di favola e quasi ultraterrena.
Il lettore italiano ha a disposizione un’eccellente traduzione
dovuta a Danilo Manera, edita in un elegante
volumetto
delle edizioni Voland, che contiene anche un’ottima
postfazione storico-letteraria di Daniela Di Sora. (2)
Il ladro di pesche è costruito come romanzo breve a cornice.
L’io narrante, col quale l’autore non nasconde una qualche
affinità autobiografica, si reca nella sua città natale, Tirnovo,
nell’inverno 1943-44, per vendere un terreno di sua proprietà.
Incontra il suo antico insegnante di matematica che gli narra la
vicenda dell’amore tragico della moglie del colonnello che
comandava la guarnigione della città, verso la fine della prima
guerra mondiale, nei confronti di un prigioniero di guerra
serbo, Ivo, insegnante di musica, che, spinto dalla fame, si è
introdotto nel suo orto per rubare delle pesche. Dopo uno
scontro interiore drammatico e magistralmente reso dal punto di
vista psicologico, Elizaveta, che è senza figli e si avvicina
alla quarantina e che è stata educata in un clima di austera
rinuncia puritana tipica della piccola borghesia di recente
estrazione contadina, si lascia trasportare ardentemente dai
suoi sentimenti amorosi, in una nuova dimensione che di fatto
scopre solo allora per la prima volta. Progetta un nuovo futuro
e la prospettiva la terrorizza ed esalta allo stesso tempo. Ivo
tenta di raggiungere l’amata ma, appena entrato nel giardino di
lei, l’attendente del colonnello, scambiandola per un ladro, gli
spara e lo uccide. Elizaveta si uccide a sua volta con la
pistola del marito. L’austera costruzione in pietra, dove si
svolge la vicenda, è abbandonata per sempre e l’io narratore la
trova, dopo un quarto di secolo, ormai semidistrutta.
Il testo, che nella convenzione letteraria rispecchierebbe la
narrazione dell’anziano insegnante all’io narratore, è opera in
realtà di un autore onnisciente, ricco com’è di particolari
visivi, sonori e olfattivi, proposti con rara densità
espressiva: la siccità e la calura estiva, trilli di rigogoli,
lucertole e grilli, l’atmosfera ammorbata da casi di tifo, dalla
sporcizia e dalla miseria, il cupo e tragico sfondo di una
guerra insensata che, sotto le mostrine e i mistificanti conati
nazionalpatriottici mostra il suo vero volto di mattatoio
imperialista.
Mentre rimando per gli aspetti storici, la scheda tecnica e i
riferimenti al regista e agli attori al bel libro di Sergio
Micheli (3), mi limiterò in questa sede ad
indicare una serie di differenze nella struttura della fabula e
nello svolgimento del sjužet che esistono e che è naturalmente
ovvio che esistano nei rispetti dei due diversi linguaggi che
sottendono alla letteratura e al cinema.
Un primo aspetto che alla proiezione del film ha subito colpito
mio nipote Federico, che aveva studiato a scuola, a Sofia, Il
ladro di pesche, è che la bella, intensa e bravissima Nevena
Kokanova, che interpreta la protagonista Liza, è bruna e non
bionda come nel testo letterario. La sua folta capigliatura, sia
raccolta, che coi lunghi capelli sciolti è più volte
attentamente indagata dalla cinepresa, spesso con notevoli
risultati figurativi e espressivi.
La struttura narrativa filmica abolisce la ‘cornice’ del
racconto che ripercorre gli avvenimenti del 1918 dalla
prospettiva dell’inverno 1943-44 e si colloca, seguendo una
cronologia del tutto lineare, tra l’estate la fine d’ottobre del
1918. Il film articola molto più corposamente che nel testo
letterario il drammatico sfondo storico della guerra che la
Bulgaria si appresta a perdere rovinosamente: le requisizioni,
le risse per il pane o per un paniere di frutta, il campo dei
prigionieri di guerra, serbi, romeni, italiani, francesi, alcuni
dei quali sono costretti a lavori forzati. Ne do alcuni esempi,
tratti tra quelli più significativi:
1) La prima scena corale, di forte impatto emotivo e assente del
tutto nel racconto, mostra un funerale collettivo, officiato da
un pop, nel quale vengono sepolti solo i vestiti dei soldati
morti al fronte. Le stesse madri, vedove e orfani compaiono poi
in un’altra scena che descrive una funzione funebre in chiesa.
2) Le manifestazioni contro la guerra, che nel racconto sono
appena accennate, trovano uno spazio significativo nella
trasposizione filmica. Reduci dal fronte, decorati e coperti di
stracci, strappano le medaglie guadagnate in battaglia e
travolgono un giovane ufficiale invalido, Petăr Varenov, che,
assente nel testo di partenza, ha nel film un ruolo importante e
compare in ben quattro episodi. Dapprima incontra il comandante
della guarnigione e Liza; ha perso una gamba al fronte e si
muove con difficoltà con stampelle. Essendo figlio di un collega
del comandante, che è colpito dal fatto di vederlo invalido, si
permette di riferirgli che la situazione al fronte è ormai
insostenibile: i soldati, scalzi e affamati, hanno ucciso gli
ufficiali e la catastrofe è prossima. In un’altra scena Varenov
affronta i soldati e i cittadini che manifestano contro la
barbara guerra e rivolge loro parole che esprimono un
patriottismo sincero (lui stesso non ha approfittato della
protezione paterna ed è andato in prima linea), ma la folla,
come abbiamo detto, lo insulta e lo travolge. La forte tensione
dialettica tra un sincero e idealistico patriottismo e una
lettura razionale degli avvenimenti sembra sciogliersi in
un’ultima scena in cui appare Varenov: mentre gli ufficiali
bulgari cantano un inno patriottico, il cui testo contrasta col
loro aspetto sognante e rassegnato, lacrime velano il volto
espressivo e intenso del giovane invalido.
3) Grande importanza riveste poi, nell’economia della narrazione
filmica, il personaggio del capitano francese, alcolizzato dopo
anni di servizio nelle colonie, a cui è addetto il protagonista,
l’ufficiale serbo Ivo Obrenović (interpretato dall’attore serbo
Rade Marković). Nel testo di Stanev gli sono dedicate appena
poche righe, motivate dal fatto di dover giustificare una
qualche libertà di movimento di Ivo nei momenti nei quali il
capitano dorme ubriaco. Nel film tutte le scene, alcune lunghe e
assai curate, dei colloqui tra Ivo e il capitano, sono in lingua
francese e segnano, per contrasto, un qualche isolamento
esistenziale dei due alla vita del campo e permettono un’amara e
fraterna intimità tra i due. Il capitano diventa, di sua
iniziativa, il confidente amoroso di Ivo. Ivo, che è stato messo
in cella per non aver voluto rivelare la provenienza delle
pesche, dapprima rubate e poi avute in dono da Liza, gli
confessa di aver incontrato una donna che lo ha colpito. Il
capitano, appreso che non si è fatta baciare, non lo ha degnato
neppure di un sorriso e che non è neppure particolarmente bella,
lo deride e gli illustra il suo scetticismo e la sua sfiducia
nelle donne per quanto riguarda l’amore. Quando Liza, in preda
ai rimorsi, vorrebbe interrompere il rapporto con Ivo,
quest’ultimo, rientrato nel campo addolorato e irritato, confida
al capitano che la donna ragiona proprio come lui: gli ha detto
che la loro storia non ha alcun senso e futuro e che quindi non
vale la pena. Il francese, che ha un po’ il ruolo di coscienza
critica di Ivo, invece di rallegrarsi per la conferma delle sue
idee scettiche sull’amore, gli viene moralmente in soccorso e
gli dice: “Lei vale la pena!”. Il capitano disputa anche con Ivo
sul senso degli avvenimenti storici. L’eco della Rivoluzione
d’Ottobre arriva nel campo di prigionia. Quando il capitano,
riferendosi al gioco degli scacchi, gli dice che le rivoluzioni
sono sempre velleitarie e che ognuno deve avere il suo ruolo
come le figure sulla scacchiera, Ivo risponde che potrebbero
essere stabilite nuove figure e nuove regole e allude alla
Russia. Al che il capitano soggiunge: “Temo che i suoi sognatori
nordici abbiano dimenticato il 1871 e la Comune di Parigi”. Il
capitano, mentre in colonna con gli altri ufficiali prigionieri
abbandona il campo per raggiungere Šumen, riceve da Ivo, che si
appresta ad andare da Liza per incontrare poi la morte, un
acrobata-giocattolo in legno che ha nel film una certa
importanza narrativa. Intagliato dall’attendente del marito di
Liza, l’acrobata-giocattolo cade a terra all’inizio di una scena
amorosa. Ricompare come esempio di ubbidienza totale a chi lo
manovra in un’altra scena nella quale Ivo dichiara di essere
anche lui legato dall’amore mani e piedi, ma di non voler per
nulla rivendicare una sua libertà nei confronti di Liza,
aggiungendo scherzosamente che lui è un soldato e che ai soldati
è vietato protestare. Mentre si sente un colpo risuonare in
lontananza il giocattolo cade dalle mani del francese che lo
raccoglie e avvolge con cura per tenerlo con sé.
4) Nel film è dato ampio spazio alla vita nel campo di prigionia
dove sono del resto ambientati tutti i colloqui tra Ivo e il
capitano francese di cui abbiamo parlato. Nel racconto non ce
n’è pressocchè traccia. Un leitmotiv particolarmente avvincente
è dato nel film dalle variazioni e dalla ripresa di una
nostalgica canzone serba : “Là lontano/ lontano dal mare/ c’è il
mio paese/ c’è il mio amore…”. La accenna Ivo, la intonano
coralmente i prigionieri serbi quando sentono gli spari rivolti
ai manifestanti contro la guerra e un forte culmine emotivo
viene toccato quando un prigioniero francese senegalese la
accompagna con la tromba. Il capitano francese chiude la
finestra per non sentirne la melodia e rimprovera Ivo di
lasciarsi commuovere da qualche sparo e da una toccante canzone
d’amore.
5) La figura del colonnello, marito di Liza, è nel film in
qualche modo assai meno negativa di quanto non appaia nel testo
di Stanev. L’attore Mihail Mihailov (a mio giudizio peraltro
bravissimo) non possiede molti dei tratti fisici che nel
racconto mirano a presentarlo negativamente: il collo corto, i
capelli a spazzola e l’aspetto di una lince. Pur nel suo cieco
patriottismo ascolta le lamentele di Varenov sul catastrofico
andamento della guerra, critica la falsità dei giornali
governativi e, questa volta seguendo il racconto, se la prende
coi comandanti che speculano sulla guerra e infangano, dice,
l’uniforme. Sono invece molto aderenti al testo di Stanev i suoi
colloqui con Liza, specie quando la sente sempre più lontana da
lui, che riprendono spesso letteralmente le parole del racconto.
6) Un aspetto importante comune alla poetica sia del racconto
che del film, consiste nell’impasto linguistico con cui Ivo
comunica con Liza. La vicinanza, specie lessicale, tra il serbo
e il bulgaro, permette un gioco molto sfumato di enunciati
ibridi, semibulgari, con vocalismo, consonantismo e ordine delle
parole più vicini al serbo. Nella scena chiave in cui Ivo fa la
sua esplicita dichiarazione d’amore, leggiamo in Stanev:
- Mi è indispensabile vedervi. Riesco a sopportare tutto,
quando penso a voi… Allora il campo non mi appare più così
spaventoso e la vita mi diventa sopportabile… Questi minuti mi
restituiscono la fede nella vita…
Aggiunse qualche parola nella sua lingua natia, che lei non
comprese, pur avvertendone la calda sincerità. (4)
Nel film le parole di Ivo sono riportate letteralmente mentre le
parole in serbo, incomprensibili ma caldamente eloquenti per
Liza nel racconto, sono enunciate a chiare lettere: “Zašto volim
te, sunce moje…” (Perché ti amo, sole mio, lo sai che ti amo),
parole che risultano, specie dopo varie battute in un ibrido
bulgaroserbo pronunciate precedentemente da Ivo, perfettamente
comprensibili al pubblico bulgaro e provocano nello spettatore
un forte impatto emotivo.
7) Infine vorrei indicare un’altra significativa differenza tra
il testo di Stanev e il film. In Stanev, che, come abbiamo
detto, costruisce la sua storia come narrazione-rievocazione
fatta dall’anziano professore di matematica all’io narrante, la
tragica conclusione ed il suicidio di Liza vengono rivelati
all’insegnante dall’attendente del colonnello, lo stesso che ha
sparato a Ivo. Siamo quindi in presenza, sempre nella
convenzione letteraria, del racconto di un racconto. Nel film la
scena che segue le lacrime disperate e l’abbraccio di Liza
all’amato agonizzante e che conclude la pellicola è quella della
lunga colonna dei prigionieri e del capitano che raccoglie
l’acrobata-giocattolo di legno che gli è caduto per terra. Tra
le due una brevissima inquadratura mostra l’attendente che ha
sparato che si toglie il cappello, mostrando quindi, pur nella
sua rozza e cieca ubbidienza militaresca, un momento di
compassione. Il fatto che il film non presenti il suicidio non
vuole però significare una qualche censura o alterazione: Il
ladro di pesche era già nel 1964 un classico della letteratura
nazionale e la sua trama era ben nota, anche perché studiata a
scuola. Il film ha una sua costruzione che, pur basata sull’idea
centrale e sui temi della povest di Emilijan Stanev, risulta
pienamente autonoma. Rispetto all’eterna, quanto ingenua
diatriba se il film sia migliore o peggiore del testo
letterario, in questo caso ritengo si possa parlare di un
pareggio ad altissimo livello. Il ladro di pesche di Emilijan
Stanev e l’omonimo film di Vălo Radev sono entrambi opere
bellissime.
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Emilijan Stanev, Izbrani proizvedenija, T. 2, Povesti,
Bălgarski Pisatel, Sofia 1981, p.391 e segg.
-
Emilijan Stanev, Il ladro di pesche, Voland, Roma 1995.
-
Sergio Micheli, Il cinema bulgaro, Marsilio, Padova 1971,
passim.
-
Emilijan Stanev, Il ladro di pesche, Voland, Roma 1995,
p.59.
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