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 IL CINEMA BULGARO DEGLI ANNI 80 
L'EFFETTO DRAMMATICO (4)
L'effetto drammatico si è rivelato un serio ostacolo per il cinema bulgaro. Già in fase di scelta del materiale bisogna pensare in termini di "dramma filmico"; ciò diventa poi decisivo per la forma definitiva da dare al materiale, non solo intesa come felice ricostruzione, ma anche come modulo interpretativo (per non parlare dell'abitudine, sempre più comune fra i registi, di scrivere anche i copioni!)

Carenze drammatiche si riscontrano in quasi tutti i campi tematici che interessano attualmente il nostro cinema. In sostanza il problema, in un'illustrazione troppo letteraria dell'elemento drammatico. Le tendenze letterarie hanno così il sopravvento su un'interpretazione specificamente filmica, sulla trattazione cinematografica del materiale. Prendiamo in esame tre film radicalmente diversi.

Elegia (Un'elegia, regia di E. Zahariev, 1982) è una polemica su alcuni moderni dilemmi morali. In termini più generali, la sua problematica potrebbe essere definita come la crisi non solo delle abitudini familiari tradizionali, che cozzano contro gli standard della moderna mentalità consumistica, ma anche di quelli che si potrebbero definire i modelli ruolizzati della comunità tradizionale. Dopo aver vissuto 30 o 40 anni in seno alla famiglia, il protagonista del film non riesce più a comunicare, a nessuno, i problemi che lo assillano ogni giorno. Trova sempre più difficile capire i parenti stretti, non ce la fa più ad accettare le loro azioni, senza essere nemmeno in grado di articolare obiezioni o accuse, né di formulare una propria opinione, o di provare un'alternativa. La sua decisione di "andarsene" è abbastanza logica, ma riassume in sé la confusione e le esitazioni che contraddistinguono il personaggio. Questa, è una situazione tipica. del cinema moderno, o piuttosto della letteratura moderna: per associazione possiamo arrivare fino a Lo straniero di Camus.... Le cose stanno così per quanto riguarda il protagonista, ma la questione cambia se la si osserva dal punto di vista del suo ambiente e delle interrelazioni fra di loro. Qui affondiamo letteralmente in una marea di sensi comuni, laddove il dramma sembra possedere motivazioni del tutto superflue e secondarie. I problemi esistenziali cedono il passo a quadretti oleografici, a situazioni da commedia (la foratura del pneumatico, la baruffa in famiglia, la scena in tribunale, il maltrattamento del barista) che sono al limite del naturalismo estetico. Il dramma delle inibizioni comunicative del protagonista non ha spessore, non assume, come dovrebbe, le sue giuste dimensioni sociali e psicologiche. Esso viene semplicemente enunciato, o illustrato per mezzo della sbrigativa trama principale. Non per questo il messaggio del film viene perso, ben ché, tuttavia, potrebbe essere espresso in modo più sottile ed efficace.

Il secondo esempio è Tarnovskata tzaritza (La regina di Turnovo, regia di Ianko Iankov,1981), che non si allontana da una tradizionale organizzata ne drammatica del soggetto, mirante a creare un'atmosfera, e lo fa decisamente con successo. Pur essendo un adattamento dell'omonimo romanzo di Emilian Stanev, il film non tratta il problema in modo drammaticamente convincente. Esso viene solo sfiorato, gli autori si fermano qui, a questa promessa reale ma non realizzata, ed alla semplice illustrazione visiva del testo letterario. Strutturalmente il film è diviso in "blocchi drammatici" separati, serviti bell'e pronti, statici: pieno di passeggiate, cerimonie sociali e ricevimenti all'ora del tè, lungaggini come la salita di una scala, l'elaborata accensione lampade a cherosene, la contemplazione degli interni, carrellate in uno scenario predisposto con gran cura (il direttore artistico merita un elogio: gli oggetti di scena sono quasi impercettibili), battute del tipo "Buongiorno! "Come sta?", "Mi chiami ancora!", ecc. Tutto geme sotto il peso di questa pedante insistenza sul dettaglio, e la funzione principale dell'effetto drammatico viene così affidata al testo di un narratore fuori campo.

Infine, il terzo esempio: Khan Asparuh (regia di Liudmil Staikov, 1980 di cui abbiamo già parlato altrove). Dobbiamo innanzitutto riconoscere che questo film è un capolavoro di regia: l'incredibile sforzo per organizzare dirigere tutto il meccanismo della produzione, la portata epica., le tecnici ingegnose per la ricostruzione degli ambienti, la sicura professionalità in un campo completamente nuovo per il nostro cinema... Ma se passiamo al struttura drammatica del film, ritroviamo anche qui i soliti difetti: uno spot tanto ricorso all'illustrazione letteraria. I punti chiave dell'azione sono affidati, così come nel precedente, al testo del narratore, che spiega ed organizza l'azione e configura in tal modo l'atteggiamento dello spettatore.... Senza questo espediente il reale messaggio del film verrebbe senz'altro recepito con molta più difficoltà, e il suo significato acquisito con meno chiarezza. A volte si ha l'impressione che il testo fornisca direttamente una chiave interpretativa del soggetto.

Una drammatizzazione meno esplicita non avrebbe tolto al film il su effetto, ma ne avrebbe migliorato il carattere storico generale. Tale giudizio non intende certo mettere in causa la posizione che Khan Asparuh si è conquistata sui nostri schermi, ma solo ricordare le carenze ci affliggono il cinema bulgaro nel suo insieme.

Fra queste, dobbiamo segnalare anche un altro difetto, che apparentemente colloca la nostra cinematografia all'estremo opposto rispetto agli appunti fatti finora: l'esorbitanza di eccessi descrittivi dovuta alla cattiva scelta ed organizzazione del materiale "grezzo". Il nostro cinema si è fatto sopraffare dalle produzioni mastodontiche, dai film in più parti: 5 o 6 ore per Misura per Misura, altrettante per Khan Asparuh, quattro parti per Costantino il Filosofo e Boris I ... 

Di questo fenomeno si può fare una diagnosi molto precisa: problemi di sintesi filmica e di idee funzionali ai fini drammatici. Messi di fronte ad eventi storici monumentali, i nostri cineasti non sanno rompere l'incantesimo di un'epoca (soprattutto quando è la prima volta che quegli eventi vengono trasposti in un film) e soccombono alla logica della cronologia, cedono alla tentazione della ricostruzione reale e accumulano episodi, particolari e oggetti di scena... Mentre in questi casi ci vorrebbe appunto una sintesi storica, che liberasse l'autore dall'impossibile ambizione di trattare gli avvenimenti nella loro totalità e che dirigesse piuttosto la sua attenzione sul significato di quegli eventi. La normale durata delle pellicole, nel cinema internazionale, ha dimostrato che nell'arco di un'ora e mezza o due si possono abbracciare anche gli eventi più grandiosi. 

Una narrazione esaustiva allontana, invece, dalla struttura tipica del film a soggetto. Si ottengono così film ibridi, che pongono realmente una serie di interrogativi, anche quando i successi di incasso ci lasciano disarmati e tagliano alla radice la nostre argomentazioni. Arrivati a un certo punto, la linea di demarcazione tra film e romanzo a puntate sembra scomparire. Alcune di queste pellicole non hanno saputo resistere, infatti, alla tentazione di proliferare in sceneggiati televisivi a puntate, il che non fa che avvalorare la diagnosi di una struttura slegata, a mosaico, con i singoli pezzi che quasi si possono staccare.

Il cinema bulgaro degli anni 80

a cura di Liuba Kulezich - "EstEuropa '80 (2)" - Marsilio Editore (1987)

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Il cinema bulgaro - Storia, registi, attori, filmografia, film italiani
 


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Ultimo Aggiornamento: 17.10.2008
 

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