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ASSOCIAZIONE BULGARIA-ITALIA
 VISITA ALL'ISTITUTO PER BAMBINI DISABILI DI FAKIA
Nel novembre 2003 Amnesty International lanciava un appello, rilanciato anche dall Sezione Italiana, Cordinamento Europa Orientale, contro le inaccettabili condizioni della Casa di Cura per bambini con disabilità mentali di Fakia (Bulgaria). La Casa di Cura per bambini di Fakia, era scritto nell'appello, "ospita 40 pazienti ed è situata in una zona montuosa difficilmente raggiungibile, è priva di riscaldamento e di locali dove sia possibile svolgere qualsiasi attività sociale. Sollecitate al trasferimento della struttura, le autorità bulgare continuano a rimandare la chiusura dell’istituto."

L’appello chiedeva alle autorità bulgare di assicurare che le condizioni di vita dei bambini di Fakia siano in linea con gli standard internazionali, che fosse garantita assistenza professionale e cure mediche adeguate e che, una volta stabilita l’inadeguatezza della casa a tali standard, la struttura venisse immediatamente chiusa e ai bambini venisse offerta una immediata soluzione alternativa.

L'Associazione Bulgaria-Italia aderiva all'appello e lo diffondeva tra i soci. Piepaolo Pacenza, si è recato sul posto per vedere se l'appello di Amnesty ha sortito qualche effetto. Pubblichiamo il suo racconto ed il reportage fotografico.







Mercoledì 7 aprile 2004

Fakìa è un villaggio della Bulgaria del sud, nella regione di Burgas, situato nei pressi del confine turco a pochi chilometri da Sredez.

E’ protetta da dolci colline che la avvolgono completamente, sormontate da vecchi cannoni, antenne radio e bunker abbandonati che stanno arrugginendo come il ricordo della cortina di ferro. Seguendo l’asfalto della strada è difficile sbagliare direzione anche perché eventuali dubbi vengono fugati dalla sagome intermittenti dei vecchi posti di blocco.

Inaspettatamente, dopo una lunga curva panoramica, compare la tabella ingiallita che annuncia l’arrivo a Fakìa che intravedo adagiata pigramente nel fondovalle, immota, silenziosa. Scendo dall’auto per scattare le prime foto e testimoniare la mia visita agli amici del sito che hanno seguito con grande apprensione la vicenda dei bambini di Fakia.

Non riesco, però, a farmi rapire dalla bellezza della natura circostante perché mi sto preparando alla visita dell’istituto, nel tentativo di riordinare le idee, fissando le domande da porre al personale, lesto con la macchina fotografica a documentare ogni particolare.

Non ho avvisato nessuno per poter vedere la realtà delle cose, per verificare la denuncia di Amnesty International, nella certezza di trovare un modo per entrare, con diplomazia o con furbizia. Mi fermo alla prima casa abitata dove una persona sorridente ed affabile mi comunica che i bambini sono stati trasferiti altrove.

Ripresomi dalla sorpresa, mi lascio indirizzare verso l’istituto che trovo con facilità nei pressi di un’erta dove campeggia una caserma abbandonata.
Fotografo l’edificio da diverse angolazioni finché due contadini trainati dal solito asinello con pennacchio mi avvisano che mi trovo in zona militare dove, per tradizione e sicurezza, le riprese fotografiche o con altro materiale audio–visivo sono vietate.

Un sorriso ne chiama un altro ed eccomi davanti al cancello in attesa di conoscere il custode, che si presenta prontamente, indossando una giacca mimetica, quasi a volermi ricordare la vicinanza con il confine turco.

Sono informato del trasferimento dei bambini in altre città e non mi viene di chiederne il motivo perché il lezzo che ancora si sprigiona dalle stanze mi fornisce una prima risposta. Nonostante la forte luce primaverile i corridoi restano avvolti nella penombra e si riescono ad intravedere le porte delle camere che sono sigillate con del nastro adesivo.

Entriamo nel primo locale nel quale sono disposti alla rinfusa mobili fatiscenti e poltrone sfondate; in un angolo un lavandino con un boiler, una piccola cucina molto economica e diversi armadi piegati sui muri.

Nel locale adiacente, la disadorna sala giochi dei bambini un tempo riscaldata da una stufa protetta dalle inferriate arrugginite ; di fronte una grande finestra con vista “a strisce” sul giardino abbandonato dove scorgo delle altalene, un fatiscente gazebo e una piccola piscina corrosa dalle intemperie.

Tutto intorno le dolci colline di Fakìa, una stalla abbandonata e i campi della scuola coltivati da qualche militare in pensione.

Il custode mi indica con una certa soddisfazione i bagni nuovi, rifatti con i soldi di associazioni tedesche ed olandesi, raccontandomi del volontariato di alcune signore olandesi che hanno prestato servizio nell’istituto la scorsa primavera e negli anni precedenti.

Mi illustra il progetto di ristrutturazione dell’intero edificio che richiederà fiotti di danaro non ancora reperito; probabilmente l’intera struttura sarà adibita ad orfanotrofio per ragazzi “normali”, tutto dipenderà dal Ministero degli affari sociali e dal sindaco di Sredez che sta cercando i fondi.

Saliamo al piano di sopra passando attraverso dei bei murales dipinti dai bambini con l’aiuto degli assistenti sociali. Entriamo nelle camere da letto, prive di riscaldamento, di tapparelle, armadi, ma vi sono solamente dei piccoli letti con listelli rotti, materassi mangiati dall’umidità, una puzza che non da tregua.

Appesi alle pareti, sopra i giacigli, dei pesciolini di carta che riportano i nomi dei bambini; al centro delle stanze degli stecchi acchiappamosche che fanno le veci dei lampadari. Le pareti con l’intonaco cadente, la muffa onnipresente, i pavimenti ondulati…

Fino a qualche mese fa questi alloggi erano abitati; gli ultimi bambini sono stati trasferiti a gennaio e tutti gli ospiti sono stati avviati negli istituti di Kazanlak, Stara Zagora, Mesdra in provincia di Sofia.

La chiusura della struttura ha avuto come strascico il licenziamento di parecchi abitanti di Fakia che facevano parte del personale ausiliario . L’equipe che seguiva i bambini è stata anch’essa sparpagliata, con grande dolore dei piccoli che si erano affezionati ai loro tutori che sembra abbiano ben operato, nonostante le condizioni di grave disagio.

Mi accomiato dal custode, dopo una breve e cordiale telefonata con il sindaco di Sredez, scattando le ultime foto del personale, l’assegno dell’associazione tedesca, la bandiera bulgara vicino a quella dell’ Unione Europea, la mia guida in atteggiamento marziale davanti all’istituto… i dintorni di Fakia con i cannoni ancora puntati verso il nemico di un tempo.

L’ultimo saluto me lo concede un gentile poliziotto di frontiera che mi ferma per un controllo nei pressi di uno dei tanti posti di blocco che dividevano la Bulgaria dal resto del mondo; mi sorride e mi augura di tornare presto a Fakìa per godere della loro ospitalità: dovisdane i pak sapuviadaite!

Ciao Fakìa

Pierpaolo









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Ultimo Aggiornamento: 08.08.2008
 

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