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Se ci rivolgiamo al tema
contemporaneo, troveremo anche qui un altro tipo di insufficienza
drammatica con analoghi risultati. Elaborando la sua teoria dello
"straniamento" (Verfremudngseffekt), Bertold Brecht
sosteneva che il significato della lotta si cristallizza in ciò
che egli chiamava "gestus sociale". Questa
concentrazione di significato in situazioni comuni della vita
reale non è abbastanza evidente nei nostri film che trattano
dell'attualità.
Possiamo spesso notare, infatti, come il "gestus"
brechtiano si riduca ad una gesticolazione sociale, ad un segno
inespressivo e formale, cui manca la capacità di penetrare
nell'intimo dei personaggi e della stessa società.
Nei film storici, il "gestus sociale" è soffocato dalla
tendenza a regionalizzare. Prendiamo ancora una volta come esempio
un'opera, peraltro, artisticamente notevole: Misura per misura
di Georgi Diulgerov. Il film deve
il suo fascino ad una straordinaria autenticità storica e
nazionale, ma, ad un certo punto, i suoi meriti diventano una
bomba ad orologeria di imprevedibili conseguenze. La storia è
così profondamente caratterizzata e regionale, appunto, che il
film risulta stranamento ermetico. Nonostante ripetuti tentativi,
esso non è riuscito, infatti, ad ottenere il consenso della
critica straniera, e nei festival in cui è stato presentato ha
registrato notevoli difficoltà di comprensione. E questo lo pone
già in conflitto con la natura stessa del cinema in quanto
moderno mezzo di comunicazione che cerca sempre più ampie sfere
di influenza e di contatto (il principio del superamento delle
barriere culturali è implicito in esso), come pure un successo
meramente finanziario. Il fatto è che la nostra cinematografia
dovrebbe imparare a parlare dei problemi nazionali specifici,
della difficile situazione e dei dilemmi storici della Bulgaria
con un linguaggio che conferisca loro un significato universale e
maggiori implicazioni internazionali.
La tendenza a regionalizzare è particolarmente forte anche in Biala
magia (Magia bianca) di Ivan Andonov, un film artisticamente
ben fatto, straordinariamente espressivo, con personaggi ed
interpretazioni interessanti, molto originale, mistico, ipnotico.
Nello stesso tempo, tutto ciò lascia quasi indifferente lo
spettatore, come un cruciverba risolto e dimenticato. La ragione
va ricercata nell'ermetico trattamento decorativo delle
manifestazioni folcloristiche in una tradizionale comunità
rurale. Il film risulta illeggibile perché stracolmo di gesti
silenziosi ed oscuri che appartengono ad una cultura morta da
tempo. Nessuno sforzo drammatico è stato compiuto per dare loro
significato, per collocarli in una prospettiva nuova e più ampia.
Una dozzina di anni fa, quando si discuteva sulle difficoltà che
i cineasti bulgari incontravano nel riprodurre artisticamente i
fatti della realtà attuale, il tema contemporaneo sconfinò in un
campo apparentemente marginale: il film sulla vita scolastica o,
più genericamente, sui problemi dell'adolescenza (uno dei primi
esempi è Sbogom drugari/Addio, amici! di Borislav
Charaliev). E non è forse un caso se oggi, sullo sfondo di un
"grande" cinema ancora esitante, sono le
"forme" come queste che attirano la nostra attenzione
(due film per bambini, infatti, hanno vinto il primo premio
all'ultimo festival bulgaro del cinema a soggetto, svoltosi a
Varna). Pur senza pretendere di possedere un grande respiro, la
loro sensibilità e, comunque, commovente. Con sorprendente
regolarità, questi minigeneri d'importanza secondaria producono
tuttavia interessanti elementi per la ricerca cinematografica nel
tentativo di trasportare, in una sfera apparentemente poco
impegnativa, parte della tensione morale e dei problemi
contemporanei trascurati dai progetti più ambiziosi.
In Io-ho-ho (regìa dì Z. Heskia) e Kutche v tchekmadze
(Un cane nel cassetto, regia di D. Petrov), modesti e senza
pretese, possiamo, ad esempio, ritrovare alcune gravi questioni
sociali presentate sotto la luce delicata della. routine
quotidiana. E possiamo individuare, qui, anche "gesti
sociali" degni d'attenzione. Io-ho-ho è
particolarmente significativo a tale riguardo. In modo spontaneo,
lirico, ingenuo e divertente, gli autori ci mostrano come possono
essere affrontati i problemi moderni. Il film mette in evidenza
qualcosa che può diventare una lezione per il cinema in generale.
Riesce a fondere le vecchie tradizioni moraleggianti, ereditate
dai tempi antichi, con i dilemmi della nostra vita quotidiana e
viceversa, ribadendo l'idea importantissima della continuità dei
problemi etici. Sarebbe difficile, oggi, stabilire se
"innocente" messaggio di Io-ho-ho abbia
rappresentato una semplice parentesi e se avrà un'eco nel campo
del tema contemporaneo. In ogni caso, la sua singolarità ci
ricorda come si sia ormai superato il periodo in cui un film
poteva esser certo di avere successo solo perché trattava
argomenti di attualità, e come il nostro cinema si trovi ad
affrontare le esigenze di questioni morali più complesse.
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